Notizie

Loading...

venerdì 20 febbraio 2009

Quanti stupri potrebbero essere evitati?

Egregio Direttore,

Domenica scorsa, con alcuni amici, mi sono recato al teatro tenda di Fabrica di Roma, in provincia di Viterbo, per assistere alla più che famosa commedia di Eduardo De Filippo “Natale in casa Cupiello”. A teatro quasi pieno, dopo avere preso posto in platea, la nostra attenzione fu attirata da un convulso gruppo di persone che entravano nel teatro, in mezzo alle quali scorgemmo un signore, esile a confronto dei sei marcantoni che lo attorniavano.


Riconoscemmo il sig. Magdi Cristiano Allam, recentemente convertitosi al cristianesimo e battezzato dal Papa in persona, in una pubblica cerimonia. Per tutto il tempo della commedia le guardie del corpo, alcune sedute dietro di lui ed altre in piedi nei pressi, esercitavano un controllo attento e continuo intorno alla sua persona, svolgendo compiutamente il compito loro assegnato. Fuori del teatro era parcheggiata una macchina, probabilmente blindata, con autista a bordo.


Almeno sette agenti avranno seguito il sig. Allam, nel breve tragitto che separa il teatro dalla sua villa, la quale è sorvegliata da due pattuglie permanenti di Carabinieri e Guardia di Finanza, che si alternano. Quindi il totale degli agenti impiegati, per la protezione del sig. Allam, sarebbe almeno di dieci! Considerando che i turni di servizio sono di circa sei ore, si può ipotizzare che il sig. Allam sia protetto, con la sua famiglia, da un piccolo esercito di 40, 50 agenti dello Stato! Pari a circa 10 piccole stazioni di Carabinieri, a protezione di circa 10 paesi!


Ci saranno certamente gravi pericoli per la vita di Allam, ma come può lo Stato permettersi di impiegare così tante risorse per un solo cittadino? E quanti altri cittadini sono a rischio criminalità, nelle loro professioni, nei loro spostamenti, anche solo vivendo in alcune località? Quante donne eviterebbero di essere stuprate, se ci fosse anche solo un agente nelle vicinanze?


L’insicurezza è avvertita dalla maggioranza della popolazione in tutto il territorio nazionale, tanto che è stata una delle cause che hanno maggiormente contribuito a fare vincere le elezioni all’attuale maggioranza. La cronaca giornaliera è piena di fatti delittuosi e ciò che è riportato rappresenta solo la punta dell’iceberg! Come si può promettere di impiegare 30.000 soldati nelle strade e piazze d’Italia, come ha fatto recentemente il Presidente del Consiglio, quando per un solo cittadino, si mettono a disposizione 40 agenti?


E perché non si chiede alle persone benestanti, e Magdi certamente lo è, di provvedere a loro spese alla sicurezza personale con agenti privati, come fanno tante categorie di cittadini che si rivolgono alla sicurezza privata? Perché non si chiede a questi super protetti di tenere comportamenti prudenti; per esempio dare meno clamore ad una conversione religiosa, se questa possa aumentare i rischi alla loro incolumità?


Come si chiede ai cittadini giustamente, con un provvedimento approvato recentemente, di non recarsi in alcuni paesi considerati pericolosi ed, in caso contrario, lo Stato richiederà il rimborso delle spese sostenute per la loro liberazione. Ognuno è libero di fare quello che vuole, ma non quello di fare pagare ad altri le spese delle sue personali decisioni! Abbiamo sentito delle voci risentite, anche presso alcuni abitanti di Fabrica di Roma, a proposito dello “sproposito” di forze impiegate per la sicurezza di un solo cittadino, non di una istituzione! Forse sarebbe opportuno trovare delle soluzioni, nel rispetto della incolumità del sig. Allam, affinché un tale sproposito venga ridimensionato!


Giuliano Massaro

mercoledì 18 febbraio 2009

A quando la caccia ai Mori?

Un raid contro i romeni perché "rubano il lavoro alla gente del paese": è successo ad Alà dei Sardi, in provincia di Sassari. Un gruppo di otto persone ha fatto irruzione nell'appartamento dove vivono tre cittadini romeni, due uomini e una donna. Ha minacciato lei con un coltello alla gola, picchiato uno degli uomini e devastato la casa. Il "commando" ha agito nella notte tra sabato e domenica. Le vittime, forse per paura di ritorsioni, non hanno sporto denuncia. Sono stati alcuni vicini ad avvisare i carabinieri. Gli inquirenti stanno cercando di individuare i responsabili. Sono molti i romeni che hanno trovato lavoro nelle cave di Alà dei Sardi e questo ha creato malcontento in paese. Questo non è il primo episodio razzista: poco tempo fa, sempre nel centro del Sassarese, erano stati esplosi alcuni colpi di arma da fuoco contro l'abitazione di un cittadino romeno. (Repubblica)

martedì 17 febbraio 2009

Arrivano i Ghetti, arrivano i Lager!

Un testo agghiacciante ispirato ai quotidiani berlinesi degli anni 30 è stato pubblicato su Repubblica. L'ho sempre detto, che prima o poi avrebbero istituito i ghetti, quindi i Lager e poi chissà che altro. La domanda è: oltre agli zingari, chi altro ci finirà dentro?

Doppio cordone di sicurezza 24 ore su 24
: dentro e lungo il perimetro del campo nomadi. Obbligo di identificare chiunque entri: sia i residenti, cui verrà rilasciato un tesserino con fotografia e dati anagrafici, sia i visitatori occasionali. Obbligo di annotare tutti gli ingressi su due registri appositi. Divieto di accesso, parcheggio e transito di veicoli e motoveicoli. Divieto di ospitare parenti o amici dopo le 22. Divieto di accendere fuochi fuori dalle aree autorizzate. Sono alcune delle norme contenute nel "Regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nel Comune di Roma" che verrà presentato tra domani e venerdì. Un lungo elenco di diritti e doveri, requisiti per la permanenza e l'accesso, permessi e modalità di esercizio con cui, d'ora in avanti, verranno costantemente monitorati e controllati i dieci campi rom della capitale. Un numero ancora in via di definizione, però: come infatti precisato dal sindaco Alemanno, ai sette insediamenti già esistenti sul territorio comunale se ne aggiungeranno presto altri due o tre, da realizzare ex novo in altrettante aree di periferia. Tutti saranno dotati di un ferreo dispositivo di vigilanza, che potrà essere rafforzato con l'utilizzo di telecamere: le forze dell'ordine pattuglieranno l'esterno, dentro ci sarà un presidio fisso di vigili urbani o, in alternativa, di guardie giurate, che dovranno garantire la sicurezza interna, compilare il registro delle presenze, verificare l'identità dei visitatori e annotare ogni ingresso. Messo a punto dal prefetto Giuseppe Pecoraro nella sua veste di commissario per l'emergenza nomadi, si tratta del primo "testo unico" dei campi romani. L'obbiettivo è chiaro: disciplinare in modo univoco la gestione e le regole di condotta cui gli zingari devono attenersi se vogliono essere ammessi negli insediamenti autorizzati, che il Campidoglio gestirà insieme a un Comitato consultivo di cui fanno parte, oltre ai rappresentanti del Comune, Asl, vigili del fuoco, polizia, carabinieri e un delegato rom. Gli unici dove i nomadi potranno vivere, una volta che la nuova disciplina entrerà in vigore. Requisiti. Per conquistare la "residenza" nel villaggio, che sarà valida per due anni, bisognerà ricevere l'autorizzazione del Dipartimento alle Politiche sociali, cui spetta il rilascio del permesso e l'assegnazione in uso delle piazzole di sosta per le roulotte, dei prefabbricati e dei servizi. Dopodiché, entro 30 giorni, si verrà iscritti nei registri anagrafici della popolazione residente del Comune di Roma. Chi però ha subìto una condanna definitiva o un periodo di detenzione superiore a due anni, non si presenti nemmeno: verrà respinto. Quanto al resto, gli extracomunitari dovranno essere in possesso di un regolare permesso di soggiorno o titolo equipollente; gli italiani e i cittadini comunitari di un documento di identità valido. Chi non è in grado di esibire né l'uno né l'altro, dovrà dimostrare la permanenza in Italia da almeno dieci anni. Tessera di identificazione. Per entrare nei campi sarà obbligatorio farsi identificare. Perciò a tutti gli abitanti, bambini compresi, verrà consegnata una tessera munita di fotografia e corredata dai dati anagrafici. Doveri. Oltre ad aderire ai percorsi di formazione e integrazione eleborati dal Campidoglio, i residenti nei campi dovranno seguire precise regole di condotta. Fra cui: divieto di ospitare persone non registrate o comunque non autorizzate; divieto di accendere fuochi fuori dalle aree appositamente attrezzate e comunque mai bruciare materiale inquinanti o pericolosi; divieto di accesso, parcheggio e transito di veicoli e motoveicoli; garantire l'uscita di parenti o visitatori occasionali entro le 22; pagare le bollette dell'acqua, della corrente e del gas, nonché il canone mensile per l'utlizzo della piazzola di sosta e per i rifiuti; usare solo elettrodomestici a norma. Revoca dell'autorizzazione. Pesante la sanzione per chi sgarra: l'espulsione dal campo entro 48 ore dalla revoca. In caso di rifiuto, il sindaco può chiedere l'intervento della forza pubblica. Perderà il diritto a vivere nel villaggio chi viola i doveri e le regole di condotta sopra elencati; abbandona la struttura assegnata all'interno del villaggio per un periodo superiore a tre mesi, salvo non sia stato espressamente consentito; rifiuta più volte l'inserimento lavorativo; viene condannato, con sentenza definitiva, a oltre 2 anni di carcere per reati contro il patrimonio o la persona; tiene comportamenti che creano grave turbamento alla sicura e civile convivenza. Comitato degli abitanti. Al fine di promuovere corrette relazioni tra chi gestisce il campo e gli zingari, viene indetta l'elezione di un Comitato di rappresentanza degli abitanti: cinque membri che restano in carica un anno ed eleggono al suo interno un presidente. Presidio socio-educativo. Si occuperà di favorire i percorsi di integrazione e scolarizzazione, nonché l'assistenza socio-economica e culturale dei rom. Resterà aperto però solo in orario d'ufficio.

domenica 15 febbraio 2009

Libero mercato, libero razzismo

di Gregorio Mattera, Iniziativa

Un altro grave episodio di razzismo è accaduto ieri nel quartiere multietnico di Roma Esquilino. Un gruppo di italiani, al grido di “Nero devi chiudere l'attività", ha aggredito un ragazzo bengalese. Prima gli insulti, poi i pugni, infine la bottigliata in testa. A capeggiare la spedizione punitiva è stato il titolare italiano di un bar di via Giolitti (“ La Capitale ”), stessa strada dove si affaccia il negozio dello zio della vittima, un internet point con annessa rivendita di alimentari. In base agli accertamenti effettuati dalle forze dell’ordine, sembra che l’aggressione sia stata determinata dal fatto che il negozio del bengalese vendesse le bibite ad un prezzo inferiore rispetto al bar “La Capitale ”. Ci troviamo dunque al cospetto di una banale scaramuccia tra gestori o di un’aggressione razzista? La Polizia non ha avuto dubbi nel bollare l’episodio come una semplice questione di “concorrenza”. Ancora una volta, dunque, le autorità minimizzano. La violenza contro l’extracomunitario ha sempre un movente “privato”: donne contese, parole di troppo, portafogli rubati, liti tra spacciatori. Tutto purché non si parli di razzismo. Forse perché si ha paura di screditare l’immagine del Bel Paese? O forse perché non si vuole ammettere che ad incitare alla xenofobia sono anche certi atteggiamenti di alcuni esponenti del Governo italiano?

Ed intanto un rapporto presentato il mese scorso dalla Commissione Libertà Pubblica del Parlamento europeo ci dice che in Italia vi è una situazione “senza precedenti”: aumentano gli episodi di xenofobia e razzismo; “mezzi di comunicazione” e “dibattito pubblico” tendono “ad esasperare, invece che placare, le tensioni esistenti nella società".
Ma le autorità italiane non sentono ragioni. Quella di ieri è stata solo una piccola zuffa tra gestori. Il bengalese è stato medicato all'ospedale e poi dimesso, il proprietario del bar è stato denunciato per lesioni. Questione chiusa. Si tralasciano però gli insulti razzisti pronunciati prima, durante e dopo il pestaggio.

Si dimenticano le numerose aggressioni a cittadini extracomunitari che stanno avendo luogo in Italia negli ultimi mesi. Come quella avvenuta una decina di giorni fa a Nettuno, alle porte di Roma, dove un gruppo di italiani ha dato fuoco ad un indiano che dormiva, ora in fin di vita al Centro grandi ustionati dell'ospedale Sant'Eugenio. Si dimentica infine che la concorrenza è connaturata al mondo del commercio e che ogni imprenditore, per quanto possa essere ottuso, ne accetta le regole nel momento stesso in cui intraprende un’attività economica. Prendere a bottigliate lo straniero che vende le bevande ad un prezzo inferiore ha allora un significato ben preciso: “Già in Italia non ci dovevi stare, come ti permetti di accaparrarti pure i miei clienti!?”. Ed il razzismo ha tante facce: lo straniero disoccupato è un peso per la società; lo straniero che lavora in fabbrica ruba il lavoro agli italiani; lo straniero imprenditore ruba la clientela agli esercizi commerciali gestiti da italiani. Tutti i motivi sono buoni per essere razzisti, tutti i motivi sono buoni per negare il razzismo.

sabato 14 febbraio 2009

Faremo la fine degli Indiani

Navtej, bruciato e dimenticato
di Carlo Bonini


Con il suo nome - Navtej Singh Sidhu - non lo chiama nessuno. L'uomo di trentacinque anni arso vivo da mani italiane nella notte tra il 31 gennaio e l'1 febbraio scorsi su una panchina di marmo della stazione di Nettuno è "l'indiano". "L'indiano" e basta. "Come va con l'indiano?", chiedono due interniste trafelate affacciandosi alle porte spalancate dell'unità di rianimazione dell'ospedale Sant'Eugenio. "Che cerca forse l'indiano?", domanda un portantino. "Mi scusi, sono qui per l'indiano", accenna con deferenza verso il medico di guardia Singh Balraj, uomo piccolo e sorridente che guida la comunità romana. "Sono con i parenti arrivati dall'India. La nonna e il cognato. Vorrebbero sapere come sta". "Sì, ma a noi chi ce lo dice che sono parenti? Ce lo dice lei?".

L'"indiano" è una mummia di garza sterile oltre un vetro spesso tre dita. Protetta da un paravento di tela grigia che ne mostra di sguincio il profilo. I polmoni si gonfiano del ritmo regolare della ventilazione artificiale che pompa ossigeno attraverso una cannula introdotta nella gola. Il monitoraggio cardiaco è un impulso elettrico verde che registra ogni picco del cuore. Gli occhi sono chiusi dalla sedazione. Le dita, trafitte dalle flebo. L'indiano è grave. Lo hanno operato per la seconda volta. Riaprendo piaghe chiuse appena una settimana fa. I chirurghi sono tornati a sollevare la cute di cadavere fatta arrivare a Roma dalla banca della pelle di Cesena e utilizzata per tamponare l'aggressione delle infezioni sviluppate dai tessuti necrotizzati.

Hanno affondato di nuovo il bisturi nell'addome, nei quadricipiti, nei polpacci. Per scoprire che le fiamme, quella notte, si sono mangiate tutto quello che hanno incontrato. Fino all'osso. Per cinque ore, un bisturi a idrogetto ha sparato acqua a 1.500 chilometri orari tra una fascia muscolare e l'altra ripulendo tessuto morto. Anche dove, sulle creste tibiali, di tessuto non ce ne era più. Un secondo bisturi ha inciso francobolli di cute lungo le braccia per trasferirle su gambe e addome. La chiamano "tecnica di Alexander". E' un autotrapianto che serve a proteggere e ricostruire lentamente il corpo quando, tra qualche giorno, rigetterà la cute che lo ha sin qui protetto e che non gli appartiene. Quella di cadavere. (Leggi il resto su Repubblica)

giovedì 12 febbraio 2009

Allah save the Queen

Moschea centrale di Londra
Caro Signor Wilders,

Lo scopo di questa lettera è quello di informarla che il Segretario di Stato è del parere che la sua presenza nel Regno Unito comporterebbe una minaccia presente, reale e sufficientemente seria contro uno dei fondamentali interessi della società. Il Segretario di Stato ritiene che le sue dichiarazioni sui musulmani e le loro convinzioni, così come espresse nel suo film Fitna e altrove, minaccerebbero l'armonia della comunità e perciò la sicurezza pubblica.

La informiamo che se viaggerà per il Regno Unito, in cerca di ammissione, l'agente dei controlli di frontiera prenderà in considerazione il parere del Segretario di Stato. In base all'articolo 21 dei regolamenti per l'immigrazione (2006), se l'agente dei controlli di frontiera lo riterrà opportuno, giudicando la sua esclusione dal territorio britannico motivata da ragioni di pubblica sicurezza, le sarà rifiutata l'ammissione a norma dell'articolo 19.

Ha il diritto di presentare ricorso, al di fuori del Regno Unito.

Irving N. Jones, Ministero degli Interni

La lettera si può trovare qui.

PS: La prossima settimana il film sarà proiettato al Parlamento italiano

mercoledì 11 febbraio 2009

Quando la cattiveria diventa politica

"In Italia esiste un certo atteggiamento al livello della classe politica, del governo, che non riesco a spiegarmi. Alcuni rappresentanti del governo italiano usano una retorica molto aggressiva e provocatrice, e incitano alla xenofobia".

Cristian Diaconescu, ministro degli Esteri della Romania.

"Il soffio ringhioso di una politica miope e xenofoba, che spira nelle osterie padane, è stato sdoganato nell’aula del Senato della Repubblica. E dire che Beppe Pisanu, ex ministro dell’Interno con la schiena dritta, aveva messo in guardia circa quella brama di menare le mani, già colpevole attorno ai tavoli del bar. Nessuno ha colto il suo grido d’allarme e l’Italia precipita, unico Paese occidentale, verso il baratro di leggi razziali, con medici invitati a fare la spia e denunciare i clandestini (col rischio che qualcuno muoia per strada o diffonda epidemie), cittadini che si organizzano in associazioni paramilitari, al pari dei “Bravi” di don Rodrigo, registri per i barboni, prigionieri virtuali solo perché poveri estremi, permesso di soggiorno a punti e costosissimo. La “cattiveria”, invocata dal ministro Maroni, è diventata politica di Governo, trasformata in legge. Così, questo Paese, già abbastanza “cattivo” con i più deboli, lo diventerà ancora di più: si è varcato il limite che distingue il rigore della legge dall’accanimento persecutorio". (Famiglia Cristiana)

Armato di un accendino e di una bomboletta spray che usava come "lanciafiamme", ha tentato di dar fuoco ad alcuni cittadini bengalesi minorenni, costretti a farsi medicare all'ospedale San Giovanni. Per questo la polizia ha arrestato in via Conte Verde Ivan B., 20 anni, pregiudicato per reati contro la persona aggravati dall'odio razziale. L'accusa è di minacce e lesioni aggravate dall'odio razziale e detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. La successiva indagine degli investigatori ha consentito di accertare che B. I., in concorso con altri giovani ancora da identificare, fanno parte di una banda che da alcuni mesi ha preso di mira cittadini extracomunitari di nazionalità bengalese, minacciandoli in più occasioni di non frequentare il quartiere, episodi denunciati dalle vittime nello scorso mese di novembre. (Repubblica)

lunedì 9 febbraio 2009

Di che ti lamenti, italiano viziato?

Alcuni giorni fa scrissi un post sulla Crisi e gli immigrati. I media affermano che questi ultimi sono (o saranno) quelli più colpiti dalle crescenti difficoltà economiche. Io sostengo che quelle sono balle appositamente confezionate per tenere buoni gli xenofobi italioti, che potrebbero rimanere (a dir poco) spiazzati di fronte alla dinamicità e ingegnosità delle minoranze presenti nel bel paese. Ditemelo voi, sinceramente: a sopravvivere alla crisi saranno i genitori "per bene", quelli che non vogliono più fare i muratori e gli ortofruttivendoli, che vogliono per i propri figli un futuro da velina o da tronista, coloro che dopo l'incidente automobilistico a Civitavecchia si sono ritrovati in trecento - alle quattro del mattino - di fronte all'ospedale per capire se i ragazzi coinvolti nella tragedia erano i loro (non riuscivano infatti a contattarli) oppure quelli che hanno abbandonato su mezzi di fortuna paesi che versano in crisi ben peggiori, solo per ritrovarsi discriminati, sfruttati, sottoposti ad ogni angheria prima di riuscire ad affrancarsi, trovare un lavoro, prendere un pezzo di carta che giustifichi la loro quota di ossigeno e mantenere intere famiglie qui e nel proprio paese di origine? A sopravvivere alla crisi saranno gli adulti di domani, ovvero i minorenni drogati, le baby-cubiste, quelli che bruciano i barboni per noia, oppure quelli che parlano almeno due lingue, studiano con profitto, aiutano i genitori al lavoro, mentre i loro compagni griffati dalla testa ai piedi (ma i libri di testo sono sempre troppo cari) si divertono a prenderli in giro per il colore della pelle, per il cognome strano oppure perché loro padre fa il "kebbabaro"?

Si, certo, mi rendo conto che non tutti i genitori sono cosi. Che non tutti i giovani sono cosi. Lo dico a chi, evidentemente, non aveva capito il mio post e l'ha definito "la fiera del qualunquismo, della polemica senza ironia e della partigianeria tafazzista". Ma se si vuole uscire da questa situazione, si deve prendere atto che questi fenomeni preoccupanti sono tutt'altro che marginali. Che sono un indicatore forte di uno stile di vita che difficilmente si concilia con i tempi delle grandi difficoltà. Che dire per esempio di quel 70% di giovani che accusa i padri e si sente insoddisfatto perché i genitori "non sono diventati ricchi e potenti" (eppure quei padri sono sempre pronti a menare gli insegnanti se si azzardano a dare dell'imbecille ai loro figli) oppure di quel 32% di mamme che sogna che i propri figli "diventino personaggi famosi e riconosciuti per strada"? No, signori. Se gli immigrati davvero soccomberanno non sarà di certo per colpa della crisi ma per colpa delle misure discriminatorie (tipo il divieto di apertura di ristoranti di "diversa etnica" vigente a Lucca) che potrebbero essere varate nei loro confronti. Loro non vogliono diventare famosi, né accusano i propri genitori perché li hanno fatti nascere poveri. Loro si rimboccano le maniche, lavorano, risparmiano ed educano i propri figli cosi come loro sono stati educati nel loro paese di origine (l'incubo di quelli che vorebbero giovani "integrati" con i loro coetanei italiani, senza che ci dicano di quale tipo di coetanei parlano).

Ripropongo qui il commento di Fabio - un giovane lettore di questo blog - nella sua interezza. Forse sintetizza meglio il discorso sopra citato: "Purtroppo è vero che gli stranieri hanno meno difficoltà ad adattarsi alla "crisi". Riflettevo con un mio collega, cittadino italiano ma nato in Romania, su un fatto importante: la media-figli di una coppia italiana confrontata con la media-figli di una coppia straniera. Mi chiedo come facciano due genitori immigrati (per esempio, nordafricani) a crescere 3 o 4 figli con un solo stipendio in casa (e nemmeno troppo alto), quando una coppia italiana, con entrambi i coniugi che lavorano, e portano a casa 3000 euro al mese, dicono di far fatica a mettere al mondo un figlio. Risposta del mio collega: saresti disposto a rinunciare alle vacanze per cinque-sei anni per poter far crescere tuo figlio? NO. Saresti disposto a non spendere soldi in cose inutili, risparmiando su qualsiasi cosa, per far crescere tuo figlio? NO. Hai l'abbonamento a sky? SI. Riscaldamento a 25°C, docce calde che durano mezz'ora, luci accese fino alle 2 di notte? SI. E allora, di che cazzo ti lamenti, italiano viziato??? Ti sei dimenticato di come vivevano i tuoi nonni? Carissimo amico, hai perfettamente ragione, e accetto la lezione."

sabato 7 febbraio 2009

Verso l'epidemia, con ottimismo

Al di là del raccappriccio che suscita in me il clamore mediatico e politico costruito intorno al cosiddetto "caso Eluana", non posso che rilevare che è proprio uno strano paese, l'Italia. Si stanno stracciando tutti le vesti per far "vivere" - contro-natura, e questo va detto - un corpo che altrimenti sarebbe già morto da un bel po' mentre vietano allegramente (perché di questo si tratta, alla fine, checchè dicano i politicanti) le cure ai vivi che hanno avuto la sventura di lavorare in questo paese da "clandestini".

martedì 3 febbraio 2009

Dell'affermar negando

L'altro giorno un gruppo di criminali in erba ha dato fuoco ad un poveraccio indiano, costretto a dormire per strada perché ha perso il lavoro. Leggo su Il Corriere che il comandante provinciale dei carabinieri Vittorio Tomasone afferma "convinto" - si noti il "convinto" - che "Non c'è razzismo ma solo stupidità e sballo che li ha portati a compiere un gesto atroce". Su Repubblica ribadisce: "Al momento quel che sappiamo ci consente di escludere una matrice razziale". Ok, accettiamo l'autorevole parere del Comandante delle forze preposte a difendere cittadini e immigrati. Immigrati che, in questi ultimi tempi, subiscono di tutto: roghi, minacce, linciaggi. Tutti episodi isolati, per carità. Talmente isolati che ce n'è solo uno o due al giorno. Fiorenza Sarzanini, giornalista del Corriere, afferma anche lei che le motivazioni del gesto "pare - e si noti il "pare" - siano lontane dalla politica, da possibili derive razziste". Ok, accetto l'ipotesi della collega del quotidiano che ha dato una grande spinta alla tolleranza nel Bel Paese con personaggi del calibro di Oriana Fallaci e Magdi "Cristiano" Allam. Anche Miriam Mafai, su La Repubblica, afferma: "Un episodio di razzismo? Pare proprio di no". Poi recupera e afferma negando: "Questo non è razzismo. Forse, se possibile, è ancora peggio". E ancora: "Non c'è, dietro l'aggressione di Nettuno, nemmeno la spiegazione, se tale si possa chiamare, del razzismo". Mi piace l'enfasi con cui viene ripetuto il concetto. Ma che devo fare? Accetto pure questo. Eppure non so perché ma trovo incredibile il coro negazionista che si scatena dopo ogni episodio manifestamente razzista: uccidono un ragazzo nero? Non è razzismo. Danno del "negro di merda" a qualcuno durante una rissa? Non è razzismo. Malmenano un cinese che aspetta un pullman? Non è razzismo. Bruciano un negozio islamico? Razzismo? E quando mai? E via di questo passo. In Italia, sul tema razzismo, si nega anche l'evidenza, ormai. Il mondo intero punta il dito sull'Italia e denuncia il razzismo dilagante, ma in Italia sarebbero capaci di smentire anche il resto del mondo. Tanto gli stranieri (inclusi i corrispondenti dei media esteri) sono fessi. Vediamo infatti cosa dice il "ragazzino" arrestato che racconta ai carabinieri anche i dettagli del gesto: "Avevamo bevuto tanto e c'eravamo fatti le canne. Era tardi e stavamo ancora girando in macchina. Cercavamo un barbone, non doveva essere per forza uno straniero. Se era romeno o negro non ci fregava niente. Siamo passati dalla stazione e abbiamo visto uno sulla panchina". Avete capito bene: non sono mica razzisti, i figli della brava gente (d'altronde lo sottolineano sempre, in questi casi, quasi a voler preparare l'opinione pubblica all'indulgenza plenaria: "tre famiglie di gente per bene"). Gente per bene. La stessa che è pronta ad assieparsi davanti ai commissariati e urlare a squarciagola "bastardi" quando i criminali sono romeni o marocchini, ma mai quando sono italiani. Ma quale gente per bene? Se erano per bene mica lasciavano i figli, a 16 anni, girare a vuoto fino alle 3 del mattino. Per bene, si. E come no? Mica sono fessi. Non sono mica negri o romeni, loro...

lunedì 2 febbraio 2009

Consolidata tolleranza e ospitalità

È un immigrato di origini indiane di 35 anni, che da poco ha perso il lavoro e dormiva su una panchina del marciapiede del primo binario. L'uomo è stato selvaggiamente colpito, poi cosparso di benzina e dato alle fiamme. Il branco si è scatenato alle 4 di domenica mattina. Gli aggressori hanno selvaggiamente colpito l'uomo, che stava dormendo sulla panchina, con pugni, calci e bottigliate. Poi gli hanno spruzzato vernice grigia sul volto e sul collo, lo hanno cosparso di benzina e hanno appiccato il fuoco. L'uomo si è trascinato per alcuni metri, con i vestiti in fiamme, poi è crollato. I carabinieri, allertati da una persona rimasta ignota che ha telefonato al 112, hanno trovato l'indiano con le gambe già completamente ustionate e gli abiti ancora in fiamme. L'uomo è riuscito a dire di chiamarsi Singh e di avere 35 anni, poi ha perso i sensi per il dolore. E' stato accompagnato dal 118 al pronto soccorso dell'ospedale di Anzio e trasferito subito dopo al Centro grandi ustionati dell'ospedale Sant'Eugenio, con ustioni sul 40% del corpo. (...) I tre fermati per aver dato fuoco ad un cittadino indiano sono due giovani residenti a Nettuno, uno di 20 anni e l'altro di 30, e un diciassettenne residente ad Ardea. (...) Il presidente del Senato Renato Schifani bolla l'episodio come «un atto incivile che getta una grave ombra sui consolidati principi della tolleranza ed ospitalità del nostro Paese». Duro è anche il commento del presidente della Camera Gianfranco Fini che parla di «violenza razzista e di teppismo criminale». Violenze come questa, afferma il ministro degli Esteri Franco Frattini, vanno «rigorosamente sanzionate». «Bisogna fare di tutto - incalza il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto - per evitare l'imbarbarimento della nostra società». E simile è anche l'analisi del segretario del Pd Walter Veltroni secondo il quale l'aggressione alla stazione di Nettuno è senz'altro il «frutto di predicazioni xenofobe, di un clima, creato ad arte, di odio e paura». (Corriere)

domenica 1 febbraio 2009

Siano espulsi gli italiani!

Nel post di ieri avevo scritto di essere solidale con gli operai inglesi in sciopero contro la presenza di un barcone di immigrati italiani intenzionati a rubare loro il lavoro. Avevo scritto, riferendomi ai lavoratori inglesi, che "alcuni di loro sono ripresi in una fotografia del Daily Express mentre agitano il dito medio e fanno il gesto dell’ombrello davanti al naso degli operai italiani". Ebbene, mi voglio scusare con i gentlmen inglesi per questo imperdonabile errore. Avevo capito male io. Anzi, diciamocela tutta: non immaginavo neanche lontanamente che gli operai italiani, gentilmente ospitati sul territorio della Gran Bretagna per rubare il lavoro agli inglesi, si sarebbero comportati con tale volgarità nei confronti dei Padroni di casa. Leggo ora infatti su Repubblica che ad agitare il dito medio erano gli immigrati italiani: "La fotografia pubblicata in prima pagina dal Daily Express, quotidiano tabloid che spesso cavalca la xenofobia anti-immigrati stranieri, in cui si vedevano due dei nostri operai che mostrano il dito medio e fanno il gesto dell'ombrello, ha ulteriormente riscaldato gli animi". Mi chiedo: di quale xenofobia anti-immigrati e quale riscaldamento degli animi stanno parlando quelli di Repubblica? Vorrei proprio vedere le reazioni della politica e dei media del Bel Paese se su un giornale italiano fosse comparsa la foto di due immigrati marocchini o rumeni che alzano il dito medio rivolgendosi agli scioperanti italiani. Avrebbero tappezzato le città di manifesti stile "Padroni a Casa Nostra". Di sicuro qualcuno avrebbe distrutto il negozio di qualche cittadino straniero della stessa nazionalità dei colpevoli. Probabilmente avrebbero promulgato leggi contro l'insubordinazione degli immigrati che si sono macchiati del reato di lesa maestà. Mi appello al governo di Sua Maestà la Regina affinché vengano immediatamente espulsi i due operai italiani (in attesa che siano espulsi anche gli altri) arrivati in Inghilterra non con l'intenzione di lavorare e integrarsi ma con l'intenzione di provocare e spadroneggiare a casa altrui.

Mandati al tappeto

Francesco Alberti, Corriere della Sera

Spogliata di tutto
. Sono stati portati via i mobili e le sedie in legno, ma soprattutto il tappeto di 600 metri quadrati sui quali 5 volte al giorno pregano i quasi 300 musulmani di Parma. Se non fosse per qualche Corano appoggiato qua e là, ci vorrebbe un indovino per capire che quell'enorme capannone affogato in zona artigianale (1000 metri quadrati per 10 metri d'altezza) in realtà è una moschea. E pure nuova, con neanche un anno di vita. Desolatamente vuota, ora. Ma soprattutto priva di quel tappeto che, nel rito islamico, riveste un ruolo di particolare importanza, consentendo al fedele di non venire a contatto con le "impurità" del suolo.

Crociate leghiste? Petizioni? Macchè, per mandare al tappeto gli islamici di Parma è stato sufficiente aggrapparsi ad un cavillo normativo sulle norme antincendio. Da un sopralluogo dei vigili del fuoco è infatti risultato che la presenza del tappeto della preghiera (che contiene nylon), così come della mobilia e delle sedie in legno, poteva costituire un pericolo. Risultato: i vigili del fuoco hanno revocato il certificato di prevenzione incendi e l'assessorato all'urbanistica ha sospeso l'agibilità dei locali. Il problema è che di quel tipo di tappeti al nylon sono piene le moschee d'Italia. "A cominciare da quella di Roma, ma lì nessuno dice niente: e invece qui ci si attacca a tutto" ha denunciato alla "Gazzetta di Parma" il presidente degli islamici, Farid Mansouri, dando voce al risentimento dell'intera comunità: "Ci sentiamo discriminati. Noi non cerchiamo conflitti, ma abbiamo l'impressione che dietro l'applicazione di alcune norme si nasconda un odio nei nostri confronti". Senza considerare poi il danno: il tappeto incriminato è infatti costato 6 mila euro e ce ne vorranno "almeno 21 mila per acquistarne uno in regola".

A far scattare il sopralluogo dei vigili è stata la segnalazione di un artigiano, Cesare Piazza, 45 anni, da tempo in guerra con il Comune per quella moschea che, sostiene, "è stata costruita in un'area che non prevede luoghi di culto". Neanche lui, però, si aspettava di vedere tappeti e mobilia accatastati in strada: "Il mio obiettivo non è svuotare la moschea, ma farla spostare: non ce l'ho con gli islamici". Chi invece segue con apprensione la vicenda è l'assessore all'urbanistica, Francesco Manfredi: "Noi ci siamo limitati ad applicare la legge. Però comprendo l'amarezza della comunità islamica. Si parla tanto di integrazione, poi basta una storia come questa per intossicare il clima...". Problemi che non si pongono ad Azzano Decimo (Pordenone), dove il sindaco leghista, Enzo Bortolotti, si prepara ad emanare un'ordinanza che vieta agli islamici di pregare in tutto il territorio comunale. Decisione, questa sì, ad alta infiammabilità (politica).