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giovedì 30 aprile 2009

Valori e Regole. Il Vangelo secondo Magdi

Come già anticipato ieri, è uscita l'ennesima autobiografia di Magdi "Cristiano" Allam, fresco di candidatura come capolista UDC per le Europee nella circoscrizione Nord Ovest (candidatura enormemente ridimensionata nelle ultime ore con l'aggiunta, nella stessa circoscrizione, di un altro capolista, ben più blasonato: Emanuele Filiberto di Savoia). Ho letto la (ehm) "nuova" autobiografia in 27 minuti. Cronometrati. Direttamente nel bookstore della Mondadori, comodamente seduto su una poltroncina imbottita e senza spendere un centesimo, che all'autore - che sembra pure vantarsene - già bastano e avanzano gli aerei di stato, i furgoni apri-pista e i blindati con tanto di guardie del corpo pagati dalla collettività. Come si fa a leggere un libro di 200 pagine in meno di mezz'ora è presto detto: mi ha sostenuto lo Spirito Santo. Ininterrotamente per tutti i 27 minuti. D'altronde, l'ultimo libro di Magdi - intitolato "Europa Cristiana Libera" - è stato scritto (lo dichiara l'autore nelle pagine dei ringraziamenti) grazie ad un intervento speciale dello Spirito Santo, con il quale Magdi interloquisce direttamente: "Desidero innanzittutto ringraziare lo Spirito Santo che mi ha assistito ininterrotamente per una settimana donandomi l'intuito creativo, la lucidità mentale e la forza fisica per proseguire pressochè ininterrotamente, con brevi pause di 3-4 ore, fino al completamento di questa mia nuova opera autobiografica. Europa Cristiana Libera nasce sotto il segno dello Spirito Santo".

Manco si trattasse del Quinto Vangelo. Il Vangelo secondo Magdi. Se c'è voluta nientepopodimeno che una settimana per scrivere un libro che si legge in 27 minuti, allora autori di bestseller lo possono diventare tutti. Ma proprio tutti. E pensare che Dio ha creato il mondo in sette giorni e con un giorno intero di pausa, pure. Scherzi a parte, quante novità volete che siano capitate in meno di un anno dall'ultima autobiografia? Non so voi ma io credo fermamente che i direttori editoriali dovrebbero fissare un tetto massimo alle autobiografie concesse agli scrittori viventi: insomma, potrebbero scriverne una quando sono ancora nella culla (sempre sperando che siano in grado di parlare e scrivere con il sostegno dello Spirito Santo), una quando sono di mezz'età e un'altra quando sono vicini alla conclusione della loro carriera terrena o, se sostenuti da forze ultra-terrene, direttamente dall'Aldilà. Magdi invece, in questi ultimi anni, ha sempre e solo sfornato autobiografie e - con tutta onestà - non credo ci sia nulla di diverso rispetto a quelle precedenti, anche perché - purtroppo - non mi sembra che lo Spirito Santo sia riuscito a cambiare il corso degli eventi con una veloce incursione nel passato. Il risultato è che per buona metà del libro, ci si deve sorbire la ripetizione del repertorio della nascita al Cairo, gli studi presso i Salesiani, la dittatura di Nasser, la carriera giornalistica in Italia. Quindi una buona metà del libro può essere sfogliata in 5 minuti: il tempo di girare le pagine, controllando che non ci sia qualche novità e qui mi riferisco al fatto che Magdi asserisce di aver lasciato Il Corriere consensualmente e con la benedizione di Paolo Mieli, dopo un periodo di pausa dovuto al fatto che un suo articolo era stato "censurato" in parte.

Dopodichè si possono impiegare altri 15 minuti per girare le pagine dell'altra metà: ogni tre righe Magdi ci ripropone - integralmente - un suo editoriale pubblicato sul Corriere o un articolone pubblicato sulle pagine del suo sito personale. Roba che potete leggere gratuitamente, appunto, sul sito del Corriere o su quello dell'autore. Tra un editoriale e l'altro, invece, ci sono interminabili elenchi di nomi. Perché Magdi ha il vizio di raccontare la sua vita mondana elencando con estrema precisione nomi e cognomi di tutti gli invitati, soffermandosi su quelli a cui ha stretto la mano, quelli che ha abbracciato e quelli che ha salutato da lontano. Vi lascio immaginare l'elenco che compare dove relaziona della sua partecipazione ad un evento organizzato a sostegno di Israele con circa 2000 invitati. Non li ha menzionati tutti, ma c'è mancato poco. Ad un certo punto, addirittura, ci sono un bel po' di pagine con nomi e cognomi (e relative professioni) di tutti quelli che hanno sostenuto Magdi nell'avventura (mai termine fu più azzeccato) della fondazione del partitino denominato "Protagonisti per l'Europa Cristiana, di cui è presidente lo stesso Magdi. Ad un certo punto credevo di avere in mano le Pagine Bianche.

Gli ultimi sette minuti li ho impiegati cosi: un minuto per ripercorrere l'incredibile racconto, già apparso su Panorama e il Corriere, dell'intervista che Magdi fece a Oriana Fallaci. Un'intervista che gli amanti del genere non potranno mai leggere perché l'autore riferisce che ad un certo punto l'Oriana furiosa aveva da ridire sulle virgole e la punteggiatura e gli ha chiesto di distruggere tutto: nastri, appunti, file sul computer. Insomma: un capitolo che potrebbe essere intitolato "L'intervista che non c'è". L'unica novità che ho scoperto è che Magdi "accarezzava e baciava sulla guancia" la bella Oriana. E va bene. Infine, negli ultimi sei minuti, la rivelazione, lo scoop: ancora una volta, la lungimiranza di un politico ci ha risparmiato le nefaste conseguenze di un Magdi piazzato a controllare i destini degli immigrati. In effetti, sembra che il Ministro Maroni abbia ad un certo punto abbandonato l'idea di affidare a "Cristiano" la presidenza di una commissione su "Sicurezza e integrazione" in cui il nostro avrebbe usato come cavie gli immigrati di, se non ricordo male, Brescia. Ora staremo a vedere se riuscirà ad arrivare in Europa, contribuendo a coprire l'Italia di ridicolo con la schiera di ballerine e danzatrici del ventre che vengono candidate a iosa. Val la pena ricordare che il partitino di Magdi, dalla sua fondazione nel 2008, è riuscito a raggiungere la strabiliante quota di 600 iscritti (come riferisce il sito). Inutile dire che presto si è reso conto non solo che non è in grado di superare lo sbarramento, ma persino di raccogliere le firme per presentarsi. Risultato: l' ex-immigrato egiziano che per anni ha terrorizzato le casalinghe sul pericolo islamico con la minima espressione facciale possibile, si dovrà contendere il posto di Europarlamentare nella circoscrizione Nord-Ovest con Emanuele Filiberto di Savoia, principino biondo e dal sorriso smagliante, vincitore di "Ballando con le stelle", che sulle pagine de Il Giornale rassicura sulle sue capacità: «Parlo cinque lingue, conosco la metà dei capi di Stato europei e dell’altra metà sono parente». Si accettanno scommesse.

martedì 28 aprile 2009

Gioiosa macchinina da guerra

"C’è anche nell’Udc Magdi Allam che è quell’ex giornalista di Repubblica e del Corriere che a un certo punto ha scoperto la vocazione del crociato proprio e che si sta proponendo come leader di un partito tutto suo. Fino a qualche mese fa voleva addirittura presentarsi da solo alle europee, poi gli hanno spiegato che forse non solo non prendeva voti ma forse non riusciva nemmeno a raccogliere le firme per presentare la lista, allora si è imbarcato nell’Udc ma proprio in veste di crociato, è quello che scriveva sempre lo stesso articolo sulle moschee dove si predica l’odio e la ribellione, il terrorismo, chiedeva l’espulsione di questo e di quell’altro imam. Devo dire che da quando l’allarme terrorismo si è un po’ placato non è che si sentisse granché la mancanza di questo Magdi Allam, però si è pure convertito nel giorno di Pasqua a favore di Telecamere l’anno scorso, quindi un posto bisognava trovarglielo e credo che il più contento sia stato Paolo Mieli che se l’è levato dai piedi de Il corriere della sera, visto che era costretto a pubblicare sempre lo stesso articolo sull’imam non so se di Gallarate o di Carmagnola, pericolosissimi avamposti di Al Qaeda".

Marco Travaglio

PS: l'attuale propaganda della "gioiosa macchinina da guerra" di Magdi è basata proprio su quell'unico articolo di cui parla Travaglio. Ah...dimenticavo: oggi è uscita in libreria l'ennesima autobiografia del nostro.

domenica 26 aprile 2009

Lettera di Ilda Curti

Sulla vicenda della nuova moschea di Torino ricevo - e riprendo volentieri in primo piano - il seguente commento di Ilda Curti, Assessore all'Integrazione del Comune di Torino:

Visto che sono parte in causa (sono l'assessore torinese che sta sostenendo il progetto) alcune precisazioni:

1. le istituzioni locali non danno 1 euro per finanziare il progetto. E' facile dimostrarlo, visto che gli atti sono publici. Questa informazione fa parte di quella azioni di disturbo, insinuanti e diffamatorie che Sherif descrive molto bene.


2. per questo progetto c'è il pieno sostegno della Coreis (principale organizzazione nazionale degli islamici d'Italia): il percorso che si sta facendo è volto a dare piena "cittadinanza" ad una minoranza religiosa (la prima numericamente in Italia) in un paese in cui la libertà religiosa è garantita dalla Costituzione. Principio, questo, che non mi pare sia stato abolito per decreto, ancora...

3. I processi di cambiamento della nostra società si governano, non si rimuovono. Si affrontano con lucidità e equità. Io interpreto così la politica, e così faccio l'assessore.


Buona domenica a tutti
Ilda Curti

venerdì 24 aprile 2009

Perdenti e soddisfatti

Quello che sta andando in onda in questi giorni è la dimostrazione che i musulmani non rappresentano una minaccia. Come può fare paura una comunità che si divide, coprendosi di ridicolo, ogni volta che è in ballo un progetto a suo favore? E' proprio quello che sta accadendo a Torino: Abdel Aziz Khounati, presidente e Imam della "moschea" (leggasi scantinato) di Porta Palazzo, annuncia che la sua UMI (Unione dei musulmani in Italia) - costituitasi per l'occasione come Onlus - ha acquistato un edificio nell'area Spina di Torino. Ne farà una moschea per 500 persone (ora costrette a stiparsi in uno spazio che a malapena ne contiene 100), parte di un complesso dove saranno inclusi un centro conferenze e uno spazio riservato ad attività di sostegno sociale. Il governo del Marocco ha stanziato due milioni di euro come contributo alla realizzazione. Ovviamente siamo già abituati a ciò che accade in queste occasioni: urla, strepiti, cartelloni e raccolte firme, "cittadinanza preoccupata" e "Lega infuriata" e via discorrendo. Con la differenza che, stavolta, c'è di mezzo una appoggio diplomatico e finanziario cospicuo.

Ma qui, a Torino - come accaduto in altre parti d'Italia in occasioni simili - c'è qualcos'altro. Qualcosa di folcloristico, un tocco di colore "islamico" degno di nota: dei musulmani che, per l'occasione, si uniscono alla Lega, urlano e strepitano assieme ad essa, con tanto di conferenza stampa nella sede del partito. Leggo infatti sul Corriere che "Mohamed Lamsuni scrittore, poeta e, adesso anche voce e capo del movimento anti-moschea tori­nese, è il primo a dividere i mu­sulmani della città. Accanto a lui il «diavolo» Mario Borghe­zio, il segretario degli imam pre­dicatori in Italia Abu Anas, il consigliere della Consulta per gli stranieri Mustafa Kobba, l'Associazione dei predicatori di Mohammed Bahre Ddine, imam a Ivrea, il direttore del centro islamico di Moncalieri, Mohammed El Yeudouzi e l'onorevole Pdl Souad Sbai che ha presentato una denuncia al­la polizia per chiedere «chiarez­za sulla raccolta di fondi, sulle attività e sulle prediche nelle moschee torinesi partendo da segnalazioni gravi che mi sono arrivate — spiega la parlamen­tare — attraverso la lettera di un ragazzo musulmano». Sul quotidiano CronacaQui si parla "di accuse pesanti, che a tratti sembrano abbassarsi a una rivalità più personale che ideologica".

Sorge quindi spontanea la domanda: per quale motivo tutti questi rispettabili personaggi dalle cariche altisonanti sono cosi indignati? Vogliono "chiarezza". Mi chiedo, chiarezza de che? Più chiaro di cosi! Di Abdel Aziz Khounati non si è mai sentito nulla di male. Parla bene l'italiano, non ha mai rilasciato - per quanto mi risulta - dichiarazioni controverse o affermazioni assurde. Per accusarlo di qualcosa, qualcuno è stato capace solo di affermare che aveva raccolto soldi a favore di un partito legalmente riconosciuto in Marocco, mica Hamas o Hezbollah. Io stesso avevo candidato Khounati ad un seminario sul multiculturalismo che si è svolto a Milano in presenza di esperti statunitensi, dopo che mi era stato garantito da persone informate sui fatti, qui a Torino, che era un personaggio che ha dimostrato chiara volontà di integrarsi e agire entro le regole della convivenza civile. Se il Re del Marocco ha deciso di contribuire alla costruzione della sua moschea, è ovvio che è in ottimi rapporti con la Casa Reale, alleata dell'Occidente e moderata (sempre secondo i canoni occidentali) e che i servizi segreti marocchini non hanno nulla da ridire in merito. Cosi come è normale che un paese che basa una buona percentuale del suo PIL sulle rimesse degli immigrati cerchi di migliorare le loro condizioni di vita, anche all'estero, visto che ai governi dell'estero non gliene frega niente se i marocchini pregano in un garage o meno. Come dice Renzo Guolo: "è la logica conseguenza delle nostre scelte politiche: oggi per gli immigrati non esistono percorsi di cittadinanza, di "italianizzazione", per così dire. Ed è dunque normale che nascano moschee per stranieri, che in qualche modo si sentono vincolati e controllati non tanto dallo Stato dove vivono ma da quello dal quale provengono".

Fino ad ieri il problema era "Da dove verrebbero i soldi per la moschea?". Ora che i soldi arrivano da un governo amico, e che vengono gestiti da una Onlus perfettamente costituita, senza che venga chiesto un centesimo agli italiani, non va bene lo stesso. Eppure una grande moschea alla luce del sole elimina il rischio di mille piccole nascoste. Personalmente sono a conoscenza e a favore del progetto da almeno due anni. E mi spiace molto che sia stato reso noto sotto elezioni, con tutta la strumentalizzazione che ne consegue. Ho consigliato all'Imam Khounati di non parlare con la stampa, di dire chiaramente che qui in Italia la stampa non è obiettiva su questi temi. Mi auguro che faccia tesoro di questo consiglio. Non è un mistero che in seno alle comunità islamiche, e in particolare la comunità marocchina, ci sia una lotta senza quartiere in gran parte per cose che non ci sono ancora: la rappresentanza dei musulmani in Italia, l'8 per mille, la gestione dei luoghi di culto, i finanziamenti per le attività sociali e culturali. Mi ricordano i bambini che si inventano - letteralmente - la presenza di un cane in casa e poi riescono a litigare per decidere chi dovrà prendersi cura di lui. Il risultato è un "Tutti contro tutti" che non giova a nessuno di loro: ogni volta che un Imam riesce a convincere le autorità politiche della necessità di costruire una moschea decente, compaiono altri dieci che lo accusano di tutto e di più: "Non ha la licenza", "fa prediche integraliste", "ha mire politiche" ecc ecc. Una situazione che lascia perplesse le autorità e i finanziatori e che spesso fa si che tutto si blocchi, mantenendo a tempo indefinito l'attuale, vergognoso, status quo. Dove la religione e la cultura arabo-islamica non godono di alcun riconoscimento degno di tal nome. Tutti perdenti, ma soddisfatti.

mercoledì 22 aprile 2009

Chi la fa l'aspetti!

Saracinesce giù tassativamente non oltre l'una del mattino. Posate e bicchieri usa e getta. Vietato consumare sui marciapiedi fuori dai locali. Pena sanzioni fino a 3 mila euro. Era nata dietro la spinta della Lega, per arginare il «fenomeno kebab», i locali arabi aperti giorno e notte, a centinaia solo nei capoluoghi. E per combattere «gli assembramenti» sui marciapiedi, fuori dai ritrovi etnici. Ma sei mesi di revisioni hanno trasformato il progetto di legge «anti-kebab», per ammissione degli stessi esponenti della Lega, in un provvedimento punitivo per tutti gli artigiani del fast food. Oltre seimila in Lombardia. (Corriere)

martedì 21 aprile 2009

Cure mediche

"Gli immigrati si sono allora spostati alla vicina ferrovia e e si sono seduti sui binari, bloccando la circolazione dei treni. Durante il sit-in sui binari i manifestanti hanno sventolato permessi di soggiorno e carte d'identità per dimostrare la loro regolarità, ed esposto lenzuola su cui avevano scritto «We need peace», abbiamo bisogno di pace. L'azione di protesta è stata interrotta dalla polizia che ha portato via di peso gli immigrati. Alcuni, trascinati a terra dagli agenti, hanno avuto bisogno di cure mediche". (Il Corriere)

Nella didascalia del Corriere alla foto sopra riportata si legge testualmente:

"Soccorsi ad un ferito".

giovedì 16 aprile 2009

Bollettino di guerra (razziale)

DEEP CONCERN, ovvero "profonda preoccupazione". È la formula diplomatica che indica situazioni di particolare gravità ed è l'espressione che ricorre con più frequenza nelle 25 pagine del rapporto sull'Italia scritto da Thomas Hammarberg, Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa. (...) Oltre ai casi specifici, il rapporto mette in evidenza una crescente tendenza al razzismo e alla xenofobia, a volte alimentata dalle stesse autorità locali, che ha provocato atti di violenza verso migranti, Rom e Sinti oppure verso cittadini italiani di origine straniera. (Repubblica)

Sulla locandina che accompagna un seminario organizzato dal Comune e dalla Casa delle Donne, sul tema «Femminicidi, ginocidi e violenze sulle donne», c'è un'immagine forte. E' un manifesto che risale al Ventennio fascista e che raffigura un uomo dalla pelle scura che aggredisce una donna con la scritta «Difendila, potrebbe essere tua moglie, tua sorella, tua figlia». (Repubblica)

Sabrina, il nome di fantasia, è uno scricciolo e dimostra meno anni di quelli segnati sui documenti, nata a Mogadiscio nel 1970 da papà italiano e mamma somala. Una donna minuta e fragile, invalida a causa della poliomielite che l´ha colpita da bambina. (...) Ieri mattina poco prima delle 11 era alla fermata del 17 di piazza Carducci, quando è stata aggredita da un uomo sulla sessantina e picchiata con il bastone che usava per camminare. Dieci giorni di prognosi per trauma cranico e contusione alla spalla. «Mi alzo alle 5 per andare a lavorare, pulisco uffici comunali per conto di una cooperativa sociale - racconta la donna - finisco di lavorare alle 10,30 e quando aspetto il pullman per tornare a casa, se c´è un posto libero sulla panchina, mi siedo». E così ha fatto. Lei aspetta il 17, la testa appoggiata su una mano per la stanchezza. «Ma quell´uomo ha iniziato a insultarmi - dice lucida, appena ripresasi dallo choc - mi diceva "Negra di merda" ma io mai e poi mai mi sarei alzata, non volevo dargliela vinta. Lui continuava e allora mi sono girata per dargli le spalle. E lui mi ha picchiato, due volte con il bastone». È stato allora che un ragazzo che era alla fermata l´ha bloccato. «Gli ha urlato che era pazzo, ha preso il bastone e gliel´ha buttato via. Meno male che c´era lui perché alla fermata c´era tanta gente, ma degli altri nessuno ha mosso un dito». (Repubblica)

Gli ha urlato frasi razziste e poi gli ha spaccato una bottiglia di vetro in testa, facendogli perdere la vista ad un occhio. Così un senegalese di 30 anni è rimasto vittima di un'aggressione avvenuto la notte di Pasquetta nel quartiere di Tor Bella Monaca, alla periferia di Roma. I carabinieri hanno arrestato il responsabile: un giovane romano di 20 anni, accusato di lesioni personali gravissime, con l'aggravante dall'odio razziale. Nella zona ci sono stati di recente altri episodi a sfondo razzista: l'ultimo il 23 marzo scorso, ai danni di un pakistano ridotto in coma dai calci e pugni presi da un gruppo di ragazzi. L'altra notte tutto è cominciato quando B.M., 20 anni, pregiudicato per reati contro la persona, spalleggiato da alcuni amici, ha cominciato a prendere in giro l'uomo nei pressi di un bar per la vecchia auto che utilizzava. Subito dopo gli ha urlato la frase razzista e poi lo ha violentemente colpito con una bottiglia. A nulla è servito il tentativo di un testimone di evitare l'aggressione. (Ansa)

martedì 14 aprile 2009

Niente razzismo, solo sadismo

Perché, se non c’è stupidità o razzismo, ci dev’essere per forza un briciolo di sadismo nel dare appunta­mento con un sms a 5.000 (cinquemila) immigrati, tutti insieme, nel­lo stesso posto. (...) Parlare con gli immigrati in attesa del permesso di soggior­no, significa raccogliere tanti sfoghi anonimi perché tutti te­mono rappresaglie. (...) I commercianti della zona fiutano il business e il prezzo delle minerali da mezzo litro passa in un lam­po da 50 a 80 centesimi. Del resto non c’è traccia di volontari a dissetare l’esercito di immigrati in at­tesa. Non si vede la Caritas, non si vedono gli uomini della Protezione civile né quelli del sindacato...

Leggi il reportage su Il Corriere. PS: non succede mica solo a Napoli...

sabato 11 aprile 2009

Replica di Andrea Nardi

Ricevo e pubblico volentieri la seguente replica del sig. Andrea Nardi al post intitolato "Gli sciacalli, il terremoto e l'Islam". Ho molto apprezzato la risposta, civile e pacata, e quindi mi scuso anch'io per gli eventuali toni accesi contenuti nel mio commento.

Rispondo al commento del mio articolo. Ammetto che sull'onda dell'indignazione ho scritto il pezzo tratto dall'agenzia Androkronos con grande rabbia verso le frasi lette sui blog islamisti. In verità sono il primo a credere che la stragrande maggioranza degli islamici siano persone caritatevoli, e che queste siano minoranze di fanatici spesso sobillati. Forse questo punto avrei dovuto sottolinearlo meglio e me ne scuso. Resta tuttavia la questione della continua mancata condanna chiara pubblica e forte da parte delle autorità islamiche per questi atteggiamenti antioccidentali di cui ogni giorno leggiamo, e di cui questo è solo un esempio in fondo abbastanza innocuo. Per la mobilitazione degli islamici in Abruzzo, ne siamo tutti felici, auspicando che sarebbe accaduta anche senza morti musulmani. Vi ringrazio.

Andrea B. Nardi

venerdì 10 aprile 2009

Gli sciacalli, il terremoto e l'Islam

A differenza di ciò che potrebbe lasciar intendere il titolo, gli sciacalli a cui mi riferisco non sono quelli che rubano tra le macerie delle case distrutte dal terremoto dell'Abruzzo: quelli sono - molto più banalmente - dei ladri. Gli sciacalli sono invece coloro che usano persino questa immane tragedia per dare addosso ai musulmani. Si, proprio cosi: ci sono dei tali che affermano, in giro per la rete, che "per gli islamici le catastrofi naturali sono opera di Allah soprattutto quando colpiscono i miscredenti". Persino su questo sito, listato a lutto per l'occasione, un deficiente si chiedeva "se per Sherif e i suoi accoliti questo non sia un segno di Allah per colpire gli infedeli?". Ovviamente, la mia prima reazione è stata quella di chiedermi da dove fioriscano queste cattiverie gratuite. Cosi faccio un giro sul web, e scopro che a strombazzare in giro per l'Italia "i sentimenti di una – speriamo esigua, ma ne dubitiamo – parte del mondo musulmano verso l’Occidente" è un tal Andrea Nardi, collaboratore de L'Occidentale, un sito che definir di parte è a dir poco riduttivo.

Ovviamente non voglio accusare il signor Nardi di propagandare falsità: in effetti lui relaziona sui contenuti dei siti jihadisti "come sta riportando l’agenzia Adnkronos/Aki". E non ho nessuna difficoltà ad immaginare che sui siti jihadisti - è nel loro stile da sciacalli appunto - ci siano effettivamente le ignobili affermazioni riportate. Ma la sensazione che abbia detto qualche cattiveria in più, però, è innegabile. Anche perché lui non cita unicamente quanto riportato dall'agenzia AdnKronos: ci mette anche del suo. Mi chiedo per esempio il motivo per cui il Nardi "dubita" che a pensare quelle scemenze fosse un'esigua parte del mondo musulmano. Perché a meno che non abbia fatto un sondaggio tra il miliardo e passa di musulmani per capire cosa pensavano del terremoto in Abruzzo, non vedo il motivo per cui si dovrebbe "dubitare" dei loro sentimenti all'ingrosso. E in effetti l'AdnKronos parla soltanto di "alcuni fanatici seguaci di al-Qaeda e di Osama bin Laden". Cosi come non riesco a capire come abbia fatto il Nardi a intendere - stando dietro al proprio computer e con gli internauti islamici dietro ai loro - che a lasciare quei commenti non ci fossero soltanto "Fanatici seguaci di al-Qaeda" e "jihadisti" ma anche "semplici lettori islamici". E in effetti l'AdnKronos parla soltanto di "utenti, tutti sostenitori del terrorismo islamico nel mondo arabo". Forse è il caso dire che le considerazioni del Nardi sono frutto - nella migliore delle ipotesi - di "pregiudizio"?

Questo tale afferma che "Ovviamente a fronte di tutto questo non sembra esserci da parte delle autorità islamiche un parallelo e magari superiore atteggiamento di condanna per un tale mal’interpretato fervore politico-religioso, quasi che a imam e mullah esso possa addirittura far piacere, il che non vogliamo credere". Ok, ammettiamo pure che gli Imam non abbiano niente di meglio da fare, di fronte ai mille problemi del mondo islamico, che occuparsi di cosa scrive una minoranza di svitati su un terremoto accaduto in Europa. Imperdonabile. Non mi sembra però che il sig. Nardi abbia fatto caso - lui che parla sicuramente l'inglese - ad un'altra agenzia Adnkronos: quella che riferisce della mobilitazione dei musulmani residenti in Abruzzo per donare il sangue alle vittime. Anche se non risultano finora vittime musulmane, e lo dico a chi forse "dubiterà" anche della buona fede di questa povera gente. Mi meraviglia che non abbia visto l'agenzia che riferisce dello striscione esposto alle finestre del Centro di Identificazione ed Espulsione di Lampedusa: a scriverlo alcuni migranti trattenuti che erano stati informati dai funzionari dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim). Colpiti dall'entità del disastro, i detenuti di quel lager hanno deciso di scrivere un messaggio di solidarietà utilizzando come mezzi un pennarello e le loro lenzuola usa e getta.

Caro Sig. Nardi, se gli islamici sapessero che in Italia crollano scuole ed ospedali "anti-sismici" mentre i vigli controllano attentantemente le moschee e le scuole islamiche per trovare una scusa (tipo il tappeto infiammabile o la mancanza di un vetro) che giustifichi la loro chiusura, ringrazierebbero Allah certamente. Se sapessero che i primi aiuti statunitensi verranno dirottati, per espressa volontà del governo, alla "ricostruzione delle chiese" (con tutto il rispetto per il patrimonio religioso e culturale dell'Italia) mentre ci sono migliaia di persone per strada, ringrazierebbero Allah certamente. Per l'eccessiva attenzione che questo paese riserva ai loro correligionari e alle questioni religiose, a scapito dei cittadini italiani che si troveranno - se gli va bene - nelle baraccopoli ancora fra cent'anni (tipo i discendenti - 4 generazioni - del terremoto di Messina). Comunque non credo che il sig. Nardi abbia a cuore gli sfollati che intanto, secondo qualcuno, dovrebbero godersi il campeggio e la vacanza in albergo: a conclusione del suo articolo, infatti, egli ci informa che "di contro al succitato comportamento delle comunità arabe" (comunità arabe???) "non è male ricordare" la "perenne condizione di allarme militare e sociale, sotto minacce insostenibili e impensabili" in cui vive "lo stato democratico di Israele". Mi spiegate che c'azzecca?

La replica di Andrea Nardi si può leggere qui.

sabato 4 aprile 2009

Rubano i posti a sedere (e di lavoro)

Che gli autobus fossero una riproduzione miniaturizzata della difficile situazione degli stranieri in Italia, l'abbiamo già detto. E' sugli autobus che gli autisti fanno finta di non capire le richieste di informazioni da parte dei cittadini stranieri. E' dagli autobus che gli autisti scaraventano giù quelli che osano parlare la propria lingua al cellulare. E' sugli autobus che le vecchiette imbalsamate cercano, con inaudita violenza fisica e verbale, di prendere il posto all'africana seduta, evitando accuratamente di chiederlo ai giovani italiani. Le stesse vecchiette che appena vedono una signora velata o un marocchino barbuto, stringono spasmodicamente la borsetta del trucco. E' sugli autobus che lo sfigato extracomunitario di turno viene incolpato del primo portafoglio sparito. E quindi denudato e derubato dall'autista per "risarcimento" (*). E' sugli autobus che si sentono i discorsi più triviali sugli extracomunitari in Italia (altro che bar...).

E siccome ad ogni azione, corrisponde una reazione uguale e contraria, è sempre sugli autobus che si consuma la "ripicca" degli stranieri: non pagano il biglietto. Non cedono volentieri il posto. Mettono i piedi sul sedile davanti. Parlano a voce alta al cellulare. Eventualmente gli scappa qualche "vaffanculo" al vecchietto che spinge di proposito. Gli autobus sono la valvola di sfogo di un'Italia che non vuole adeguarsi al mondo che va avanti. Di un'Italia che vuole tornare indietro, che vuole i pullman per stranieri mentre alla Casa Bianca c'è un presidente nero. Quello che sognavano i razzisti di destra l'ha messo in pratica un sindaco di sinistra. Da lunedì a Foggia ci saranno infatti due linee bus 24: una riservata ai cittadini, una agli immigrati. Stessa partenza: centro città. Stessa destinazione: Borgo Mezzanone. Ma autobus e fermate completamente diversi, a cominciare dai capolinea. In fondo, scrive la Stampa, "la storia è tutta qui, e ce la raccontano - più o meno con le stesse parole - sia gli abitanti del borgo, sia gli immigrati, sia gli operatori del centro. E' la storia di un pullman sempre troppo pieno. Stracolmo. Con tre, quattrocento immigrati che ogni giorno, dal centro, si riversano in borgata per andare in città".

Se i pullman sono pieni, ovviamente è "colpa degli extracomunitari". Che sono venuti a fare? Oltre a rubare il posto di lavoro, ora rubano anche i posti a sedere? Altamente indicativo è il commento di un internauta che ho trovato qui, in tempi non sospetti: "Un 50% dell'autobus occupato da extracomunitari. Cittadini italiani che devono aggrapparsi ai sostegni di entrata ed agevolare la chiusura delle porte pur di arrivare in tempo al lavoro. Potrebbe essere una metafora, ma è verità. Se non c'è spazio per gli Italiani, come potrebbe esserci spazio per gli immigrati? Chi, dopo anni di contributi, come un'Italiano, ha diritto al suo spazio in un'autobus al posto di un'extracomunitario che ospitiamo semplicemente?". Cavoli, come non ci abbiamo pensato prima? Gli extracomunitari mica lavorano. Quelli "rubano" il posto di lavoro. Mica pagano i contributi come gli altri. Quelli sono "semplicemente ospitati". Eppure non mi risulta che gli stranieri abbiano vitto e alloggio pagato dagli "italiani". Se non negli "alberghi a 5 stelle", leggasi lager, chiamati "centri di permanenza" dove spacciano il pan grattato per carne e le schede telefoniche vengono vendute anche se dovrebbero essere gratis.

Sulla Stampa raccontano: "Intanto il centro si riempie, ben oltre la propria capienza, e gli immigrati, che per mesi e mesi attendono lo status di rifugiato si accalcano nei pullman, insieme con gli abitanti di Borgo Mezzanone, per raggiungere Foggia. Qualcuno toglie il posto a qualcun altro. E ci s'innervosisce. Si accusano a vicenda di non pagare il biglietto - racconta chi lavora nel centro e vive nel borgo - e siccome, a non pagarlo, sono sia immigrati, sia italiani, spesso si finisce con il litigare". E infatti l'internauta di prima suggerisce alle "donnette italiane insulse di mezza età, ma con tanto di rossetto rosso, veri catafalchi deambulanti, sgorbi deformi, cafone maleducate ed incivili e di sicuro prepotenti" (e quindi stanno sui cosiddetti anche a lui) che squittendo, incapaci anche di parlare, esigono il posto su cui siedi, nonostante non capiscano, se ne hanno diritto, che ci sono i posti riservati," di far alzare "un giovane immigrato". E perché non un giovane italiano, dico io?

La soluzione non è aumentare il numero di pullman in servizio, nè fare più controlli sui biglietti. La soluzione, geniale, è quella di istituire dei pullman per extracomunitari. Vogliamo scommettere che prima o poi ci sarà anche chi si lamenterà del fatto che gli extracomunitari hanno addirittura i "pullman preferenziali"? Il sindaco - di centrosinistra, ricordiamolo - ha sbagliato: o i pullman rimanevano come prima, e cosi almeno residenti ed extracomunitari avevano occasione di sfogare le rispettive energie negative (e invece ora, come scrive la Stampa "se i posti nei pullman, poi, non dovessero essere sufficienti, beh, gli italiani potranno litigare soltanto con gli italiani. E gli immigrati soltanto con gli immigrati") oppure agli extracomunitari doveva essere impedito di prendere il pullman. Devono stare rintanati nelle loro case, se è un giorno di vacanza. E se è un giorno di lavoro, dovrebbero andarci a piedi. C'è un problema, però: cosi consumeranno più ossigeno. Ancora più di quello che consuma il Co2 dei pullman. Ci mancava solo questo, porca miseria: gli extracomunitari che rubano anche l'ossigeno, agli italiani. No, no. Altro che pullman, per gli extracomunitari sono decisamente meglio i vagoni piombati.

(*) Tutti casi realmente accaduti, e facilmente rintracciabili nelle cronache locali

giovedì 2 aprile 2009

Guerra al Ferro o guerra ai Rom?

La guerra contro il recupero delle risorse: una sconfitta per tutti
di Ugo Bardi, Aspoitalia

Riciclare il ferro è un'attività che si fa da tempo immemorabile: era un lavoro non nobile ma che aveva una sua dignità. Al tempo del fascismo "dare ferro alla patria" era diventato addirittura un dovere patriottico. Oggi, ci sembra di essere più ricchi di allora, ma riciclare il ferro è pur sempre un attività che rigenera delle preziose materie prime che altrimenti dovremmo importare dall'estero. Ed è materiale che altrimenti finirebbe in discarica o disperso ai bordi delle strade. Chi potrebbe mai dir male del recupero del ferro? E invece, in Italia, ci ritroviamo con delle leggi che possono essere interpretate in modo da rendere illegale il recupero del ferro o di qualsiasi altro materiale. Non solo, ma abbiamo anche qualcuno che si è messo di buona volontà a interpretarle in questo modo e anche ad applicarle distruggendo un'attività che stava dando lavoro a decine di famiglie e facendo un'opera utile a tutti.

La storia comincia qualche anno fa, in Toscana dove, con il supporto delle istituzioni e della magistratura, sono nate tre cooperative sociali gestite principalmente dai Rom locali per il recupero del ferro di scarto. Era un lavoro duro e pesante, che però rendeva anche discretamente e permetteva ai membri delle cooperative di vivere in modo dignitoso.Negli ultimi mesi, tuttavia, queste cooperative sono state soggette a una serie di ispezioni da parte dalla polizia del corpo forestale. Gli agenti si sono presentati all'improvviso, mitra in mano, requisendo i documenti e controllando tutto. Ma, nonostante le irruzioni spettacolari, non è stato possibile trovare niente di illegale o estraneo alle attività delle cooperative. Niente droga, niente refurtiva, niente del genere. La documentazione di rito era tutta a posto, con tutti i fogli e i moduli del caso: i "Fir" formulari di identificazione rifiuti, regolarmente compilati in quattro copie per ogni carico riciclato.

Poteva finire così? Assolutamente no! E, infatti, una delle norme fondamentali della burocrazia è che qualsiasi cosa fai, anche se ti ha detto di farla un funzionario, puoi sempre trovare un funzionario uguale e contrario al quale non va bene. Se questa norma si aggiunge all'altra che dice che comunque vada, devi sempre pagare, allora la burocrazia si trasforma in una trappola mortale dove qualsiasi cosa fai sei fregato. Qui, i funzionari che hanno esaminato la documentazione delle cooperative hanno deciso di interpretare in senso restrittivo e letterale la norma detta della "tracciabilità dei rifiuti" che vuole che se ne debba sapere la strada percorsa fin dall'origine. La norma è sensata in termini generali ma, ovviamente, se la si applicasse alla lettera, non sarebbe possibile riciclare niente. Ogni tappo e ogni bottiglia avviate al riciclo dovrebbero essere accompagnate da un modulo fir in quattro copie con il nome, cognome, indirizzo e codice fiscale della persona che le ha buttate nel cassonetto.

Questo vale anche per il ferro raccolto dalle cooperative, che era ferro trovato agli angoli delle strade o recuperato presso cantieri e cose del genere. Nei moduli fir, come "origine del rifiuto" c'era la cooperativa. Questa è un'interpretazione valida della legge e, comunque, l'unica possibile se uno vuole riciclare quello che altrimenti resterebbe abbandonato in giro. Ma chi ha inventato questa guerra contro il recupero del ferro ha trovato il modo di usare la norma per distruggere le cooperative. Stabilito che l'origine dichiarata dei carichi di ferro non era quella giusta, ne consegnue che ogni modulo era irregolare. Siccome la norma prevede una multa da 1000 euro in su per ogni irregolarità, il risultato finale è stato un totale di 19 milioni di euro di multa fatte alle tre cooperative (questo è un totale provvisorio, le multe continuano ad arrivare). Ovviamente, le cooperative non possono che chiudere in queste condizioni; fra le altre cose si sono visti anche sequestrati i furgoncini che usavano per lavorare.

Così, il risultato è che decine di famiglie hanno perso il lavoro, le cooperative hanno chiuso e riciclare il ferro è diventato un'attività illegale in Toscana. Adesso, i Rom che gestivano le cooperative non potranno fare altro che tornare a lavori saltuari e al nero - se non illegali - e ad essere un peso per la comunità. Un altro risultato è stato di fermare un'attività che poteva essere un esempio su come gestire quelle cose che chiamiamo "rifiuti" ma che non lo sono, ma sono invece materie seconde di cui abbiamo disperatamente bisogno per mandare avanti il "sistema Italia".

Non so cosa pensate voi di questo disastro. A me ricorda cose come il "cupio dissolvi" di cui parlava Paolo di Tarso, oppure l' "istinto di morte" di cui parlava Sigmund Freud. O forse la leggenda dei lemming che corrono come pazzi per buttarsi giù tutti insieme dal precipizio. Oppure, quelle belve in gabbia che finiscono per impazzire e per automutilarsi. Per ogni volta in questo paese che qualcuno riesce a mettere su qualcosa di buono, viene sempre fuori qualcun altro che lo distrugge facendo del male anche a se stesso e a tutti quanti. Questa è l'essenza di questa guerra contro il recupero delle risorse: comunque vada, siamo tutti sconfitti.

mercoledì 1 aprile 2009

Fatemalefratelli

di Conchita Sannino, La Repubblica

La storia di Abou e di sua madre Kante è il percorso sofferto di tante vite clandestine, costantemente in bilico tra vita e disperazione, morte e rinascita. Kante è vedova di un uomo ucciso, quattro anni fa, dalla guerra civile che dilania la Costa d'Avorio e la sua città di Abidjan. Rifugiatasi in Italia nel 2007, inoltra subito richiesta di asilo politico, che le viene negato due volte: e attualmente pende il ricorso innanzi al Tribunale di Roma contro quella bocciatura. Intanto, stabilitasi a Napoli, Kante si innamora di un falegname di Costa d‘Avorio, resta incinta, si fa curare la gravidanza difficile presso l'ospedale San Paolo, con sé porta sempre alcuni documenti e la fotocopia del passaporto, trattenuto in questura per un'istanza parallela di permesso di soggiorno, non ancora risolta. Quando - il 5 marzo scorso - Kante arriva all'ospedale Fatebenefratelli per partorire il suo bimbo ("al San Paolo non c'era un posto"), dal presidio sanitario scatta un fax verso il commissariato di polizia di Posillipo che chiede "un urgente interessamento per l'identificazione di una signora di Costa d'Avorio". Ovvero: la denuncia. Esattamente ciò che la contestatissima norma - voluta dalla Lega nell'ambito del pacchetto sicurezza, e già approvata al Senato - chiede. Proprio il nodo che ha provocato il dissenso di un centinaio di deputati del Pdl, lo scorso 18 marzo. In testa, la deputata Alessandra Mussolini, che guidava la rivolta con un esempio-limite: "Far morire una donna clandestina di parto perché non può andare in ospedale altrimenti i medici la denunciano? Eh, no. Inaccettabile". (...) "Un caso illegittimo, gravissimo", denuncia l'avvocato napoletano Liana Nesta. "Delle due l'una - aggiunge il legale - o nell'ospedale napoletano Fatebenefratelli c'è un medico o un assistente sociale più realista del re che ha messo in pratica una legge non ancora approvata dagli organi della Repubblica; oppure qualcuno ha firmato un abuso inspiegabile ai danni di una madre e cittadina".

Nota del sottoscritto: dal momento che la legge non è stata ancora approvata e che in vigore, invece, risulta esserci una legge che vieta espressamente simili vigliaccate, la domanda sorge spontanea: le forze dell'ordine hanno già identificato gli autori del fax oppure no? Non ci è dato sapere. Mi raccomando, però, gli extracomunitari devono sempre rispettare le leggi in vigore. Come tutti. O quasi.