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martedì 31 marzo 2009

Insofferenti piromani

Il rogo doloso divampato all’alba di sabato in un alloggio popolare Arte di via Pedrini, a Begato, è stato il campanello d’allarme. Una famiglia composta da padre, marocchino, madre, genovese, e dalla loro bimba di due anni ha rischiato di morire tra le fiamme. La tragedia è stata evitata grazie all’intervento tempestivo dei vigili del fuoco. Ma il capofamiglia, Omar Sendal, 28 anni, si è fratturato le gambe lanciandosi dalla finestra col proposito di salvare moglie e figlia. Gli inquirenti hanno subito ipotizzato che il gesto possa avere una matrice xenofoba. È ancora tutto da dimostrare, certo. Ma, nel quartiere, la tensione è alta. Anche le testimonianze raccolte a caldo nella zona, hanno un tono più improntato all’insofferenza verso gli stranieri che alla solidarietà. La memoria torna al giugno 2006 quando, in diverse zone della città, esplosero sollevazioni e piccole violenze contro l’insediamento in appartamenti comunali di famiglie di rom slavi provenienti dal campo nomadi della Foce, chiuso definitivamente allora dall’ex giunta Pericu. Tre anni fa, volò qualche pugno e ci fu una minaccia con coltello. A Begato, l’altro giorno, è accaduto di molto peggio. Bruno Pastorino, assessore al Patrimonio del Comune: "Sono preoccupato per le richieste crescenti di alloggi da parte di immigrati e per l’insofferenza degli italiani. Serve un incontro urgente in prefettura per esaminare la situazione".

Vincenzo Galliano, Il secolo XIX

Credo che il capitolo "case popolari" sia uno dei capitoli più discussi quando si accenna alla presenza extracomunitaria in Italia. Si sente spesso, infatti, che gli stranieri - cosi come "rubano" il lavoro e le donne agli italiani - "rubano" anche le "case popolari". Ennesima leggenda metropolitana, ovviamente: La legge italiana, attraverso l’art. 40, comma 6, del Testo unico sull’immigrazione (decreto legislativo n. 286 del 1998), stabilisce che: “Gli stranieri titolari di carta di soggiorno e gli stranieri soggiornanti in possesso di permesso di soggiorno almeno biennale e che esercitano una regolare attività di lavoro subordinato o di lavoro autonomo hanno diritto di accedere, in condizione di parità con i cittadini italiani, agli alloggi di edilizia residenziale pubblica”. In condizione di parità, afferma la legge. Non vengono quindi inseriti in una graduatoria a parte. Non usfruiscono di corsie preferenziali. La domanda sorge quindi spontanea: come fanno, coloro che si lamentano, a credere ancora alla bufala secondo cui gli stranieri "scippano" agli italiani anche gli alloggi popolari? Vallo a sapere. Ma ciò che mi meraviglia ancor di più è che al posto di illustrare al gentile e civile elettorato "insofferente" il motivo per cui non c'è bisogno di andare a bruciare la gente nelle proprie case, c'è chi si dice invece preoccupato per le "richieste crescenti di alloggi da parte degli stranieri". La solita metafora del lupo e dell'agnello: l’agnello si abbevera a valle di un corso d’acqua, il lupo a monte. Eppure quest'ultimo riesce lo stesso ad accusare l’agnello di inquinargli l'acqua. Questa volta, però, a monte pare che ci siano i soliti, simpatici ed insofferenti piromani.

domenica 29 marzo 2009

Oltre al danno, la beffa

Vi ricordate la strage di Novi Ligure? "Dei due assassini non è ancora possibile capire la nazionalità. Avrebbero agito senza dire una parola e non sarebbero state individuate dall'unica superstite caratteristiche somatiche particolari" annuciava allarmato il Corriere. Erika De Nardo, la "superstite" di cui parlava il Corriere, ricordava "tutto bene e con precisione" secondo il procuratore Carlo Carlesi. Poi si scopre che quella che ricordava tutto e bene e con precisione altro non era che l'assassina di mamma e fratellino. Vi ricordate la strage di Erba? Tutti addosso al marito tunisino, con qualche politico che delirava addirittura di macellazione rituale. Poi si scopre che erano gli italianissimi vicini di casa. A dimostrazione del fatto che anche gli italiani uccidono (e stuprano, e rubano, ecc). Stavolta, però, la presunzione d'innocenza della società italiana era salva: a differenza dello "stupro di capodanno", quello della Caffarella era stato commesso da romeni. Con tanto di confessione che solo Dio sa come è venuta fuori. Poi colpo di scena, li scagiona il Dna. Poi infine si scoprono i veri colpevoli. Ma quelli di prima rimangono dentro lo stesso. Anzi, ad uno di loro - Karol Racz - si tenta di rifilare un altro caso di stupro. E' romeno? E va beh...se non ha commesso questo avrà commesso quell'altro, avranno pensato gli zeloti annidati tra gli investigatori, i politici, i media e l'opinione pubblica. Poi finalmente viene liberato, e per riabilitarlo viene invitato nei soliti famigerati salotti televisivi. Perché parlo di questo caso? Non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sappiamo sui pregiudizi, discriminazioni, soprusi commessi a danno degli immigrati, specie se coinvolti in episodi di cronaca nera. Ne parlo perché a Karol Racz, provato e in lacrime nello studio di Porta a Porta, viene offerto finalmente un posto di lavoro: Filippo La Mantia, un famoso chef romano, gli offre un posto come pasticcere (competenza che Karol aveva già acquisito) nel suo ristorante. Ebbene: indovinate come è finita. La Mantia ha dovuto fare retromarcia di fronte ai reclami: tre cameriere si sono «licenziate» prima ancora di firmare, una ditta di facchinaggio ha sostenuto che i colleghi italiani senza lavoro hanno più diritti di Racz a un contratto e un'agenzia turistica ha minacciato via fax di non mandare più clienti. La Mantia non riesce a capacitarsi: "Racz è stato già giudicato, per la gente è e resterà "faccia da pugile". Non importa a nessuno che non abbia un letto. Il mostro non è lui, siamo noi". Già, oltre al danno, la beffa. Razzista, ovviamente, e sennò che beffa è?

sabato 28 marzo 2009

venerdì 27 marzo 2009

Caccia gli stranieri dal tuo bar

Cartello apposto davanti l’entrata del bar “Alle 3 botti
di via Buonarroti all’Arcella, quartiere a nord di Padova

La Stampa, di Pier Francesco Quesitonio

E’ ancora avvolta dal mistero la sparatoria di sabato notte in via Vibò. Due giovani marocchini sono rimasti feriti alle gambe da una serie di colpi d’arma da fuoco esplosi da persone ancora sconosciute. E adesso la gente ha paura. Potrebbe anche essere stato un agguato a sfondo razzista o una vendetta dopo una rissa, accaduta qualche giorno prima. Infine un’azione punitiva e generica contro gli stranieri. Spiega il barista del «Good Luck», Franco Poncini: «Spesso vengono nel mio locale tanti ragazzi marocchini. Gente che lavora, che non ha mai dato problemi. L’altra sera guardavano la partita della Juve, abbiamo visto un ragazzo andare avanti e indietro davanti al bar, con il volto protetto da un casco. Poi i colpi di pistola, l’arrivo della polizia e lo sgomento per quanto accaduto».

La settimana scorsa, proprio davanti al bar, tre italiani hanno provocato i coetanei marocchini. Frasi razziste e minacciose. I nordafricani hanno deciso di difendersi ed è scoppiata una rissa. Gli italiani hanno avuto la peggio, sono stati picchiati con violenza. Ancora Poncini: «E’ venuto un tizio, sempre italiano, che abita in zona e mi ha fatto questo discorso: “Se continui ad ospitare i marocchini nel bar finisci male e ti facciamo chiudere”». Il barista, coraggiosamente, ha presentato una denuncia in questura: «Non ho nessuna intenzione di rinunciare alla mia clientela, composta da ragazzi stranieri bravissimi, educati e rispettosi delle regole». Nulla a che vedere con i pusher senegalesi che infestano la zona.

Altre reazioni. Andrea Gallo e Giuseppina Asaro, panettieri di via Vibò: «Apriamo anche la notte, grossi problemi non ne vediamo. E’ vero ci sono tanti extracomunitari ma non vuol dire assolutamente niente. Qui ci rispettano tutti, comprese le famiglie di immigrati». Infine Anna Dilascia, la barista del chiosco in mezzo ai giardinetti: «La sparatoria e la rissa sono stati gli episodi più gravi, non ci sono precedenti. Certo i locali che tengono aperto tutta la notte, possono attirare anche qualche balordo. Non riusciamo a capire. Questi episodi possono avere creato un clima di intolleranza, specie in questo momento di crisi. Non credo che ci sia nessuno pronto a sparare. Siamo molto spaventati». E poi molte persone che non vogliono dire i propri nomi: «C’è un razzismo latente, questo è vero. E i colpi di pistola di sabato aggravano la situazione. Ci sono più scippi, più furti. E più tossici in giro».

I due marocchini, due persone con il permesso di soggiorno, incensurati e lavoratori, sono stati feriti ad una coscia e ad un ginocchio, mentre un terzo proiettile ha trapassato il polpaccio. Era accaduto alle 22,30, all’incrocio tra via Vibò e via Bibiana, vicino a un giardino pubblico con una giostra e alcuni giochi per bambini. «Stavamo passeggiando tranquilli per i fatti nostri - hanno riferito i due extracomunitari, senza precedenti penali, agli inquirenti - quando abbiamo sentito esplodere diversi colpi dai giardinetti. Siamo scappati, ma qualcuno ci ha colpito alle gambe. Abbiamo chiamato noi il 118». Gli agenti del sostituto commissario Antonino Runci, capo della sezione Falchi della squadra mobile, erano intervenuti immediatamente sul posto. Gli agenti della Scientifica hanno recuperato due piccole ogive, esplose probabilmente da un piccolo revolver a tamburo. Calibro 6,35. Per ora non ci sono testimoni e la polizia li sta cercando. Difficile che a quell’ora nessuno abbia visto niente.

domenica 22 marzo 2009

Santi e Porci

Il 9 febbraio scorso, affermai che gli immigrati, se non discriminati, non avranno nessuna difficoltà a far fronte alla crisi. Un' affermazione in controtendenza rispetto a quanto sostenuto dai media, in un maldestro tentativo di tranquillizzare l'opinione pubblica impregnata di xenofobia, e cioè che gli immigrati saranno quelli più colpiti dai recenti sconvolgimenti economici. Se è vero che gli immigrati saranno colpiti, scrissi allora, non lo saranno perché "vivono di contratti a termine, lavoro precario e poco pagato" ma perché soggetti a misure discriminatorie tipo le leggi razziali approvate dal Comune di Lucca che recitano - papale papale - che in centro "non è ammessa l’attivazione di esercizi di somministrazione, (ristoranti, ndr) la cui attività sia riconducibile ad etnie diverse". O le svastiche e minacce sui negozi islamici a Bologna. Oppure i provvedimenti governativi che escludono a priori i contribuenti stranieri da agevolazioni e aiuti. L'aumento delle tasse di ingresso e permanenza regolare in Italia, soldi che andranno a rimpinguare fondi di assistenza da cui saranno esclusi gli immigrati, che pur sono regolari contribuenti, ecc ecc.

Ebbene, a dimostrazione del fatto che c'è un particolare accanimento contro gli immigrati che lavorano, producono e pagano le tasse, arriva l'ultima mossa creativa: Con la circolare n. 27 del 25 febbraio 2009 l'INPS traccia le linee di intervento per l'attività di vigilanza 2009. Secondo tale documento, in questa recessione i controlli degli ispettori non devono ulteriormente danneggiare le imprese. Insomma, ispezioni meno rigide per tutti. Tranne per gli immigrati, ovviamente. Detto altrimenti, più libertà di violare la legge e calpestare i diritti dei lavoratori per le aziende italiane, più controlli e rigore verso le aziende gestite da stranieri. Nero su bianco, nella circolare c'è scritto che nel 2009 “Dovrà essere privilegiata la vigilanza verso le imprese gestite da minoranze etniche o organizzate con l’impiego di lavoratori appartenenti alle citate minoranze”. Perché secondo l'Inps, queste realtà produttive “operano spesso al di fuori di qualunque regolamentazione di carattere lavoristico, previdenziale e fiscale” e “realizzano non di rado vere e proprie forme di sfruttamento della manodopera”.

Nel rilasciare questa sconvolgente circolare, quelli dell'INPS si inventano anche il termine "Azienda etnica", e fingono di adeguarsi a normative europee, in particolare ad una direttiva Ue (ancora in fase di recepimento) che impone sanzioni anche penali per i datori di lavoro che impiegano in nero cittadini irregolari extraUe. In realtà, l'unione europea non dice di controllare le cosiddette "aziende etniche" ma invita gli Stati membri a stanare le imprese che utilizzano lavoratori extracomunitari irregolari. Tutte. Ora identificare tale realtà con il ristorante indiano o il negozio di souvenir senegalesi è una vera e propria presa per i fondelli. Tutti sanno che ad assumere lavoratori extracomunitari in nero sono principalmente i datori di lavoro italiani, forti del loro status di autoctoni e ora anche del lassismo propugnato dall'esecutivo nei loro confronti. Le imprese italiane sono ai primi posti in Europa nella classifica delle violazioni dei diritti dei lavoratori. E tutti sanno che gli immigrati regolari si guardano bene dall'infrangere la legge, assumere clandestini, evadere le tasse o altro, per paura di perdere il permesso di soggiorno o l'opportunità di prendere - "faccetta nera, aspetta e spera" - la cittadinanza.

Poi quando l'agenzia Onu per il lavoro si azzarda a descrivere un'Italia "razzista e xenofoba" dove vengono calpestati i diritti dei lavoratori immigrati, c'è pure chi ha il coraggio di affermare che si tratta di accuse "false, non dimostrate con elementi concreti e dunque da respingere al mittente". Anzi, "Il quadro dell'Italia non è quello rappresentato nel rapporto del comitato dell'Ilo". In realtà il quadro dell'Italia è ancora peggiore: l'INPS non ha fatto che mettere per iscritto ciò che viene praticato da lungo tempo. Lo zelo con cui i vigli urbani danno le multe agli autisti stranieri, tracciano i verbali ai commercianti stranieri, controllano l'agibilità dei locali stranieri, si ingegnano a trovare scuse per chiudere le scuole e le moschee (spesso su commissione dei politici) era a dir poco sospetto. Lo hanno dimostrato anche fior fiore di inchieste e documentari, che c'era un doppiopesismo a dir poco sconcertante, in quanto a controlli. E c'è anche chi ha la faccia tosta di ribattere che ci sono le leggi e che bisogna rispettarle. Che oltre ai diritti (ma dove sono?) ci sono anche i doveri. Grandioso: ma le leggi le devono rispettare tutti oppure no? I doveri, devono essere osservati da tutti oppure no? Pare che, cosi come in Africa ogni giorno una gazzella si sveglia e sa che deve correre più in fretta del leone o verrà uccisa, in Italia, tutti i giorni, gli italiani si svegliano con la convinzione di essere santi e di dover rintracciare qualche immigrato delinquente. Dopottutto non è una brutta convinzione: come diceva Giovanni Papini, chi non si propone almeno una volta nella vita di essere santo, è un porco.

sabato 21 marzo 2009

Grazie per i biglietti

di Michele Focarete, Il Corriere

Henry Jose Villarroel Centellas, boliviano di 32 anni, è alla guida di un camion su una grande arteria milanese. In tasca ha una patente falsa e un decreto di espulsione del 2005 che il questore di Bergamo gli aveva notificato, ma che il Sudamericano si era ben guardato da prendere in considerazione. Di più. Centellas era già stato rimpatriato, scortato da due agenti e consegnato alla polizia di Cochabamba. E, l'altro giorno, quando i vigili urbani lo hanno fermato, hanno scoperto che era ancora qui. A guidare con una patente falsa. E, come lui, tre giorni più tardi, anche Arie Sharon, 60 anni, israeliano di origini romene, in auto senza patente né assicurazione, era stato pizzicato a Milano. Dopo le verifiche di prassi, la sorpresa: l'extracomunitario era clandestino ed era già stato espulso il 30 ottobre 2008 e rimpatriato. Non casi isolati, ma quasi la norma. Come un marocchino di 31 anni arrestato dalla polizia locale di Milano lo scorso 13 settembre per non avere rispettato due provvedimenti di espulsione. Non solo: era già stato fermato per identificazione o per reati vari 34 volte in diverse città d'Italia. Tra le motivazioni: spaccio di droga, furto aggravato, occupazione abusiva, resistenza a pubblico ufficiale, guida senza patente. Ma c'è dell'altro: nel novembre 2005 era stato fisicamente messo su un aereo con volo diretto per Casablanca. Tre dei tanti episodi che avevano fatto tuonare il vicesindaco e assessore alla sicurezza, Riccardo De Corato, Pdl. «Uno sperpero delle risorse dello Stato. Nonostante i decreti di espulsione e i rimpatri coatti, ce li ritroviamo a circolare per la città. Così come stanno le cose lo Stato paga solo gite turistiche a migliaia di clandestini».

E snocciola i numeri. «Gli agenti della polizia locale, solo lo scorso anno, hanno fotosegnalato 1.013 clandestini, di cui 90 avevano già ricevuto il foglio di espulsione. Uno su dieci». Sempre a Milano, nel 2007 l'espulsione è scattata per 3.088 stranieri, ma solo 653 erano stati imbarcati su un aereo e rimpatriati: uno su cinque. Tutti gli altri sono rimasti in Italia. Nel 2008 il questore Vincenzo Indolfi ha firmato 3.332 decreti di espulsione e la polizia ha arrestato un migliaio di clandestini, perché non avevano rispettato il decreto. Anche i carabinieri, sempre lo scorso anno, hanno arrestato 2.800 stranieri che non avevano rispettato il decreto di espulsione e ne avevano denunciati 2.900 senza documenti. Numeri importanti anche a Roma. Sempre nel 2008, 6.216 cittadini extracomunitari sono stati raggiunti dal provvedimento di espulsione, 1.026 arrestati per non aver lasciato l'Italia, il 16 per cento. Mentre 1.197 sono stati trattenuti presso il Cie (centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria. E più di mille cittadini comunitari sono stati allontanati per motivi di sicurezza. Bulgari e romeni espulsi sono ritornati automaticamente grazie all'adesione dei loro rispettivi Paesi all'Unione europea. Perché le cose non vanno? Bizze legislative, un numero insufficiente di centri di identificazione, scarsa collaborazione da parte dei consolati stranieri, giudici buonisti. Al decreto di espulsione segue un ordine di "soggiorno" in un Cie in attesa che sia eseguito il decreto di espulsione, cioè di essere identificati tramite ambasciata e riportati al proprio Paese.

Nell'impossibilità di trattenere lo straniero e rimpatriarlo (spesso capita che i centri siano pieni o che non ci sia la disponibilità di aerei nelle settimane seguenti) al decreto di espulsione fa seguito un invito a lasciare l'Italia entro 5 giorni. Nessuno lo rispetta. Se rimane e viene ricontrollato dalle forze dell'ordine, c'è l'arresto: però al massimo è condannato a qualche mese e rilasciato a piede libero. Se viene ripreso, non può essere giudicato due volte per lo stesso reato. Così il clandestino rimane in Italia, nell'illegalità, senza potersi regolarizzare per 10 anni, in quanto schedato: sarà preda di caporali e compromessi per sopravvivere. Chi deve far rispettare la legge, allarga le braccia. Non se la sente di esternare in pubblico, ma il coro è pressoché unanime: «Vengono espulsi e non se ne vanno. Li arrestiamo e non stanno dentro. Li riprendiamo e non possiamo più farci niente ». L'ultimo esempio, in ordine cronologico, è quello dei fratelli albanesi di 25 e 27 anni. Entrambi clandestini e con una sfilza di precedenti. Già espulsi e arrestati, sono stati di nuovo trovati per strada, ammanettati, condannati, espulsi e, alla fine, rimessi in libertà perché non c'era posto nel centro di identificazione di Milano. I due— e questo è il paradosso — erano stati arrestati di venerdì sera, condannati sabato e rilasciati subito dopo per la sospensione della pena. Ritornati all'ufficio immigrazione sono stati liberati per mancanza di posti al Cie. Se il clandestino non viene riconosciuto entro 60 giorni dal fermo, torna libero. Addirittura, per i brasiliani, è necessario il consenso dell'espulso.

«Così — sottolinea un poliziotto dell'ufficio immigrazione di Roma — riusciamo a rimpatriarli solo a Natale e a carnevale, quando sono contenti di ritornare in famiglia. A spese nostre». Allora ci si può chiedere: è valida la Bossi-Fini? Spiega Saturno Carbone, segretario generale provinciale di Roma del Siulp, il sindacato di polizia: «Dobbiamo ragionare sulle cifre che si conoscono. Ad esempio le espulsioni in Italia nel 2008 sono state oltre 6.000, il 28 per cento in più rispetto all'anno prima. Ma le riammissioni per vari motivi sono state 6.424. Altro dato sconfortante è quello relativo agli sbarchi: 67.000 nei paesi Ue, 36.952 in Italia, più del 50 per cento». E va giù duro anche il segretario nazionale del Siulp, Giuseppe De Matteis: «La soluzione va oltre gli slogan. Quando uno straniero riceve il decreto di espulsione, non se ne va. E quando viene espulso, accompagnato alla frontiera e consegnato alle polizie locali, il più delle volte, dopo appena 48 ore, è già rientrato in Italia. Quando qualche tempo fa si è scatenata l'indignazione pubblica dopo il barbaro omicidio a Roma della signora Reggiani, la politica ha promesso migliaia di espulsioni. A tutt'oggi posso dirvi che le espulsioni reali sono state trentuno, a fronte degli oltre 6.000 decreti di espulsione, dal periodo 1 dicembre 2007 al 20 marzo 2008. E dei trentuno espulsi, quasi tutti sono già rientrati in Italia».

venerdì 20 marzo 2009

Attaccare per non essere attaccati

Nei giorni scorsi si è levata un'incredibile gazzarra mediatica sulla conferenza ONU contro il razzismo (Durban II) in programma a Ginevra in aprile. Ad inaugurarla ufficialmente in Europa (la gazzarra, ndr) è stata l'Italia con il ritiro della propria delegazione dai negoziati. Il ministro degli esteri Franco Frattini ha spiegato che la decisione è stata presa a causa delle "frasi aggressive di tipo antisemita" contenute nella bozza di dichiarazione che sarebbe stata sottoposta all'approvazione degli stati presenti alla Conferenza. La seconda ragione che ha indotto il ministro a ritirare l'adesione è la richiesta dei paesi africani e dell'Organizzazione della Conferenza Islamica di elaborare nuovi «standard complementari» a integrazione della normativa internazionale sul razzismo: in sostanza, una revisione della definizione di razzismo e di discriminazione razziale, per "combattere la diffamazione delle religioni". Sottolineando il "valido contributo di tutte le religioni alla civilizzazione moderna" si chiedeva quindi di fornire una protezione adeguata contro tutti gli atti di odio derivanti dalla "diffamazione delle religioni" e dall' "incitamento all'odio religioso".

Non voglio entrare nel merito delle gravissime accuse rivolte alla bozza. L'aspetto più interessante, semmai, è che sia proprio l'Italia ad indignarsi e ad agitarsi su un tema cosi sensibile come il razzismo. Tanto da spacciare l'azione di protesta che ha portato alla modifica della bozza (dove ora non compare Israele) per una grande vittoria italiana. Addirittura, udite udite, Il ministro Frattini ha spiegato che L'azione dell'Italia per modificare la dichiarazione finale della Conferenza dell'Onu sul razzismo, è nata ''per difendere la credibilità delle Nazioni Unite". Ed io che pensavo che fosse più importante difendere la credibilità dell'Italia. Con quale credibilità, infatti, l'Italia si pronuncia sui temi del razzismo, quando essa stessa è sul banco degli accusati? L'agenzia Onu per il lavoro nel suo ultimo rapporto fotografa un'Italia in cui vige un clima di intolleranza verso gli stranieri. Un'Italia "razzista e xenofoba", questi sono gli aggettivi usati. La colpa, sempre secondo l'agenzia, è anche dei leader politici italiani, colpevoli di usare una "retorica aggressiva e discriminatoria". Vengono anche chiesti interventi "per contrastare il clima di intolleranza e per garantire la tutela ai migranti, a prescindere dal loro status".

Il ministo Frattini respinge ovviamente con forza e sdegno le accuse, definendole "false, non dimostrate con elementi concreti e dunque da respingere al mittente". Se fosse per gli elementi concreti, basta fare un rapido giro su questo blog, nella sezione "razzismo" o "brava gente": ce n'è una minima parte. Basterebbe sfogliare la ricca rassegna stampa estera in materia. Ma senza andare tanto lontano, basta ricordare le parole del Presidente Napolitano: "Siamo dinanzi a episodi raccapriccianti che vanno ormai considerati non come fatti isolati, ma come sintomi allarmanti di tendenze diffuse", del Presidente Fini: "non me la sento di suggerire una guardia bassa. Sta riapparendo sulla scena un mostro in forme diverse rispetto al passato", di Veltroni: ''Il pesante clima di intolleranza che si sta diffondendo nel Paese impone a tutti una profonda riflessione. Si ripetono con allarmante frequenza episodi inaccettabili, aggressioni, violenze, discriminazioni", del Presidente della CEI: "Vogliamo credere che non si tratti già di una regressione culturale in atto, ma motivi di preoccupazione ce ne sono, e talora anche allarmi", di Mons. Marchetto: "Il governo italiano insiste: qui non c'è alcun allarme razzismo ma la discriminazione invece esiste".

Per ciò che riguarda il capitolo "diffamazione delle religioni", stendiamo un velo pietoso. Se dovessi limitarmi alla sola religione islamica, ebbene: dall'urina sparsa sui terreni destinati alla costruzione di moschee alle magliette con caricature esibite in diretta televisiva, l'Italia non la batte nessuno. Il culmine è stato raggiunto nel momento in cui l'Inghilterra ricaricava su un aereo il deputato islamofobo autore del documentario "Fitna": in Italia qualcuno lo voleva addirittura accogliere in Parlamento, con tanto di editoriali favorevoli. Voglio quindi capire come fa il Ministro Frattini, alla luce di quanto sopra esposto, a "respingere le accuse al mittente"? Ad affermare che «Il quadro dell'Italia non è quello rappresentato nel rapporto del comitato dell'Ilo»? Se il quadro non è quello descritto dal rapporto, dove vivono le più alte cariche dello stato, i leader dell'opposizione, i vertici della Chiesa, i corrispondenti esteri? Negli altri paesi attenzionati dal rapporto, ovvero il Benin, il Burkina Faso, il Camerun e l'Uganda? O in qualche democrazia del Medio Oriente?

giovedì 19 marzo 2009

I ragazzi che si merita

«Facciamo come i colleghi arrestati a Brescia» dice l'agente Mele. Si riferisce ad una banda di carabinieri e vigili urbani che rapinava extracomunitari. «Rapinare i negri», una suggestione che ricorre spesso nelle intercettazioni. Ogni Paese ha i ragazzi del coro che si merita.

Dalle intercettazioni ad un gruppo di 25 agenti di polizia a Genova. Il Corriere.

mercoledì 18 marzo 2009

Parli arabo? Giù dall'autobus

«Vai al tuo paese, negra, sporca p..., vai al tuo paese a fare la p...». La marocchina di 45 anni non sapeva più da che parte guardare la mattina di giovedì 19 febbraio mentre si trovava sul bus che dall'ipermercato Galassia di San Giovanni Lupatoto portava verso la stazione di porta Nuova. Non voleva credere alle sue orecchie eppure l'autista di quel bus si era rivolto a lei con quei termini razzisti davanti agli altri passeggeri. La «colpa» della badante in regola con il permesso di soggiorno? Aveva parlato in arabo al cellulare secondo la versione della donna. Un «reato» per l'autista del bus che, alla fine della corsa, avrebbe inflitto anche la sua condanna, scaraventando la vittima giù dal bus alla stazione di Porta Nuova di fronte a due testimoni.

Risultato? Un brutto colpo alla schiena alla marocchina, provocato dall'impatto coi gradini del bus e una prognosi di una ventina di giorni. A rimetterci anche l'anziano custodito dalla badante che, per tutti questi giorni, si troverà senza il suo sostegno quotidiano. Ora di questa aggressione se ne dovrà interessare la procura dopo l'intervento della polizia, avvenuto il giorno dell'aggressione. La nuova veronese, infatti, assistita dall'avvocato Cristiano Pippa, ha denunciato l'autista e l'atto è stato depositato in procura un paio di giorni fa. Toccherà ora agli inquirenti formulare eventualmente le accuse a carico dell'autista dell'Atv.

Nella querela, viene descritto dettagliatamente l'aggressione alla marocchina, vissuta quella mattina. Una volta uscita dal Galassia, la quarantacinquenne in compagnia della sorella e di un cugino è salita sull'autobus dell'Atv diretto a Porta Nuova. È così arrivata la chiamata sul cellulare della figlia che risiede in Marocco. La donna ha iniziato a parlare in arabo e tanto è bastato all'autista, in base alla denuncia della vittima, per manifestare tutta la sua ira nei confronti della donna. «Immediatamente», riporta la querela, «l'autista della corriera iniziava ad urlare e ad apostrofare la sottoscritta con parole dal contenuto offensivo e razzista». Le frasi riferite dalla donna nella denuncia non lasciano spazi a dubbi sulla loro matrice: «Basta, se vuoi parlare la tua lingua vai al tuo paese, negra sporca p..., vai al tuo paese a fare la p...» ed altre ancora. C'è anche chi si è spaventato, riporta la denuncia e ha chiesto di scendere dall'autobus alla fermata del supermercato Conad.

Durante il tragitto, l'autista «si alzava e ordinava alla sottoscritta di scendere dalla corriera con fare minaccioso e altri improperi» riporta la querela. Il dipendente dell'Atv continuava poi la corsa sfrenata fino a piazza XXV Aprile «con grave pericolo per i passeggeri e gli altri utenti della strada». Si arriva così alla stazione di Porta Nuova e l'aggressione prosegue: «Prima che riuscissi a scendere», riporta ancora la denuncia, «l'autista mi si avvicinava e mi apostrofava dicendo: "io non faccio l'autista dei negri, p..."».

Questa volta la donna, però, reagiva anche se era talmente forte lo stato di agitazione, paura e rabbia che non si ricorda più con quali parole replicò all'autista. La marocchina non ha dimenticato, invece, la reazione dell'autista che «con una violenta spinta», scaraventava la donna giù dai gradini del bus. La migrante riportava così lesioni come riportato nei referti allegati alla querela, guaribili in una ventina di giorni. Sul posto, sono intervenute le Volanti della polizia che hanno identificato l'autista che sarà iscritto nel registro degli indagati, trattandosi di un atto dovuto. Anche l'Atv ha già annunciato di rivolgersi alla magistratura per tutelare autista e azienda.

Fonte, L'Arena

sabato 14 marzo 2009

Un "immotivato privilegio"

Tempo fa scrissi un breve post intitolato "Verso l'epidemia, con ottimisimo" sulla scellerata legge che autorizza i medici a denunciare i clandestini in cerca di cure sanitarie. All'epoca, un mio lettore definì tali cure "un immotivato privilegio". Per capire quanto "immotivato" fosse il privilegio in questione segnalo che, proprio ieri, una prostituta nigeriana non è andata in ospedale per paura di essere denunciata: è morta per tubercolosi polmonare avanzata, e dunque altamente contagiosa. Trovata agonizzante da un cliente venerdì sera nelle campagne alle porte di Bari, potrebbe aver contagiato decine di persone che avevano avuto rapporti con lei, gli stessi soccorritori e i connazionali del centro d'accoglienza dove per un mese aveva vissuto. Per questi ultimi però, non c'è da preoccuparsi. Come recita il detto: prigione e malattia, chiedono compagnia.

domenica 8 marzo 2009

Un "altro" episodio "unico"

La domanda sorge spontanea: quanti "episodi" razzisti "unici" ci vogliono, affinché i politici e i media smettano di dire che l'ultimo episodio razzista era "unico"?

di Toni Visentini, Il Corriere

BOLZANO - Aveva rischiato il linciaggio un netturbino albanese scambiato per pedofilo in un quartiere popolare a Bolzano. Ora cinque degli aggressori, un uomo e quattro donne, hanno patteggiato un anno di reclusione ciascuno per l' aggressione. L' equivoco era nato due anni fa a luglio: l' operaio - sposato e padre di due figli, regolarmente in Italia da quattro anni e addetto alla raccolta dei rifiuti umidi - stava raccogliendo le immondizie quando si era messo a scherzare con un paio di ragazzini, di 10 e di 12 anni. Uno dei due bambini era stato inavvertitamente toccato alla nuca dall' albanese intento a mimare un gioco. Il ragazzino era andato a casa, aveva raccontato la cosa alla madre che si era agitata e l'aveva raccontata ad altre donne, interpretando male quello che invece poi si era rivelato uno scherzo del tutto innocente, amplificato nel racconto degli interessati fino ad ingigantirsi nel passaparola tra le madri. Quasi un centinaio di persone, tra cui molte donne, si erano così fatte attorno all' operaio aggredendolo a calci e sberle. Ad evitare quello che sarebbe potuto risultare un vero e proprio linciaggio era stato l' intervento della polizia. Alla fine l' albanese, terrorizzato, era stato sottratto alla folla ed era stato accompagnato all' ospedale per accertamenti. La vicenda aveva suscitato molto scalpore in una città tutto sommato tranquilla come Bolzano, dove la cittadinanza non è solita cercare di farsi giustizia da sé. Era anche intervenuto il sindaco Luigi Spagnolli, che aveva chiesto ufficialmente scusa al lavoratore straniero a nome di tutta la città. «Occorre riflettere su quanto è accaduto - aveva detto - ma credo che non si tratti di xenofobia vera e propria». «La vicenda - aveva aggiunto - è nata da un equivoco e forse l' uomo non ha potuto spiegarsi a sufficienza a causa della lingua. Non per questo i bolzanini vanno criminalizzati, dato che si tratta di un episodio unico, causato forse dall' isterismo di massa».

sabato 7 marzo 2009

L'Italia dall'estero

Bisognerebbe provare ad essere immigrato in Italia. Ogni anno questo Paese xenofobo dell’UE attua una strategia del terrore quando si tratta di immigrati: viene impiegato l’esercito per continuare a tenere in pugno gli immigrati, vengono deportati gli immigrati in regola senza lavoro, e a tutti i rom (anche ai bambini!) verranno in futuro prese le impronte digitali dando per scontato che questi inevitabilmente compiranno (prima o poi) atti criminali. Non si lesina sulla violenza quando si tratta di immigrati, che spesso sono bersaglio di omicidi e maltrattamenti a sfondo razzista. Quindi al momento l’Italia è probabilmente il Paese più razzista dell’UE. Un Paese in cui i partiti al governo flirtano apertamente con il fascismo e in cui ad ogni angolo della strada si può comprare un calendario di Mussolini non si addice a quell’immagine civile, moderna e progressista di cui l’Europa va tanto fiera. Anzi, un futuro Paese dell’UE deve poter garantire la sicurezza alle proprie minoranze per poter essere ammesso all’Unione. Ma allora neanche quest’Italia fascistoide, con le sue politiche d’immigrazione tanto disumane, potrebbe diventarne membro.

E zult het maar zijn: immigrant in Italië. Het xenofobe EU-land voert al jaren een schrikbewind als het gaat om immigranten: het leger wordt ingezet om immigranten in het gareel te houden, legale immigranten zonder werk worden gedeporteerd, en van álle Roma (ook kinderen!) zullen in de toekomst vingerafdrukken worden afgenomen ervan uitgaande dat deze per definitie criminele daden (zullen gaan) verrichten.Geweld wordt niet geschuwd als het gaat om immigranten, en deze zijn dan ook vaak doelwit van racistische moorden en mishandeling. Italië is hiermee wellicht het meest racistische EU-land van dit moment. Een land waar door regeringspartijen openlijk wordt geflirt met het fascisme, en op elke hoek van de straat een Mussolini-kalender te koop is, voldoet niet aan het beschaafde, ontwikkelde en progressieve beeld waar Europa zo trots op is. Sterker nog, een toekomstig EU-land móet de veiligheid van haar minderheden kunnen waarborgen om toegelaten te worden tot de unie. Dan zou het fascistoïde Italië met zijn mensonterend immigratiebeleid geen lid kunnen worden.

Sara Dahhane, VolksKrant

domenica 1 marzo 2009