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giovedì 21 maggio 2009

Coerenza

"Questo è un hotel a cinque stelle, anch'io ci dormirei".

Mario Borghezio, Europarlamentare della Lega Nord parlando del centro di permanenza temporanea di Lampedusa.

"Non vorrei dirlo, ma questi campi di identificazione assomigliano molto a campi di concentramento"

Silvio Berlusconi in conferenza stampa all'Aquila insieme al presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso.

martedì 19 maggio 2009

L'Egitto alla Fiera: un successone!

Lo stand egiziano alla Fiera del Libro di Torino
Si è chiusa la XXII Fiera del Libro di Torino che quest'anno ha avuto come ospite d'onore la Repubblica Araba D'Egitto. Lo stand egiziano, nel secondo padiglione del Lingotto, era - come già annunciato prima dell'inaugurazione - di fortissima suggestione: uno spazio enorme che rivaleggiava con quello delle più grandi case editrici italiane con un design contemporaneo che si rifaceva con molta eleganza al passato faraonico. All'interno, una proiezione multimediale ed interattiva all'avanguardia sull'eredità storica, culturale e naturalistica dell'Egitto, una mostra di arte calligrafica araba, obelischi stilizzati carichi di volumi che spaziavano dalla traduzione di Dante in arabo ai romanzi, tradotti in italiano, degli autori egiziani contemporanei più apprezzati come Nagib Mahfuz e Alaa Al Aswani. Inoltre, uno stand per la promozione del turismo, un altro dell'Egyptair, un grande spazio per letture e incontri professionali, un ambiente arabo-islamico per riposare e persino uno spazio per bambini dove "disegnare l'Egitto".
Grande successo innanzitutto per Culturama, la proiezione su nove schermi del patrimonio egiziano dai Faraoni ai giorni nostri: una finestra interattiva sui progetti di ricerca della Biblioteca di Alessandria promossa da Cultnat (Center for Documentation of Cultural and Natural Heritage). L'ambizioso progetto procede - da anni - nella documentazione elettronica di tutto il patrimonio dell'Egitto (storico di tutte le epoche, architettonico, musicale, fotografico, folcloristico, naturalistico, ecc), ha pubblicato decine di testi e supporti multimediali, dispone di numerose sedi di proiezione in Egitto (Cairo, Sharm El Sheikh, Alessandria, Luxor e Gouna) e con la sua unità mobile ha girato il mondo (Parigi, Berlino, Ginevra, Francoforte, Tokyo, Kyoto, Hong Kong) prima di approdare anche a Torino.
Grande affluenza anche nei vari appuntamenti del programma egiziano, ricco di cinquantuno incontri e 45 scrittori: molte le autorità politiche, diplomatiche ed accademiche egiziane presenti. Notevole affluenza per la scrittura in caratteri arabi dei nomi, offerta gratuitamente dagli abili calligrafi egiziani. Grande successo anche per il bazar: ottimo riscontro di vendita (il 70% dei prodotti portati in Fiera è stato venduto) e apprezzamenti per la qualità dell'artigianato locale.
Personalmente sono molto soddisfatto, sia per il ruolo che mi ha permesso prima e durante la Fiera di mettere in contatto molte autorità egiziane con le loro controparti italiane, sia per il successo degli appuntamenti a cui ho personalmente partecipato: la presentazione del volume "Egitto Magico" sui monili del deserto egiziano, assieme all'autore Gianni Bonotto, al Direttore di Cultnat e all'Assessore alla Cultura della Regione Piemonte Gianni Oliva (presenti il Console generale della Repubblica Araba d'Egitto, il Direttore della Fiera del Libro del Cairo e il consigliere Giampiero Leo, già Assessore alla Cultura), la presentazione del volume sul Sufismo e le manifestazioni spirituali dell'Islam di Padre Giuseppe Scattolin e Ahmed Hassan, assieme a Paolo Branca e Giuseppe Cecere e infine la mia conferenza sui vetri e cristalli di rocca nell'arte islamica egiziana, patrocinata dal Museo di Arte Orientale di Torino.
Inevitabile il ricordo della feroce polemica dell'anno scorso per la presenza di Israele come ospite d'onore e l'assenza della Palestina. Quest'anno però un ricco filone dedicato alla cultura ebraica e agli scrittori israeliani si è accompagnato all'attenzione per la letteratura del Medio Oriente, grande protagonista dell'edizione in corso: erano presenti scrittori critici verso Israele, come Ilan Pappè, altri verso il governo egiziano, e altri strampalati come Bat Ye'or (inventrice del concetto di Eurabia) e l'ex-immigrato egiziano Magdi Allam. Persino all'ingresso, dove monumentali statue di faraoni segnalavano che alla Fiera del libro di Torino il paese ospite di quest'anno era proprio l'Egitto, migliaia di visitatori venivano avvicinati da volenterosi giovani per ricevere una copia di Pagine ebraiche, la pubblicazione a larga tiratura che l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ha scelto di diffondere in grande quantità proprio durante questa Fiera. Come riferisce La Repubblica, "un anno dopo la presenza di Israele come ospite d'onore al Lingotto, l'infopoint dell'Ucei è, paradossalmente, ancora più visibile, immediatamente al di là dell'ingresso in Fiera". Coincidenze forse casuali ma che confermano implicitamente la grande tolleranza caratteristica del Paese del Nilo.

mercoledì 13 maggio 2009

E imparare prima l'italiano?

Una commentatrice esagitata pone - da giorni - la stessa, identica, domanda riguardo la costruenda moschea di Torino: "In quale lingua sarà fatto il sermone?". Io ho risposto, molto candidamente, che se è proprio un'appassionata di sermoni islamici, si procuri un interprete o vada a seguire un corso di arabo (che volete? Ognuno porta acqua al suo mulino). Poi ho aggiunto "Da quando in qua anche quelli che si professano atei dicono la loro sul modo in cui devono pregare gli altri? E perché allora gli islamici non si mettono a sindacare sulla messa in latino e il matroneo delle sinagoghe?". Ebbene, la commentatrice in questione ha concluso che l'Imam "predicherà in arabo, come ci hai gentilmente informati". In realtà io non l'ho informata di un bel nulla, anche perché l'Imam in questione ha già chiarito che la predica è bilingue da anni. Bastava informarsi. La cosa interessante, però, è che la stessa commentatrice aggiunge "Forse perchè in Italia la maggior parte dei sacerdoti officia la messa in italiano e non in latino perchè altrimenti anche qui nessuno capirebbe una mazza del rito, e perchè è l'italiano e non il latino (o l'arabo) la lingua del paese in cui voi islamici vivete? E che sempre in Italia anche le sinagoghe il matroneo lo celebrano in italiano pure loro, oltre ad essere numericamente poche?". Al di là del fatto che quanto la lettrice afferma configura «una crisi di obbedienza verso il Santo Padre», per usare le parole del segretario della Congregazione per il Culto, voglio sommessamente far notare che "matroneo" non è un culto ebreo da celebrare in italiano. Dicasi "Matroneo" di "un balcone o loggiato posto all'interno di un edificio e originariamente destinato ad accogliere le donne (derivante appunto da "matrona"). Oggi, i matronei non sono usati: si continua però a fare sedere le donne da una parte e gli uomini dall'altra. Ma è interessante rendersi conto che l'appassionata di culti esteri che si straccia le vesti affinché l'Imam faccia il suo sermone in italiano, non conosce niente di ebraismo, architettura e tanto meno di italiano. Consiglio di cominciare subito con l'italiano. Altrimenti c'è il rischio che, all'inaugurazione della moschea, le risulti incomprensibile anche il discorso delle autorità del paese in cui vive.

domenica 10 maggio 2009

Islam, Politica e i tempi non maturi

Mi si chiede di esprimere un parere sull'esclusione di Gabriele Piccardo da una lista civica vicina alla destra alle elezioni amministrative di Imperia. Un'esclusione - o una rinuncia se preferite - dovuta ad un aut aut della Lega Nord che, in caso di sua elezione, si era detta pronta ad aprire una crisi politica all'interno della maggioranza. Non dipenderebbe, dicono, nè dalla fede musulmana del candidato e tantomeno dal cognome, quello del mediaticamente famigerato Hamza Piccardo, già Segretario dell'altrettanto famigerata UCOII. Viene quindi da chiedersi perché tutto questo baccano, soprattutto se si considera che nel programma del fu candidato non c'era neanche un mezzo minareto. Ebbene: spero che quanto accaduto provi, ammesso che ce ne fosse bisogno, che i partiti maggiori sono a tutti gli effetti ostaggi della Lega. Una forza politica di cui non devo ricapitolare le posizioni o la propaganda in materia di rapporto con l'altro e che - dopo le ultime politiche, lo possiamo dire con certezza - rappresenta ufficialmente il 9-10% della popolazione italiana. L'altro giorno, July, una commentatrice di questo blog, mi diceva che un mio recente post traboccava "di "vorreste impedirmi" e di altre espressioni analoghe. Esattamente chi è che ti impedisce che cosa?. Risposta: vedi frase precedente. Come diceva Giambattista Vico: "i governi devono essere conformi alla natura degli uomini governati". E in Italia lo sono eccome. Da questa storia, possiamo trarre delle morali generali a beneficio dei musulmani che vogliono lanciarsi in politica. Con tutto il mio rispetto a quelli che ci provano pensando di aprire la strada all'integrazione politica e sociale del resto della comunità, dobbiamo essere realistici e imparare dalle lezioni precedenti: basta candidarsi e finire per essere ridicolizzati, deligittimati o bruciati per racimolare, se va bene, un pugno di voti. I tempi non sono maturi: la comunità islamica è divisa ed è in gran parte costituita da immigrati senza diritto di voto. E se invece si punta sul voto italiano, si deve tenere in conto che l'italiano medio, reduce da anni di bombardamento mediatico, è propenso a diffidare e a non votare islamici. Un musulmano, anche se italiano a tutti gli effetti, per fare politica deve aspettare una nomina dall'alto oppure farsi furbo e lavorare nel retropalco. Altrimenti si fa la fine di Khalid Chaouki, che dopo essere stato spacciato per un fondamentalista dai vecchi "amici moderati" e timidamente difeso da esponenti di sinistra, ha ottenuto appena 7 voti alle elezioni comunali di Roma nella lista di Rutelli. O quella di Khaled Fouad Allam, scaricato dopo appena due anni di mandato. Come vedete, l'unica differenza è che la destra non ti dà neanche il tempo di prenderla, la delusione elettorale: stronca il percorso politico ancor prima che venga imboccato. D'altronde, come si può immaginare di resistere all'interno di un'alleanza che non vuole l'Italia multietnica? In questo paese c'è spazio in politica per un islamico alla volta. E l'islamico in questione deve dimostrare certe capacità: in particolare quella di sembrare abbastanza critico, per usare un eufemismo, nei confronti della sua religione e cultura di origine. Se poi asserisce di essere anche minacciato ed ha la scorta, allora ha tutte le carte in regola per aspirare alla poltrona, in Italia o in Europa. Gabriele Piccardo si è guardato allo specchio chiedendosi se soddisfava questi requisiti? Mi sembra proprio di no. Non si capisce allora come abbia fatto a pensare di farcela.

giovedì 7 maggio 2009

Democrazia a Rischio Zero

Non vi sarà di certo sfuggito il fatto che mentre blog e media vari straboccano di commenti sui recenti episodi di "attualità" (o forse sarebbe meglio dire di "gossip"), il sottoscritto ha scelto la linea del silenzio. Per i miei lettori non credo si tratti di una sorpresa: sfogliando l'archivio, si può benissimo constatare che ho raramente commentato fatti o episodi concernenti la stretta attualità (politica o mondana) italiana o i cosiddetti "fatti interni". Mi sono invece sempre concentrato sulle questioni inerenti l'immigrazione, l'integrazione, il razzismo e la xenofobia. E quindi, solo di riflesso, dei politici o degli episodi di attualità che hanno a che fare con questi temi.

Si tratta, innanzittutto, di una scelta contenutistica: preferisco avere un blog che affronta temi di nicchia, anche se di fatti ciò significa l'esclusione di una larga fetta di lettori che sarebbe interessata a leggere di altri temi, o che sarebbe semplicemente curiosa di sapere cosa frulla in testa ad un immigrato quando assiste al circo politico-mediatico che regolarmente questo paese offre alla scena del mondo. Ma si tratta, anche, di una scelta obbligata: già cosi mi attiro le denunce, gli strali e l'indignazione dell'italiano medio, secondo cui sarei un "ospite" (che si paga tutto, incluse le tasse) senza diritto di voto ma anche senza diritto di parola. E ciò accade perché mi esprimo su temi che mi riguardano direttamente, in prima persona. Figuriamoci se mi mettessi a coprire di ridicolo la sua classe politica o certi "costumi" nazionali.

Eppure ne avrei tutto il diritto: non solo perché - diversamente da ciò che pensano i dettratori di questo sito - non sono un ospite, ma perché la mia cultura, la mia storia, il mio paese, il mio governo, vengono regolarmente sbeffeggiati e ridicolizzati sui media italiani senza che ciò susciti la benché minima reazione. E allora, mi chiedo, perché dovrei essere costretto a leggere che non esiste una cultura araba ed islamica, che i media dedichino un'attenzione eccessiva all'egiziano violentatore o omicida ma passino sotto silenzio le migliaia che lavorano e contribuiscono - spesso in nero - allo sviluppo di questo paese, che il Cairo venga rappresentato come una fogna a cielo aperto, che si inviti a boicottare la Fiera del Libro perché l'Egitto sarebbe una dittatura da operetta, quando invece questo paese offre spunti ed asperità tali da fare scapicollare di vergogna qualsiasi italiano in qualsiasi parte del mondo?

Reciprocità, no? Non è quello che invocano a gran voce i difensori della civiltà occidentale, della democrazia e della libertà di parola? Ho letto su uno di quei blog demenziali che si sono assunti l'onere di denunciare all'opinione pubblica italiana l'arretratezza degli islamici, un commento che suonava più o meno cosi: "Nel tale emirato agli immigrati arabi succede questo e quest'altro. Non possono comprare case, non possono sposare un'autoctona, possono essere buttati fuori in un amen. E non ho mai visto un egiziano ribellarsi". Certo, vero. perché in quel paese arabo o in quel emirato, finirebbe torturato, violentato e se - sopravvive - riuscirà a tornare nel suo paese di origine. Ma, c'è un ma, non mi sembra che quello specifico paese arabo o quel emirato si dichiari "democratico". L'Italia, invece, si.

E allora la domanda sorge spontanea: questi signori - che di fatti prendono come modello il trattamento riservato agli immigrati in alcuni paesi del Golfo - sono davvero democratici e civilizzati? Non credo proprio: perché se invidi a questi paesi il fatto che gli immigrati là residenti se ne stanno zitti zitti mentre in Italia si permettono - "orrore" - di dire che sono vittime di razzismo, non puoi certo fregiarti dell'aggettivo "democratico". E allora mettiamoci d'accordo: o si è democratici, e allora si deve accettare che anche l'ultimo negro sbarcato in Italia innalzi un cartellone in cui lamenta di essere vittima di razzismo o lo si riempie di manganellate e, se possibile, lo si carica in fretta e furia su un aereo che lo rimandi in qualche deserto del Sahara per farla finita.

Spesso e volentieri questi stessi democratici da strapazzo vorrebbero che noi altri immigrati ci prestassimo ad una critica aperta e senza limiti dei nostri governi, paesi e costumi. Di certo non mancano spunti per critiche feroci alle realtà da cui proveniamo: ma non vedo perché uno immigrato in Italia, che lavora in Italia, che paga le tasse in Italia dovrebbe dare fiato alle trombe della critica nei confronti del paese che ha lasciato mentre gli viene chiesto di guardarsi bene dal pronunciare qualsiasi cosa che possa minimamente offuscare l'immagine del paese "democratico" in cui vive, lavora, e paga le tasse. Tra l'altro con minime possibilità di ottenere la cittadinanza e quindi con il "rischio" di doversene tornare in qualsiasi momento nel paese che tanto avrà contribuito a denigrare e a ridicolizzare a beneficio dell'italiano medio che cosi si potrà beare del fatto di vivere in una "democrazia". Una democrazia a rischio zero: dove criticare e persino insultare gli altri è permesso perché non è possibile farlo nel verso contrario.

La verità, invece, è che in questi giorni, in questo paese, nonostante la scenografia "democratica", sono andate in onda scene di servilismo mediatico, di accondiscendenza politica, di critica ecclesiastica appena abbozzata, da fare invidia all'ultima dittatura dell'ultima repubblica delle banane. E a chi si chiederà come si permette questo immigrato di dire una cosa del genere senza guardarsi indietro, io rispondo: guardatevi voi nello specchio e chiedetevi di quale democrazia state parlando, di quale civiltà state balterando, se in nome della diversità etnica, religiosa o altro, vorreste impedirmi di esprimere il mio pensiero, qui, in Occidente. Ammesso che l'Italia sia e si senta davvero parte dell'Occidente. E a chi invece mi inviterà a "tornare nel mio paese" rispondo: ringraziate Iddio che sto in Italia e che scrivo in italiano perché il giorno in cui verranno meno questi due presupposti, verranno anche meno i freni inibitori che mi sono imposto, volente o nolente, in quanto "ospite".

mercoledì 6 maggio 2009

La Nobiltà della Politica. Torino è anche questo (II)

Leggi la prima parte dell'intervento di Ilda Curti, Assessore all'Integrazione del Comune di Torino, su questo blog.

Le istituzioni locali non danno 1 euro per finanziare il progetto (della nuova moschea di Torino, ndr). E' facile dimostrarlo, visto che gli atti sono pubblici. Questa informazione fa parte di quella azioni di disturbo, insinuanti e diffamatorie che Sherif descrive molto bene. E' un pezzo di comunità che ha intrapreso un cammino di trasparenza e di interlocuzione con le Istituzioni. Se questo è un cammino che apre altre strade e per altri, vedremo. Per quanto riguarda l' "ingerenza di uno stato estero" (Il Marocco, ndr) vi siete mai chiesti se lo Stato Italiano finanzia le attività dei nostri immigrati all'estero? Andate a vedere: contributi alle associazioni di italiani in Argentina, Belgio, Germania, Usa, eccetera. Sostegno ai luoghi di culto, alle case italiane di cultura, alle processioni dei santi patroni del paese d'origine. Gli Argentini hanno mai pensato che questo fosse segno dell'ingerenza dell'Italia nel loro paese? Io personalmente penso che sia giusto farlo, sia in un senso sia nell'altro. Tutti i paesi di emigrazione cercano di sostenere i propri connazionali all'estero.

Non hanno riconoscimento e intesa con lo Stato l'ortodossia (russa, rumena, greca, ucraina etc.), i copti, alcune chiese evangeliche, i buddisti di tradizione tibetana e giapponese, gli scintoisti, i mormoni. E vi stupirebbe sapere quanti sono i fedeli, italiani e non, di queste fedi. Non solo l'Islam. Dalle intese con lo Stato derivano alcuni principi anche fiscali: l'8 per mille, il non pagamento dell'ICI, la possibilità di ricevere fondi dallo Stato eccetera. La libertà di culto, anche senza intesa, è garantita comunque. Nel 2008 l'Islam italiano era ad un passo dal firmare l'intesa. I ministri Pisanu prima (PDL) e Amato (PD) dopo avevano lavorato a lungo sulla "Carta dei Valori" che è stata condivisa dai rappresentanti nella Consulta e dalle principali oranizzazioni dell'Islam italiano (tra cui Coreis, UMI - quelle che promuovono il progetto della moschea a Torino). Poi è arrivato il Ministro Maroni che non ha mai riconvocato la consulta e ha interrotto tutto. Non è che c'è una parte della politica italiana a cui conviene avere un Islam senza riconoscimento, così di volta in volta si può trovare il capro espiatoio di turno e convincere che il problema sono loro, e non la crisi economica, la povertà che aumenta eccetera eccetera? In quanto alle divisioni interne dell'Islam torinese, vi assicuro che hanno molto a che fare con le diverse posizioni politiche, personali, di visibilità e di conflitto per acquisire leadership politica. Quelli che oggi si autoproclamano "rappresentanti" (eletti da chi?) e islamici moderati, dieci anni fa erano in prima fila accanto alla parte più intransigente dell'islam torinese (personaggi poi espulsi nel 2003) nell'avversare l'apertura di un centro culturale italo-arabo promosso da alcuni intellettuali laici italiani e medio orientali.

E' un fatto che Khounati (promotore della nuova moschea di Torino, ndr), già dal 2005 e poi formalmente nel 2007, abbia promosso la costituzione dell'UMI (Unione Musulmani d'Italia) a cui fanno riferimento 50 centri islamici del centro nord Italia prevalentemente marocchini e che si pone come realtà indipendente da altre organizzazioni nazionali e internazionali, tra le quali l'Ucoii. In molte posizioni ufficiali e pubbliche è stata sottolineata la distanza, soprattutto in politica estera (lo scorso anno l'UMI, insieme ad altri intellettuali arabi e medio orientali torinesi ha contrastato pubblicamente il boicottaggio alla Fiera del Libro che ospitava Israele che invece vedeva autorevoli esponenti anche dell'Ucoii convinti assertori). Non mi risulta che ci siano rapporti politici strutturati con partiti marocchini, ma su questo ritengo ci sia libertà di opinione (finchè gli immigrati non avranno diritto di voto nel paese in cui abitano, è possibile che continuino a guardare alla politica dei loro paesi; un po' come gli italiani in Belgio che militavano nel PCI e nella DC, finchè il diritto di voto non li ha fatti entrare definitivamente nella politica locale). Quindi non mi risulta, non mi scandalizzerebbe ma non c'è azione negli ultimi 10 anni che sia riconducibile al Fratelli musulmani. La Consulta degli stranieri a Torino è stata istituita nel 1994 ed è scaduta - e mai rinnovata visto il suo cattivo funzionamento - nel 1997. Kobba (uno degli avversari della nuova moschea, ndr) fu effettivamente eletto nel 1994 con circa 37 voti (la % dei votanti allora è stata bassissima e gli immigrati erano il 4% della popolazione). Nel frattempo sono passati 15 anni, gli immigrati e i loro figli a Torino sono l'11%, sono cresciute generazioni, associazioni, realtà plurali di partecipazione attiva degli immigrati. Solo Kobba continua a definirsi rappresentante di una cosa che non c'è più da moltissimo tempo. Abu Anas (un'altro definito dalla stampa come avversario della moschea, ndr), in una sua recente intervista ad un quotidiano locale, dice cose diverse e non si dichiara contrario. Mi vedo con lui al più presto, perchè lo conosco e con lui, come con altri, ho costanti rapporti di dialogo. Non necessariamente questo vuol dire pensarla allo stesso modo. Oggi è stato diffuso un comunicato degli 8 centri islamici torinesi in cui si respingono le accuse indiscriminate che ci sono state in questi giorni e si sostiene il progetto. Posso assicurare il costante, quotidiano e minuzioso rapporto con le forze preposte al controllo, che a Torino sono particolarmente attente e competenti. Non affronto temi come questi in modo naif, e naturalmente mi sono premurata fin dall'inizio affinchè ci fosse un sostanziale "semaforo verde" all'iniziativa. Se soltanto fosse scattato il giallo ci sarebbero state altre considerazioni.

Non semplifichiamo, non dividiamo il mondo in bianco e nero, in indiani e cowboy. Ci sono le sfumature di grigio, che vanno conosciute ed analizzate. C'è una parte della comunità, probabilmente la più inserita e integrata, che si sta assumendo una responsabilità civile nel fare le cose in modo trasparente e all'interno della legge. Apre una strada, che va a vantaggio di tutti. Anche dei cittadini torinesi allarmati per l'opacità di molte sale di preghiera. I contrasti ci sono, come è ovvio in qualsiasi consesso umano dove intervengono fattori sociali e politici. Noi dobbiamo garantire il rispetto della legge e dei principi fondamentali del nostro essere comunità nazionale, tra cui quello della libertà di culto. Anche la libertà di opinione è un principio da garantire. Senza pretendere che tutte le opinioni siano giuste. Ieri mattina ero da una associazione di insegnanti volontari che insegnano la lingua italiana a donne arabe. 100 donne velate, con i loro bambini, che hanno seguito un anno di lezioni di lingua. Un gruppo di loro ha riscritto la canzone "lasciatemi cantare, io sono un italiano". Una strofa diceva "lasciateci cantare, perchè ne siamo fiere, noi siamo italiane e anche un po' straniere", alla chitarra e ai tamburi due fantastiche suore di strada, anche loro velate, capaci tutte di uscire dai recinti della diversità religiosa per cantare insieme. Torino è anche questo. (Fine)

martedì 5 maggio 2009

La Nobiltà della Politica. Torino è anche questo. (I)

Nei giorni scorsi, Ilda Curti - Assessore alle politiche per l'integrazione, rigenerazione urbana e periferie del Comune di Torino - è intervenuta su questo blog. L'ha fatto per rispondere alle domande e alle richieste di chiarimenti da parte di alcuni commentatori, torinesi e non, sul progetto della nuova moschea di Torino. Un progetto finito su tutti i quotidiani nazionali, anche per via dell'avversione dimostrata da parte di alcuni sedicenti esponenti e rappresentanti della comunità islamica torinese che per l'occasione si sono persino alleati alla Lega. Mi sono permesso di fare un collage dei vari commenti dell'Assessore, ricostruendo un testo decisamente interessante, che propongo all'attenzione dei lettori e degli internauti.

La sfida dell'integrazione non coinvolge soltanto le amministrazioni pubbliche (buone o cattive che siano) ma l'intero corpo sociale, le persone, gli individui. Gli uomini e le donne che hanno il destino di condividere lo stesso spazio nello stesso tempo. Nella diversità. E le contraddizioni sono tantissime, la fatica anche, i pregiudizi e gli stereotipi immensi (da tutte le parti). Sono temi che hanno a che fare con la città, i processi di cambiamento sociale e culturale, la perdita di identità urbana di interi quartieri popolari di qualità urbana diffusa. Hanno a che fare con il ruolo della politica, della sua autorevolezza o meno di prendere decisioni e di assumersi responsabilità. Non voglio liquidare queste questioni: sono importantissime, difficili e fondamentali per costruire una città coesa. I processi di cambiamento della nostra società si governano, non si rimuovono. Si affrontano con lucidità e equità. Io interpreto così la politica, e così faccio l'assessore. Non ho ricette: mi assumo la responsabilità di avere una visione, di mettere in campo soluzioni, di pensare a come sarà Torino tra 20 anni. A come i suoi figli - nati qui o altrove- si sentiranno adulti e protagonisti del loro tempo. Credo che alzare i recinti, alimentare i conflitti, costruire muri di incomunicabilità non serva a nessuno e produca sofferenza, frustrazione e rabbia. Che trasformate in azione politica diventano pericolose e mi fanno paura. Le questioni sono tante, complesse ed hanno bisogno di spazi diversi da uno striminzito - seppur autorevole - blog. Se intervengo su un blog è perchè sono curiosa, uso i "nuovi" strumenti di comunicazione nelle notti o nelle mattine di festa perchè su questioni come queste ho bisogno di capire i punti di vista, ascoltare, comprendere. Io sono costantemente in mezzo alle persone: passo dalle assemblee degli inquilini delle case popolari alle riunioni delle associazioni immigrate. In questi giorni saltello nelle redazioni delle televisioni private con interlocutori della Lega che urlano e strepitano. I blog sono degli spazi di silenzio e riflessione. Ho bisogno di interrogare e interrogarmi. Sono disponibile a mettermi a disposizione, a spiegare il mio punto di vista. Sono disponibile ad incontrarci. Posto qui il mio indirizzo di posta elettronica: ilda.curti@comune.torino.it e chiedo a chi vuole di mettersi in contatto con me. Credo che mettere a confronto i punti di vista rappresenti la nobilità della politica, e si fa troppo poco.

Propongo però di non usare stereotipi nel giudicare le persone, nemmeno quelle che fanno politica. Io sono assolutamente, profondamente laica. Non ho avuto alcuna educazione religiosa (a partire dal mio bisnonno socialista in casa mia si sono sempre rispettate le fedi ma non c'è nessuno che le abbia frequentate). Abito a 500 metri da Porta Palazzo, nell'area Vanchiglia di fronte alle case popolari dell'Italgas. Zona popolare, divisa da Aurora e Regio Parco dalla Dora. Ho lavorato per 10 anni a Porta Palazzo. Mia figlia ha fatto nido e materna lì, adesso frequenta una scuola elementare di quartiere poco distante. I suoi compagni di scuola non sono tutti biondi e con gli occhi azzurri. I miei vicini di casa sono esattamente quelli che che vengono descritti: donne arabe, famiglie numerose, anziani meridionali, vecchine piemontesi. Conosco la fatica di ciascuno per trovare un posto nel mondo e a Torino. La convivenza con la diversità culturale è faticosa e difficile, e concordo che non è tema da salotti. Io i salotti non li frequento (mi annoiano profondamente), vengo a lavorare con il tram N.3, ho a che fare quotidianamente con la pancia dei torinesi, quelli vecchi e quelli nuovi. Sono anche convinta che sia nella pancia dei torinesi, vecchi e nuovi, che si può trovare una strada, difficile ma ineludibile, per affrontare con lungimiranza fenomeni che, ci piaccia o no, sono qui. Adesso.

Non avrei nessun problema ad avere sotto casa mia una sala di preghiera islamica, perchè già adesso sotto casa mia c'è un centro giovanile in cui si ritrovano molte associazioni tra cui i Giovani Musulmani, giovani di seconda generazione profondamente impegnati ad assumersi un ruolo sociale e civile nella società in cui vivono. La nostra Costituzione riconosce il diritto di non essere discriminati per razza, religione, sesso, idee politiche (art.3) - applicando un principio universale per tutti, cittadini o no. Poi dedica ben 3 articoli alla libertà di culto e alla libertà di associazione (8,19 e 20). Inoltre ci sarebbero anche un po' di Carte internazionali dei diritti umani che ne parlano. O forse siamo pronti a applicare questi principi a corrente alternata: libertà per gli amici, per gli altri no? Mi limito a dire che come cittadina italiana pretendo che le leggi vengano applicate, e che siano uguali per tutti. Lo stato ha il diritto/dovere di applicare la legge; se le azioni degli uomini rispettano la legge, la libertà è un principio sovraordinato. Questa è la differenza tra uno stato di diritto e uno stato etico, tra una democrazia e un totalitarismo. Nel caso del diritto costituzionale di avere luoghi di culto diversi da quello maggioritario, riconosciuti e non pagati dai contribuenti, la legge non viene applicata nello stesso modo. E come italiana orgogliosa della sua democrazia ritengo che sia una violazione dei diritti, di tutti i diritti. Inoltre, introduco un principio LIBERALE: no taxation without representation. Ne parlavano i fondatori degli USA alla fine del 700. Gli immigrati pagano le tasse in questo paese (il 9% del gettito fiscale è garantito dai non italiani); i contributi che pagano all'INPS garantiscono la pensione di un bel po' di italiani. Non si può essere liberali solo quando conviene.

Il tema della "grande moschea unica e unificante" non tiene conto della pluralità del mondo islamico, differenziato per origine nazionale, sociale, culturale, religiosa eccetera. E' come se si pretendesse che i 2 miliardi di fedeli cattolici nel mondo fossero tuti uguali e non avessero sfumature politiche, sociali e culturali tra loro. Certo, sono tutti cattolici e riconoscono l'autorità del Pontefice, ma poi? Questo tema viene agitato per rinviare sine diem un percorso chiaro e trasparente di riconoscimento di principi fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione. Con il risultato che continuiamo ad avere, in tutte le città, delle moschee garage non dignitose ed improvvisate. Nessuno ha mai pensato che il progetto della moschea dovesse rappresentare TUTTA la comunità islamica, unanime e convinta. Inoltre la scelta del luogo non è stata imposta dal Comune, visto che è una proprietà privata acquistata da una Onlus privata. Come un progetto di una qualsiasi associazione ONLUS che si occupa di agricoltura biologica non deve rappresentare ed avere il consenso di tutti gli agricoltori biologici d'Italia. (Leggi la seconda parte)