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martedì 30 giugno 2009

Souad Sbai ha gettato fango

Stefania Aoi, Epolis -Torino, 26 giugno 2009

L'Umi (Unione mussulmani d'Italia) torinese ha sporto querela contro la parlamentare del Pdl Souad Sbai che aveva dichiarato ad alcuni giornali che il presidente dell'Umi Khounati non aveva finanziato la nuova moschea di via Urbino in modo trasparente. Che i soldi ricevuti per i lavori di ristrutturazione non provenivano dal governo marocchino. E si domandava, se questi denari non arrivassero da gruppi islamici estremisti. Poi il presidente Khounati annuncia che i lavori per la nuova moschea partiranno ad agosto, in un anno dovrebbero essere terminati e si predicherà anche in italiano. Ritornando alla Sbai, la Costituzione italiana dà ai parlamentari l'immunità quando esprimono opinioni nell'esercizio delle loro funzioni. Quindi è probabile che l'avvocato Emiliano Liba, che rappresenta l'Unione musulmana italiana, non la spunterà davanti al giudice. E che la querela per diffamazione a mezzo stampa non avrà conseguenze. Ma non è questo che interessa a Khounati. Lui stesso spiega che «la nostra querela ha significato politico, vogliamo affermare che operiamo in modo trasparente. E che la Sbai ha gettato fango sul nostro buon nome, facendo intendere che siamo gente pericolosa. Non è così. Anzi noi siamo per l'integrazione e per la convivenza pacifica e lo dimostriamo ogni giorno». Nel centro islamico di via Fiochetto, oltre a khounati, ecco altri rappresentanti della comunità marocchina. Come il viceconsole Ben Omari. Che annuisce mentre khounati ribadisce che i soldi della moschea arrivano dal governo marocchino. Lo dimostra un bonifico dove però non si leggono le cifre che il ministero di Rabat ha erogato. Sono state cancellate. Il presidente assicura: «Le mostreremo se necessario. Abbiamo ricevuto un milione e cento mila euro e l'assessore Curti, i servizi segreti ne sono a conoscenza». Ma perchè la Sbai avrebbe dovuto gettar fango? Il giornalista egiziano Sherif El Sebaie, dà una sua lettura: «Gli arabi sono litigiosi. Come dice una barzelletta pachistana, se uno emerge da un calderone d'acqua bollente, gli altri che sono dentro, invece di aiutarlo a scappare lo acchiappano per i piedi e lo tirano giù».

venerdì 26 giugno 2009

Un egiziano. Tre generazioni.

Altre interessanti statistiche su Panorama

Davide Casati, Corriere.


Chi ha visto
quanto accaduto qui, in un’officina all’ombra di una chiesa, lo definisce un linciaggio. Un linciaggio iniziato con le parole «Tornatene al tuo Paese»: perché la vittima, Ibrahim Ghazy, cuoco 64enne e padre della 22enne scrittrice Randa Ghazy, in Italia da oltre vent’anni, è di origini egiziane. Un linciaggio del quale ora si stanno occupando i carabinieri della stazione di Limbiate e compiuto, a causa della lite per un parcheggio, da tre generazioni di una stessa famiglia – dai nonni al nipote 17enne. Ibrahim Ghazy è finito all’ospedale di Garbagnate Milanese con due costole fratturate, una vertebra scheggiata e una prognosi di almeno 45 giorni («ma dovrà stare a riposo almeno tre mesi”» dicono i medici). Una certezza: «Quella che mi ha colpito è una rabbia razzista. Un odio a sangue».

Tutto è cominciato lo scorso venerdì, quando Ghazy ha portato la sua auto a riparare all'officina di via San Bernardo 4, a Limbiate. Aveva appena parcheggiato di fronte al cancello dell’autofficina quando si è trovato di fronte un residente nelle vicinanze, Roberto Genovesi. «Mi ha detto che non potevo posteggiare lì - racconta Ghazy dal letto d’ospedale - nonostante sia una strada pubblica, di fianco a una piazza pubblica». Peraltro, la casa di Roberto Genovesi non è accanto all’officina, ma almeno una ventina di metri più in là. «Mi ha tirato un pugno, ma ho lasciato correre. Avevo di fronte una giornata piena di lavoro, c’era da cuocere il pesce, in pizzeria. E ho pensato: se mi metto a litigare ora, non combino niente».

Quanto accaduto, però, non era che il preambolo di quanto sarebbe accaduto il lunedì successivo. «Erano le cinque, avevo appena chiuso l’officina», ricorda il titolare, Paolo Genovesi (cugino dell'uomo che aveva iniziato la lite, ma i due non hanno rapporti da anni). Ghazy è arrivato in auto con un parente per recuperare la sua macchina. È entrato nel garage, e una volta uscito ha trovato Roberto Genovesi ad aspettarlo con tutta la famiglia: padre, madre, moglie e figlio. «Scattavano foto alla macchina dove c’era il mio parente. Quando sono arrivato, la signora più anziana, che per camminare usa un bastone, ha iniziato a usarlo per picchiarmi. "Tornatene al tuo Paese", urlava. Le ho risposto: "Signora, sono italiano come lei". Quando ho chiesto che cosa ci fosse da fotografare, ho ricevuto un altro pugno. E a quel punto ho capito che erano lì per farmi del male. E ho tirato un pugno anch’io». Un pugno che ha rotto il setto nasale del Genovesi – che, in attesa di rilasciare dichiarazioni ufficiali, tiene però a smentire «per intero» le dichiarazioni di Ghazy.

A quel punto è scattata la furia dei cinque membri della famiglia Genovesi. «Ho visto Ghazy rientrare di corsa nell’officina, inseguito da tutte quelle persone - ricorda il meccanico . Ha tentato di afferrare un attrezzo per difendersi, ma è stato colpito con un bastone alla schiena. E quando era a terra, contro il muro, è stato colpito di continuo, a calci. Finché non è rimasto immobile». Mentre lo picchiavano, la madre del signor Genovesi – ben oltre i 70 anni – è andata dal titolare dell’officina, urlandogli: «Ma che gente porti qui…?». «Ero senza parole: tutto è accaduto in pochissimi secondi», spiega il meccanico, ancora incredulo. «Un linciaggio, ecco cos’è stato. Una violenza simile l’ho vista solo in tv, solo nei film. E per di più contro un uomo come Ibrahim, sempre gentile, sempre a modo: uno che non alza mai la voce, figurarsi le mani. Ma sono sicuro che a scatenare la rabbia c’è stato il fatto che fosse egiziano». Non si tratta del primo gesto ostile della famiglia. C’erano state dispute territoriali, persino l’incendio di un pezzo di terreno. Sono convinti che quella strada, quel pezzo di terra, sia cosa loro.

Senza parole è pure Randa Ghazy, 22 anni, figlia di Ibrahim e autrice di tre libri, l’ultimo dei quali – «Oggi forse non ammazzo nessuno. Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista» (Fabbri editrice) – è un romanzo dedicato alle difficoltà di integrazione degli immigrati di seconda generazione. «Un accanimento del genere lascia scioccati. Mio padre è una persona onesta e pacifica, rigorosa nel rispettare i diritti degli altri, non si meritava una cosa del genere, e oltre al dolore fisico ora si porta dietro un senso di offesa e umiliazione. La nostra identità non cambia, siamo sempre italiani. È la fiducia nei confronti degli altri ad essere profondamente danneggiata. Ora spero che la giustizia faccia il suo corso e punisca severamente questa ferocia. Altrimenti lo sconforto e il senso di ingiustizia minano gravemente le persone che la subiscono e la loro fiducia e il loro amore per il Paese in cui hanno scelto di vivere».

giovedì 25 giugno 2009

Umi querela Sbai

L'imam Khounati, presidente dell'Unione Musulmani in Italia, ha deciso di adire le vie legali contro l'on. Souad Sbai. Lo sta annunciando in questo istante.

martedì 23 giugno 2009

L'Italia non è multietnica? Lo sarà.

La popolazione italiana ha raggiunto quota 60 milioni 45 mila 68 individui. Dal 2002 al 2008 gli individui residenti in Italia hanno superato la soglia dei 60 milioni di abitanti, esattamente cinquanta anni dopo il superamento dei 50 milioni di abitanti, avvenuto nel 1959. Lo evidenzia l'ultimo bilancio demografico diffuso dall'Istat, che registra come la cifra sia dovuta all'apporto degli immigrati. La popolazione di cittadinanza italiana, infatti, è diminuita di 400 mila unità, mentre quella straniera è aumentata di 2 milioni e 720 mila unità. Aumenta in Italia la percentuale di cittadini stranieri residenti che secondo l'Istat è pari al 6,5%. Nel 40,3% dei comuni italiani la popolazione è cresciuta grazie agli immigrati, che con il loro arrivo hanno compensato anche la diminuzione delle nascite e l'invecchiamento della popolazione. Nelle Regioni del Nord, due bambini su dieci, nati nel 2008 (il 19% del totale), sono figli di cittadini stranieri. (Repubblica)

domenica 21 giugno 2009

Le Mummie italiane.

Uomo avvisato, mezzo salvato. Ci ha provato, molto gentilmente, un appassionato lettore di questo blog: "se conosci bene come sono fatti gli Italiani, sai che non puoi ottenere nulla di buono mettendoti contro la sacra nazionale di calcio". Eppure basta leggere i titoli apparsi su questo blog in occasione delle varie partite disputate dagli Azzurri, per capire che non ce la faccio a trattenermi. "Dietro il nuovo colosseo" e "Una vittoria meritata?" erano i miei primi - contestatissimi - interventi contro la nazionale italiana, per altro in occasione dei Mondiali. Seguirono "Forza Romania, Abbasso gli Azzurri", in occasione della partita Italia-Romania, "Vive la France, Abbasso gli Azzurri" in occasione della partita successiva e "¡Que Viva España!" in occasione della sconfitta per mano spagnola.

Apparentemente, è difficile spiegare ai lettori questa mia particolare avversione alla nazionale italiana dal momento che del calcio non me ne frega assolutamente nulla. L'ho anche scritto: il calcio non mi piace, non lo seguo, non tifo nessuna squadra. Le partite non le guardo, ancora meno quelle "importanti". Per quanto mi riguarda, è la versione moderna del Circo Massimo, del Colosseo. Al posto delle belve e degli schiavi, ci sono undici semi-analfabeti profumatamente pagati che prendono a calci un pallone. Pedine che fanno da paravento ad un impero occulto di diritti televisivi, di mercato pubblicitario, di sponsor, di tangenti, di sporcizia. E il popolo bue si eccita, si surriscalda, si scatena per gli "eroi": davanti a birre e pizze, tanto per stare in linea.

Ma è altrettanto vero che dietro quell'impero si nascondono interessi politici tutt'altro che marginali. Basti pensare che il Presidente del Consiglio, proprietario di un'importante squadra, ha imputato il significativo calo di consensi elettorali alle ultime Europee anche alla vendita di un singolo giocatore. I voti di alcune curve, gran parte delle quali sono di estrema destra, sono decisivi in alcune elezioni. Per di più c'è un particolarissimo rapporto, tutto italiano, tra calcio e i temi legati all'immigrazione. E non sono io a tirare fuori quello che, in altri paesi, sarebbe un improbabile nesso.

Basti ricordare l'uscita di Calderoli che commentò la vittoria degli Azzurri definendo «Quella di Berlino è una vittoria della nostra identità, dove una squadra che ha schierato lombardi, campani, veneti o calabresi, ha vinto contro una squadra che ha perso, immolando per il risultato la propria identità, schierando negri, islamici e comunisti». O il clima che ha circondato la partita Italia-Romania, talmente avvelenato al punto da costringere i leader della comunità rumena a chiedere ai tifosi romeni di non scendere per strada per festeggiare in caso vincesse la loro squadra del cuore. O i feroci inseguimenti di cittadini spagnoli per le strade di Milano dopo la vittoria della loro squadra, nell'assoluta indifferenza della polizia italiana.

Ecco, basta ricordare tutto questo per gioire della vittoria della squadra egiziana contro le "mummie italiane" e augurarsi, con tutto il cuore, che siano inseguiti anche stasera dalla Maledizione dei Faraoni.

Aggiornamento: vedo che ha funzionato :)

giovedì 18 giugno 2009

Tanto va la gatta...

L'assistente di Souad Sbai, parlamentare marocchina del PDL, si è affannato nelle ultime ore per mandare un "comunicato" riguardante l'erigenda moschea di Torino in cui si afferma:

Recentemente è uscito un significativo articolo apparso su Assabah, quotidiano marocchino del calibro del Corriere della Sera, in cui, secondo fonti attendibili, la Direzione generale per gli studi e documentazioni (intelligence marocchina) ha svolto indagini sulla somma di due milioni di euro trasferiti dal Marocco sul conto personale di un appartenente all’associazione islamica in Italia, UMI, Unione Musulmani in Italia, che era vicepresidente con l'imam Bouchta espluso dall'Italia per terrorismo. Il quotidiano prosegue dicendo che “l’associazione ha ricevuto la somma da ignoti in Marocco, acquisendo poi la sede di una società italiana a Torino per costruirci una moschea ed un centro culturale islamico”. Inoltre “l’intelligence marocchina era al corrente del trasferimento e appare strano che sia stata avviata un’ulteriore indagine, dal momento che le informazioni che riguardano la comunità marocchina e le sue moschee arrivano tempestivamente al direttore generale dell’intelligence marocchina”. Il fatto che i servizi segreti marocchini si siano mossi in tal senso, negando un coinvolgimento del Governo di Rabat in tale operazione, pone la comunità marocchina in Italia in una posizione di forte preoccupazione e la spinge a voler sapere che fine abbiano fatto questi soldi e chi sia l’ignoto finanziatore. Tra l'altro sia la Consulta islamica, sia la Moschea di Roma non solo non sanno niente, ma si sentono in forte disagio per una delicata situazione che non trova risposte certe e li preoccupa. Per maggiori dettagli allego di seguito il testo comparso su Assabah.

S. N. Assistente On. Sbai

Da bravo blogger non sono riuscito a resistere alla tentazione di anticiparvi lo smontaggio di questi patetici tentativi di deligittimazione cosi come apparirà domani sulla stampa tradizionale.

(cliccare sull'immagine per ingrandire)

sabato 13 giugno 2009

Gheddafi. Quando l'ospite è un Beduino

"Si puó essere più o meno d'accordo sulla personalità di Gheddafi, ma l'analisi di Sherif è a dir poco spettacolare nel rendere alla perfezione l'arroganza tipica italiana, che non ha colore - destra, sinistra o centro che sia - perché basata sulla tipica ignoranza autocompiacente dei miei concittadini, che NON mi fanno pentire di avere lasciato l'Italia 12 anni fa". E. Gullo

In questo paese nemmeno ai capi di stato in visita ufficiale per pochi giorni viene risparmiato il trattamento riservato ai comuni immigrati "ospiti" da più di vent'anni inclusivi di tasse e contributi. Un capo di stato straniero, nel corso della sua prima visita ufficiale in Italia dal 1969, è stato volgarmente e gravemente insultato con epiteti discriminatori e chiaramente razzisti, come il "cammellaro fuori di testa". Gli danno del beduino senza sapere che essere beduini, nella cività araba, è sinonimo di coraggio, solidarietà, giustizia, rigore morale. E siccome tutto ciò accade in nome della "libertà di espressione", della "democrazia", della difesa della "dignità degli italiani" e dei "diritti dei migranti", il governo non ha espresso scuse ufficiali e il ministro degli Esteri non ha pensato di dimettersi. Molte sono state le scuse inventate per giustificare questa incredibile bassezza diplomatica. E' stato detto che Gheddafi era un dittatore. Ammesso e non concesso che cosi sia, quanti dittatori hanno visitato l'Italia senza che la loro presenza scatenasse l'isteria collettiva che ha circondato la visita del Fratello Colonnello? Mi piacerebbe sapere poi quanti di quei parlamentari che si sono stracciati le vesti e quanti di quegli studenti che hanno manifestato saprebbero spiegarmi come funziona il sistema politico libico, un unicum di incredibile complicazione dove il consiglio rivoluzionario - non eletto - ha ridotto i suoi poteri per convivere con un sistema piramidale di legittimazione dal basso. Non mi faccio illusioni: questi sono gli stessi parlamentari che non sanno nemmeno dove sia l'Afghanistan e gli stessi studenti convinti che in Iran si parli arabo. Per istillare un po' di dubbi, faccio poche citazioni tratte dalla stampa italiana di questi giorni: Guido Rampoldi ammette, sulla prima pagina di Repubblica, che "Il colonnello libico è un dittatore sui generis, non fosse altro perché in patria gode tuttora di un significativo consenso". Valentino Parlato, nato a Tripoli nel 1931, in un'intervista a La Stampa lo definisce "Leader" e alla domanda del giornalista "Leader o dittatore?" risponde: "Leader. La connotazione occidentale di dittatore non corrisponde alla realtà libica. Dittatore è un modo per indicare un nemico. Il leader, invece, ha un grande prestigio". A questo punto il giornalista ribatte che il giorno prima Gheddafi ha detto "papale papale che per lui i partiti vanno aboliti" (ma se è per questo, anche Beppe Grillo afferma che i "partiti sono il cancro della democrazia") e Parlato risponde: "Sarei tentato di dire che sono d'accordo. I partiti sono una mediazione tra il popolo e il governo. In soldoni, rappresentano una mediazione del potere. Lui, con la sua rivoluzione verde, ha percorso la strada della democrazia diretta". E infatti, sempre su La Stampa, Igor Man afferma: "E qui va ricordato come nella Jamahiriya (equivalente arabo di Repubblica popolare) sono i Comitati popolari a far da barometro, a rivelare gli umori delle «masse». Gheddafi è il leader ma lo si discute, non di rado".

Poi si è giocata, con un'impareggiabile faccia tosta, la carta dei migranti. Gheddafi sarebbe il mostro che si riprende i clandestini, rinchiudendoli nei lager. E chi lo dice questo? L'opposizione. Ho letto bene? Stiamo parlando di quelli che sono stati al governo per due anni senza riuscire a fare una legge sulla libertà religiosa o sulla cittadinanza in Italia? Stiamo parlando di quelli che non sono riusciti ad impedire al governo di trasformare la clandestinità in reato o di mandare la marina ad intercettare le navi al largo? Stiamo parlando di quelli che, ultimamente, stanno rincorrendo persino la Lega nel cavalcare l'asino della xenofobia nel tentativo disperato di recuperare qualche voto? Nessuna di quelle anime belle ha riflettuto sul fatto che, se Gheddafi sta facendo il carceriere dell'Europa, lo sta facendo perché sono i governi europei a chiederglielo, anzi ad imporglielo, a suon di accuse di terrorismo ed altre carinerie? E che fra le accuse di terrorismo e i regali di denaro la scelta è obbligata? Nessuno di loro ha pensato che forse valeva la pena indignarsi per i lager che ci sono in Italia piuttosto che stracciarsi le vesti per i lager che ci sono in Libia? Se vuoi fare opposizione contro un trattato iniquo, la fai contro il tuo governo che l'ha voluto, mica contro chi l'ha sottoscritto. "Perché guardate la pagliuzza che è nell'occhio del fratello colonnello, e non v'accorgete della trave che è nel vostro? Come potete dire al vostro fratello colonnello: Permetti che togliamo la pagliuzza che è nel tuo occhio, mentre voi non vedete la trave che è nel vostro? Ipocriti, togliete prima la trave dal vostro occhio e allora potrete vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del vostro fratello colonnello”. In realtà, l'opposizione è insorta solo perché ha interpretato la presenza di Gheddafi come successo diplomatico di Berlusconi. Non a caso il giornalista che intervista Parlato gli chiede: "Almeno, da uomo di sinistra, non la infastidisce questo suo (di Gheddafi, ndr) rapporto privilegiato con Silvio Berlusconi?". Parlato risponde che secondo lui Gheddafi avrebbe firmato con piacere il trattato di amicizia con Massimo D'Alema. Vogliamo scommettere che se Gheddafi avesse scelto di sottoscrivere gli stessi, identici, accordi con la sinistra al governo, sarebbe stato accolto con tutti gli onori e che a scagliarsi contro "Il Dittatore" sarebbe stata invece la Destra? Dio mio, l'Italietta.

Appurato che Gheddafi è un leader, arrivato al potere a 27 anni senza spargimento di sangue, che gode di prestigio e consenso in patria e che viene persino contestato, appurato che sta facendo il lavoro sporco che l'Italia gli chiede di fare, perché è stato insultato? Perché l'italiano medio non è riuscito a mandare giù il fatto che questo arabo, questo beduino, questo cammellaro, potesse dire tutto ciò che riteneva opportuno di dover dire sull'Italia e sulla sua eredità fascista, senza che si potesse caricarlo su un aereo e rimandarlo "nel suo paese". A Gheddafi, capo di stato di un paese martoriato dal colonialismo fascista qualcuno avrebbe tanto voluto impedire il diritto alla parola, alla denuncia, alla valutazione libera e critica del passato fascista dell'Italia allo stesso modo in cui si vorrebbe impedire agli immigrati residenti in Italia di esprimersi sul suo presente quotidianamente costellato di episodi di razzismo. Con la differenza che gli immigrati hanno il permesso di soggiorno mentre Gheddafi parla a ruota libera forte del fatto che potrebbe, con un cenno del dito, sospendere le forniture di petrolio e nazionalizzare gli interessi italiani in Libia. La cosa curiosa è che a Gheddafi si attribuisce un odio anti-italiano quando in realtà l'uomo se la prende con gli italiani nella misura in cui questi ultimi si ostinano a non voler prendere le distanze da quel vergognoso passato. Perché è proprio quello che accade, ancora oggi: in più occasioni si è dimostrato che persiste tuttora, se non altro nel subconscio storico, mediatico e popolare, una totale sovrapposizione tra l'Italia degli Italiani e il Fascismo dei Fascisti. Per esempio il film "Il Leone del Deserto", finanziato dal governo libico, che spiegava accuratamente le malefatte dell'esercito fascista è stato giudicato - nel 1982 (!) - lesivo dell'onore dell' "esercito italiano". Non fascista, ma italiano. Come se fossero sinomini. La fotografia del vecchio partigiano Omar Al Mukhtar, trascinato in catene dai criminali fascisti, appuntata sull'alta uniforme di Gheddafi è stata definita il giorno dopo (nel 2009!) su gran parte dei quotidiani come "foto anti-italiana", non foto "anti-fascista", come effettivamente è. E' proprio la foto a far saltare gli ultimi nervi: qualcuno l'ha definita addirittura una provocazione. Altri chiedevano a Berlusconi di esprimersi apertamente contro di essa, ma lui ha preferito sorvolare. E' proprio questa micidiale combinazione a mandare in tilt gli oppositori del colonnello a destra e a sinistra, parlamentari e studenti: il fatto che, pur offesi (a torto) nel loro onore italiota, non sono in grado di proferire mezza parola, nel timore delle ritorsioni del più forte. Stiamo parlando, giustamente, come ha affermato Emma Bonino di "una subalternità al limite del servile". Si, ma nei confronti di un "cammellaro". E' questo che dà fastidio, non altro. Ai contestatori non gliene frega un'emerita cipolla dei diritti dei libici e dei migranti. Perchè se cosi fosse, avrebbero fatto le loro battaglie qui, e molto prima della visita del Colonnello. Tutto quello che conta per costoro è che sia salva la facciata del nazionalismo da operetta tanto cara all'Italia, a destra e a sinistra. Davvero patetico.

venerdì 12 giugno 2009

Una gara di bassezza

GHEDDAFI A ROMA:BLOGGER MUSULMANO, LUI RISPETTA SOLO ACCORDI

(ANSAmed) - ROMA, 10 GIU - ''Il Colonnello viene accusato di tutto e di piu', in una gara di bassezza diplomatica, solo perche' rispetta accordi voluti con tutte le forze dallo stesso governo italiano''. Lo sottolinea Sherif El Sebaie, blogger ed esponente della comunita' islamica in Italia, in merito a quelli che definisce ''la quantita' di insulti riversati sul Presidente Gheddafi in occasione della sua prima visita in Italia''. ''Non e' forse la marina italiana a scortare i poveri migranti in barca raccontando loro che vengono accompagnati in Italia? - si chiede El Sebaie - L'opposizione perde consensi, anche tra gli immigrati, proprio perche' non fa il suo lavoro dove e quando dovrebbe''. Invece che prendersela ''con il presidente arabo che ha sottoscritto l'accordo, se la prendano con chi l'ha voluto''. Per El Sebaie ''Gheddafi e' un presidente che non ha mai avuto peli sulla lingua'', e ''forse proprio questo da' fastidio. E' sceso dall'aereo con la foto dell'eroe della resistenza antifascista appuntata sull'alta divisa. La sinistra avrebbe dovuto dargli il benevenuto. Invece lo insulta. Ormai e' un vizio tutto di sinistra: cercare pretesti per distogliere l'attenzione dai veri responsabili della situazione in cui ci troviamo e sfuggire dalle proprie responsabilita'''. (ANSAmed).

GADDAFI IN ROME: ONLY FULFILLING AGREEMENTS, MUSLIM BLOGGER

(ANSAmed) - ROME, JUNE 10 - "The Colonel has been accused of everything and more, in a vile diplomatic slogging match, just because he's keeping to agreements made with all the powers within the Italian government itself" said Sherif El Sebaie, a blogger and representative of the Islamic community in Italy. He was addressing what he calls "the mass of insults aimed at President Gaddafi on his first visit to Italy. Isn't it perhaps the Italian navy who escorts poor migrants onto boats, telling them that they will be taken to Italy?" asks El Sebaie. "The opposition is losing its support, including that of immigrants, because it does not do its job where and when it should". Instead of getting angry "with the Arab president who signed the agreement, let them get angry with the person who wanted it". (ANSAmed).

giovedì 11 giugno 2009

Il Leone libico in Italia

Ha del surreale la quantità di insulti e contumelie riversate sul Fratello Colonnello Muammar Gheddafi mentre è in corso la sua prima visita ufficiale in Italia. C'è dell'inaudito nella bassezza diplomatica toccata dagli esponenti dell'opposizione (sic) che hanno fatto il diavolo a quattro pur di impedire alla Guida della Rivoluzione Libica di parlare nell'aula del Senato. Gli studenti dell'Onda vogliono impedirgli di parlare anche all'Università della Sapienza. Altri hanno tappezzato la città e il giardino di Villa Pamphili, dove risiederà durante la sua permanenza, di manifesti dove lo invitano ad andarsene. Il presidente Berlusconi e la destra italiana dovrebbero ringraziare Allah se il leader libico non ha girato i tacchi, stracciando gli accordi sottoscritti. E perché tutto questo? Perché Gheddafi sarebbe un dittatore. Cavoli, non ci avevo mica pensato. Si, è vero: è il dittatore che ha cacciato a calci in culo gli italiani che godevano di ogni sorta di privilegio (con la forza delle armi) a danno degli autoctoni (decimati con ferocia inaudita), nazionalizzando tutti i loro beni. E' il dittatore che è riuscito ad ottenere 5 miliardi di euro come risarcimento per i danni inflitti dal colonialismo italiano, senza sborsare un centesimo ai discendenti dei colonizzatori italiani che ancora adesso continuano a chiedere, con incredibile sfacciatagine, di essere risarciti. Invece di ringraziare per non essere stati appesi ai pali come è stato per migliaia di libici. E' il dittatore che garantisce al suo popolo un tenore di vita che in molti paesi, inclusa l'Italia, se lo sognano. Se un cittadino libico si ammala e la sua malattia richiede cure all'estero, viene totalmente spesato dal suo governo e seguito dalla sua ambasciata. E' il dittatore che è sceso dall'aereo con una fotografia dell'eroe della resistenza libica trascinato in catene dai fascisti italiani appuntata sull'alta uniforme, aspettando personalmente sulla scaletta un reduce di quella gloriosa epopea. E' il dittatore che ha preso una forte posizione contro gli esponenti politici italiani che si divertivano a provocare un miliardo e passa di musulmani con la faccenda delle vignette danesi. E' il dittatore che ha imposto la compilazione dei visti in lingua araba, anche a costo di respingere 2500 italiani in crociera con passaporti privi di traduzione poiché salpati prima che la norma entrasse in vigore.

Di Gheddafi mi piace proprio il suo spirito provocatorio. Il suo linguaggio...come dicono in Italia quando parlano di Gentilini e Borghezio? Ah... fiorito. Nel 1988, Gheddafi - dalla Libia - disse che "gli italiani che colonizzarono la Libia erano gorilla e maiali: non possono essere cambiati in cosi poco tempo. L'evoluzione della specie avviene in millenni, non in poche decine d'anni". Oggi, afferma il Colonnello da Roma, l'Italia ha "rotto definitivamente il rapporto con il colonialismo e con il fascismo". Dopottutto la buona educazione quando si è ospiti a casa altrui è un valore arabo, e Gheddafi è a tutti gli effetti un ospite. Come ebbi a scrivere già in altre occasioni, il forte valore simbolico delle sue decisioni coraggiose, seppur controverse, non si può assolutamente mettere in dubbio. Gheddafi è l'unico dittatore che io conosca che sia riuscito - con il suo graffiante armamentario verbale - a trasformare l'onorevole Calderoli in un Obama in salsa padana che esprime - aggrappatevi a qualcosa - il "più profondo rispetto per tutte le civiltà" dicendosi "convinto che il dialogo con quella islamica sia un tema imprescindibile dei nostri tempi". Al Ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che prometteva di visitare la Libia con grande fanfara, il governo libico non ha esitato a fargli sapere, con nota ufficiale, che "saremo noi a indicare la data e il modo in cui potrà arrivare". Gheddafi è, per dirla in breve, il cittadino arabo cosi come dovrebbe essere, cosi come mi piacerebbe che fosse: non un debole complessato disposto a rinnegare le proprie origini per una cittadinanza o per un posto in questo o quel parlamento, ma un fiero portatore delle proprie tradizioni e della propria storia, sicuro di sè e consapevole di avere il controllo della situazione, anche nei momenti più duri. Gheddafi è l'esempio della dignità araba che non si fa calpestare, che impone il rispetto quando viene meno da parte degli altri, anche minacciando la sospensione della fornitura di gas e petrolio e/o la nazionalizzazione dei beni italiani attualmente in Libia.

Quali sarebbero le colpe del Fratello Colonnello? Si riprende gli immigrati africani che cercano di sbarcare in Europa? E chi glieli riporta, scusate? Non è forse la marina italiana, che si avvicina alle loro misere barche (senza speronarle, stavolta) e li prende per i fondelli dicendo loro che verranno accompagnati in Italia? Chi è che invoca lo speronamento e il bombardamento dei migranti, donne e bambini inclusi, se sorpresi in acque territoriali? Non sono forse i politici eletti con voti italiani? Gheddafi fa semplicemente ciò che un accordo internazionale, fortemente voluto dal governo italiano e graditissimo dalla stragrande maggioranza dell'opinione pubblica italiana, gli impone di fare. Questa sinistra non ha più nessuna legittimità di parlare a nome degli immigrati. Qualcuno dell'opposizione, ieri, non si è nemmeno vergognato di definire la foto appuntata sulla divisa di Gheddafi come una "provocazione ostile". Una vergognosa foto ricordo dei fascisti che trascinano in catene un vecchio eroe è una provocazione? Ma questa è opposizione o un rinato partito fascista? Per questo ho lanciato la mia provocazione alle agenzie di ieri. Non solo questa opposizione non ha fatto nulla quando era al governo ma ultimamente rincorre persino la Lega nella sua becera xenofobia, cavalcando il nazionalismo da operetta della migliore tradizione italiota. Ora, addirittura, si sveglia e - per difendere i migranti da un accordo discutibile - se la prende con il presidente della repubblica araba che l'ha sottoscritto piuttosto che con il loro votatissimo presidente che l'ha voluto. Quindi basta ipocrisia e sceneggiate. Ai parlamentari dell'opposizione che diserteranno l'Aula del Senato o che promettono "spettacolari" proteste, dico: risparmiate il vostro fiato e cercate di recuperare il consenso che avete perso , anche tra gli immigrati, facendo le battaglie giuste nei posti giusti. Qui, in Italia. Perché Gheddafi, con o senza discorso al Senato, è venuto in Italia da leone. E da leone tornerà nel deserto della Libia.

mercoledì 10 giugno 2009

Da opposizione bassezze contro Gheddafi

In attesa del mio articolo domani sulla visita di Gheddafi

Apc-Italia-Libia/ El Sebaie:Da opposizione bassezze contro Gheddafi
Sui respingimenti se la prendano piuttosto con Berlusconi

Roma, 10 giu. (Apcom) - C'è "dell'inaudito" nella "bassezza diplomatica toccata dagli esponenti dell'opposizione che stanno facendo il diavolo a quattro pur di impedire al presidente Gheddafi di parlare nell'aula del Senato", secondo Sherif El Sebaie, 'blogger' ed esponente della comunità musulmana italiana. "Gli esponenti dell'opposizione che intendono disertare l'aula del Senato o che promettono spettacolari proteste - afferma El Sebaie - dovrebbero risparmiare il loro fiato e cercare di recuperare il consenso perso facendo battaglie giuste nei luoghi giusti. Il presidente Gheddafi - prosegue l'esponente musulmano - riaccogliendo gli immigrati respinti dalla marina italiana rispetta un accordo voluto dal governo italiano e chiaramente approvato dalla maggioranza italiana. Quindi, piuttosto che prendersela con il presidente della Repubblica araba che l'ha sottoscritto - conclude Sebaie - se la prendano con il loro votatissimo presidente del Consiglio".

Loro razzisti? No, lui marocchino!

L'Atm si difende: nessuna discriminazione verso gli extracomunitari, ma una comprensibile limitazione per motivi di sicurezza. Questo in sintesi, come riferisce l'agenzia Omnimilano, il contenuto della memoria stilata dai legali dell'azienda, gli avvocati Alberto Rho e Claudia Muro, in vista dell'udienza di mercoledì davanti al Tribunale del lavoro. Si discute del ricorso presentato da un marocchino 18enne, elettricista diplomato, che vorrebbe presentare il proprio curriculum all'azienda ma sa che è inutile perché il Regio decreto 148 del 1931, articolo 10, limita le assunzioni a chi ha la cittadinanza italiana o di altro paese dell'Unione europea. Un decreto contro il quale a fine marzo si era espresso con chiarezza lo stesso presidente e ad di Atm, Elio Catania: «Potrebbe valer la pena di rivederlo, visto che ha più di settant'anni. È superato, antistorico e totalmente inadatto a gestire aziende moderne orientate all'efficienza per erogare servizi ai cittadini».Marcia indietro, invece, nella corposa memoria stilata dai legali di Atm, che argomentano: «Non v'è chi non veda che il servizio di pubblico trasporto involga delicati aspetti di sicurezza pubblica, ed è particolarmente esposto, ad esempio, a rischi di attentati. E' proprio di questi giorni (del 5 giugno 2009) la notizia, apparsa sulle maggiori testate giornalistiche, che cinque terroristi maghrebini avrebbero organizzato un attentato nella metropolitana milanese che avrebbe dovuto realizzarsi prima delle elezioni del 2006». Secondo loro, «si può comprendere, dunque, se il Legislatore italiano ha ritenuto di limitare l'accesso all'impiego nel settore dettando determinati requisiti, tra i quali quello della cittadinanza, ritenendo - forse - che il legame personale del cittadino allo Stato dia maggiori garanzie in relazione alla sicurezza e incolumità pubblica». Il giovane marocchino, nel suo ricorso, chiede che venga dichiarato il carattere discriminatorio del comportamento della società e che venga ordinato all'Atm di esaminare le domande di assunzione presentate da extracomunitari legalmente residenti in Italia. Accanto all'operaio si sono schierate l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) e Avvocati per niente onlus (Apn), che parlano di «comportamento illegittimo e discriminatorio ai sensi del Testo unico sull'immigrazione». I legali di Atm ribattono che l'azienda non ha negato l’assunzione al lavoratore, il quale non ha mai neanche presentato la domanda, e chiedono quindi al giudice di rigettare tutte le richieste e di imporre la pubblicazione della notizia di smentita del carattere discriminatorio del comportamento di Atm.Il procuratore aggiunto Armando Spataro, interpellato da Omnimilano, commenta: «Non intendo entrare nel merito delle argomentazioni oggetto della controversia, anche se personalmente trovo discriminatorio che una legge neghi possibilità di lavoro a chicchessia solo in ragione della sua cittadinanza, ma intendo comunque ricordare che la metropolitana milanese non ha corso alcun rischio nel 2006 poiché, più che un piano per un attentato, l'inchiesta della Procura di Milano ha posto in luce solo l'esistenza di un vago progetto, mai entrato neppure nella fase preparatoria».Atm in una nota precisa che la sua posizione «rimane sempre la stessa: disponibili ad una revisione costruttiva del Regio Decreto che possa aprire il mercato del lavoro anche a soggetti extracomunitari per dare la possibilità, ad esempio, ad un cittadino giapponese di lavorare in un Atm Point per dare supporto madrelingua agli ospiti nel periodo dell'Expo. Atm ribadisce il pieno e totale rispetto di tutte le leggi vigenti. Il ricorso e l'anticipazione sono solo strumentalizzazioni ad uso mediatico che producono pericolose distorsioni della realtà». A proposito della memoria preparata dai legali, Atm precisa: «E' un documento tecnico che ha come obiettivo quello di dimostrare l'azione temeraria contro l'azienda, rea secondo l'accusa di non aver assunto una persona senza che questa ne abbia mai fatto domanda. La memoria contiene alcuni riferimenti alla sicurezza del servizio di trasporto e cita esempi giurisprudenziali (...). Non a caso il Regio Decreto prevede che i dipendenti possano svolgere funzioni di pubblico ufficiale, strettamente legate alla cittadinanza. È il caso limite degli operatori delle sale operative delle metropolitane, chiamati a funzioni delicatissime e in siti ad alto rischio terrorismo, per i quali Atm applica criteri di selezione e controllo severissimi. A supporto della citazione giurisprudenziale, la memoria legale ha richiamato alcuni articoli di quotidiani nei quali si faceva riferimento alle metropolitane come obiettivi di attacchi».(Il Corriere)

lunedì 8 giugno 2009

La moschea? Come la discarica.

L'opinione
Un No ideologico in cerca di scuse
Sherif El Sebaie

Repubblica-Metropoli, 7 giugno 2009

In Italia, le moschee vengono direttamente dopo le centrali nucleari, i termovalorizzatori e le discariche nella classifica delle strutture più odiate ed ostacolate. Una delle domande alla base delle proteste cittadine aizzate da politici in cerca di visibilità e voti è: chi finanzierà il progetto? Domanda di per sé legittima, se non fosse per il fatto che nessuna risposta va bene. Da tempo ormai, la comunità islamica ha fatto sapere che non chiede neanche un centesimo di fondi pubblici. Eppure anche gli immigrati musulmani pagano regolarmente le tasse senza usufruire dell’otto per mille o delle esenzioni ICI concesse invece ad altre fedi. Si è tentata quindi la strada della colletta dopo la preghiera. Apriti cielo: gli Imam promotori sono stati subito bollati, nel migliore dei casi, come dei truffatori e - nel peggiore - come dei finanziatori occulti della Jihad. Qualcuno ha provato la strada delle fondazioni bancarie e anche qui non sono mancate le proteste, come se gli islamici non avessero diritto di presentare regolare richiesta ad una fondazione privata che vive anche grazie ai loro conti correnti, risparmi e bonifici all’estero. Ora, invece, un Imam marocchino residente a Torino - dopo aver costituito una regolare Onlus - è riuscito ad ottenere un finanziamento dal Regno del Marocco. Non va bene lo stesso: gli oppositori si chiedono come mai il Marocco stia investendo questo denaro per la costruzione di una moschea in Italia invece di lottare contro la povertà della propria gente. Evidentemente dimenticano che gli immigrati di cui parliamo sono cittadini marocchini a tutti gli effetti, anche perché ottenere la cittadinanza italiana è virtualmente impossibile. E’ naturale quindi che un governo si interessi ai propri cittadini immigrati quando lo stato che invece li ospita (e che riscuote le loro tasse) se ne disinteressa completamente o addirittura pone ostacoli ai loro più basilari diritti. Ma non è questo il punto. Perché la vera domanda è: se non va bene l’autofinanziamento, non va bene il finanziamento degli enti privati e non va bene nemmeno il finanziamento estero da un paese moderato e amico – considerato comunque un’intollerabile ingerenza straniera – quali sono le strade alternative lasciate a disposizione degli islamici per costruire le proprie moschee? A questo punto il sospetto che le proteste siano solo strumentali è più che fondato. Non è che dietro si stia nascondendo un sentimento razzista teso ad impedire ai musulmani di professare la propria fede?

domenica 7 giugno 2009

L'Harem del B. System

Scopro per puro caso, nell'archivio di Metropoli, supplemento del quotidiano La Repubblica con cui ho cominciato a collaborare, un articolo risalente al 2007 dove si parla di questo blog. Lo riporto qui, non solo per conservarne traccia nell'archivio "Articoli", ma anche perché il giornalista menziona un mio vecchio post che critica "la decadenza dei modelli culturali italiani e in particolare il ruolo delle donne, diventate «schiave, psicologicamente o materialmente, di un sistema che vuole apprezzare solo il loro “lato B”»". Un tema che è tornato prepotentemente d'attualità, ora che si parla tanto di Harem, velinismo, festini piccanti, foto proibite e giovani sicurissime di approdare in parlamento grazie a non meglio precisate competenze certificate dal B. System. Una polemica che ha spinto Repubblica a lanciare un appello delle donne insignite di onoreficienze contro il modello femminile propagandato dai media. All'epoca, però, quando scrissi l'articolo, venni letteralmente linciato dai commentatori, uno dei quali mi ha persino assegnato - d'ufficio - il premio "Militia Christi dei bigotti cattolici". Oggi, invece mi sono tolto l'ennesima soddisfazione, confermando la vocazione di questo blog come Oracolo delle vicende italiane.

Quel luogo dove si incontrano le idee tra cose serie e "didietro" delle Miss
di jaskarandeep singh

Repubblica-Metropoli, 28 ottobre 2007


La scelta della giuria di Miss Italia di giudicare il “dietro” delle concorrenti,non solo il davanti: è il tema di uno degli ultimi “post” di salamelik.blogspot.com, diario on line di Sherif El Sebaie, giornalista e scrittore oltre che insegnante di arabo al Politecnico di Torino. Il post continua criticando la decadenza dei modelli culturali italiani e in particolare il ruolo delle donne, diventate «schiave, psicologicamente o materialmente, di un sistema che vuole apprezzare solo il loro “lato B”». Oltre a far circolare informazioni, i blog creano “reti di solidarietà” tra i lettori, in modo che ognuno possa chiamare in causa gli altri su argomenti di interesse comune. Così Miguel Martinez, su kelebek.splinder.com, esprime solidarietà a un’amica che «rientra a casa dal lavoro e trova non solo scritte bellicose sotto casa, ma soprattutto il suo nome — e solo quello — imbrattato sul citofono», e riporta le foto del suo ingresso con le vili scritte “Stop Islam”.Poiché la rete è specchio degli argomenti più caldi nel comune sentire, sono numerosi i blog che trattano proprio dell’Islam da un punto di vista squisitamente culturale. Come quello di Najim (teallamenta.splinder.com), dove l’autrice traduce poesie, proverbi, storie e fiabe arabe, oltre a proporre letture. Anche Sunil, medico di origini indiane, predilige i temi di cultura e di costume; ha tre blog, in italiano, inglese e hindi (www.kalpana.it/ita/blog).In uno degli ultimi post riporta l’intervento corredato di foto della scrittrice indiana Arundhati Roy nel corso di un evento a Ferrara.Ci sono anche blog “a più mani” come «Na miti pena bula» (namitipenabula.blogspot.com/), curato da ragazzi italiani e della Guinea Bissau, che contiene tutte le informazioni su quel Paese, dalla storia alla politica, dallo sport alla situazione sanitaria. Chi vive a Roma, trova su romamulticulturale.blogspot.com una lista di ristoranti consigliati, ma può anche scegliere di restare a casa e cimentarsi ogni settimana con le ricette di un Paese diverso. Oltre ai post bilingui sulla multiculturalità, questo blog eccelle per la musica araba di sottofondo. Invece una pagina interamente dedicata ai rom, o meglio un «luogo di coscienza», come lo definiscono gli autori, è «Romano Lil», un giornale cartaceo divenuto telematico (romanolil. blog.tiscali.it) che si batte contro la «feroce persecuzione» che l’Italia conduce contro rom e sinti e contro un modo tutto italiano di risolvere i problemi: ingigantendoli e generalizzandoli.

sabato 6 giugno 2009

Meglio un babbuino sul balcone...

E' passato quasi un anno dal mio viaggio negli Stati Uniti su invito del governo e del Dipartimento di Stato americano. Al mio ritorno, pubblicai una serie di articoli intitolati "Mi hanno preso gli Americani", in cui - più che raccontare i dettagli di quell'affascinante viaggio alla scoperta delle comunità islamiche, degli imprenditori musulmani di successo e delle moschee in giro per gli Stati Uniti - ho stilato un cahier de doléances sulla situazione italiana. Due giorni fa, il 44esimo Presidente degli Stati Uniti d'America, Barack Hussein Obama, ha fatto un discorso storico indirizzato al mondo islamico dall'Aula Magna dell'Università del Cairo, la quale proprio l'anno scorso ha passato la soglia del secolo. Parole che mi hanno riportato alla mente cose che il governo statunitense mi ha permesso di vedere con i miei occhi: "c’è una moschea in ogni stato della nostra Unione, per un totale di oltre 1.200 luoghi di culto musulmani", "Se il sogno americano non si è avverato per tutti in America, quella promessa esiste sempre per coloro che approdano ai nostri lidi, compresi i quasi sette milioni di musulmani americani che oggi vivono nel nostro Paese e possono vantare un reddito e un’istruzione superiori al­la media". Tutto vero, altro che retorica. Invece, nelle successive 24 ore, il presidente del paese che è diventato lo zimbello della scena internazionale (e non è difficile immaginare quale sia) ha affermato che «C'è chi vuole una società multicolore e multietnica, noi non siamo di questa opinione. Non è accettabile che talvolta in alcune parti di Milano ci sia un numero di presenze non italiane per cui non sembra di essere in una città italiana o europea, ma in una città africana. Questo non lo accettiamo».

Ebbene, al di là del fatto che sono fermamente convinto che la civiltà di un paese si misura anche dal tenore delle dichiarazioni dei propri rappresentanti politici (e in Italia - oltre al Presidente, di Tutti gli Italiani - ci sono esponenti del calibro di Borghezio, Gentilini, Calderoli e Bossi), io non sono d'accordo. E non non mi riferisco all'attacco indegno rivolto agli immigrati regolari che con le loro tasse finanziano anche i voli di stato di cui tanto si parla in questi giorni per motivi che nulla hanno a che fare con lo Stato. Ma per il fatto che ci sia ancora qualcuno che si ostina a considerare l'Italia un paese non africano. L'Italia, signori miei, è in Europa - e oserei dire in Occidente - per puro sbaglio. Per uno scherzo del destino. Lasciamo stare il fatto che, dal punto di vista geografico, i confini italiani sono più a sud delle coste nordafricane della Tunisia. E che dal punto di vista genetico, secoli di dominazione araba e mescolanze con le popolazioni libiche ed etiopiche non possono lasciare dubbi (e in ogni caso discendiamo tutti da uomini provenienti dall'Africa.) Tralasciamo pure il fatto che, da un punto di vista puramente storico, i rapporti fra l'Italia e l'Africa - dall'Impero romano all'ultimo trattato siglato con il Fratello Colonnello Gheddafi - sono più consolidati di quelli stretti con altri paesi d'Europa.

Messo tutto questo da parte, solo in un paese africano, ci possono essere le infiltrazioni mafiose che ci sono in Italia. Solo in un paese africano ci può essere la corruzione che c'è in Italia. Solo in un paese africano ci può essere l'impunità che c'è in Italia. Solo in un paese africano si possono vedere le montagne di spazzatura che ci sono in Italia. Solo in Africa, ci sono mezzi di informazione piegati a novanta gradi di fronte al potere, che non osano contestare i politicanti corrotti finanziariamente e moralmente. E' più europeo l'Egitto che è rimasto sotto dominazione britannica per circa settant'anni, con gli egiziani classificati persino dai fascisti italiani come "ariani". Forse è utile rammentare, a questo punto, che gli italiani, nell'800, venivano classificati negli Stati Uniti come negri. E forse non avevano tutti i torti. E dopo tutto questo c'è ancora chi fa paragoni improponibili, indignandosi perché una città italiana assomiglia ad un città africana, o perché un determinato quartiere ricorda un suk arabo o una casbah maghrebina. L'Italia di oggi è già Africa. Ma un'Africa priva del valore dei rapporti umani, dell'ospitalità, della cortesia, del piacere di incontrare uno sconosciuto e conoscere il diverso, della gioia di stare insieme agli altri. E poi in Africa uno magari si sveglia e trova un babbuino che dondola sul balcone o un elefante nel giardino. Qui invece ti svegli e leggi l'ultima del circo italiano.

venerdì 5 giugno 2009

giovedì 4 giugno 2009

Eleni Vassilika, santa subito!

Eleni Vassilika, Direttrice del Museo Egizio di Torino
Emanuela Minucci, La Stampa

Le giuro, non mi sono mai sentita tanto umiliata in vita mia. Quell’uomo perdipiù era un preside, ha la responsabilità di educare, e davanti a 40 studenti non ha esitato a pronunciare frasi come “Torni al suo Paese e parli così ai suoi fratelli”. Poi, rivolgendosi alle classi, ridacchiando: “Ragazzi, venite, allontaniamoci dalla mummia”». Si sfoga, ancora con gli occhi lucidi di rabbia, K. Y., 31 anni, di Casablanca, laurea in diritto privato e 5 lingue straniere parlate alla perfezione. Professionale ragazza che fino al 5 maggio ha svolto il lavoro di addetta alle sale espositive del Museo Egizio di Torino con entusiasmo. Fino a quando, quel giorno alle 18, non si è presentato davanti al settore «Prenotazione gruppi scolastici» Marco Pesola, preside della scuola media Amedeo d’Aosta di Bari. Il distinto professore ha avuto con lei un comportamento che i dirigenti del museo non esitano a definire «palesemente razzista». E per questo i suoi insulti sono finiti in una lettera inviata dalla direttrice del Museo Egizio, Eleni Vassilika, al ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, a quello della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, e al Provveditore agli studi di Bari. «Il nostro staff è stato ripetutamente attaccato verbalmente e umiliato di fronte a terzi - ha scritto la Vassilika - mentre la nostra addetta originaria del Marocco è stata profondamente umiliata. E quest’ultima, pubblica offesa non può certo passare sotto silenzio».

Ma quale sarà stato il motivo che ha fatto perdere le staffe al preside al punto da lasciarsi andare a frasi come «Io parlo soltanto con miei pari grado, lei se ne torni dai suoi fratelli in Egitto»? Secondo il personale del museo «il professor Pesola era indispettito dal fatto che il suo gruppo, nonostante non avesse prenotato con il dovuto anticipo, non fosse passato prima di un’altra classe arrivata al momento giusto». Racconta K.Y.: «Non voleva sentire ragioni, gli avevo solo chiesto di aspettare qualche minuto ma ha dato in escandescenze, e ha detto che voleva parlare col Sovrintendente e che, con gente inferiore come me, non voleva perdere tempo». Poi, raccontano altri colleghi, «l’ha anche minacciata di farle perdere il posto». Aggiunge Mauro Laus, responsabile delle relazioni esterne della Rear, l’azienda che organizza i servizi interni al museo: «Si è trattato di un episodio di razzismo che è bene venga alla luce perché risulta ancor più grave arrivando da chi è responsabile dell’educazione dei bambini».

E lui, il preside, come reagisce a questo coro di accuse? «Sono tutte menzogne, la mia parola vale quanto quella dell’addetta. Anzi, i miei scolari sono pronti a testimoniare che la frase sulla mummia era stata pronunciata scherzosamente all’indirizzo dei ragazzi che non si muovevano, quindi li ho chiamati così». Il preside tira in ballo la sua «ottima reputazione» e spiega di avere «un’esperienza ultraventennale anche come operatore della Caritas per l’accoglienza agli immigrati». A riprova aggiunge: «Per esempio, in quella gita ho accompagnato anche due ragazzi di colore». E quando lo si avverte che la direttrice del Museo Egizio è intenzionata ad andare sino in fondo dopo aver scritto ai ministri Gelmini e Brunetta, si dice tranquillo: «Vedrò presto il ministro perché mi deve consegnare un premio, io, con la mia reputazione non ho nulla da temere». Ma a Torino sono intenzionati a chiedere una punizione esemplare: «Quel signore - dice Vassilika - può continuare a svolgere il mestiere di educatore?».

Due dettagli finali:

1) Eleni Vassilika,
di origine greca e nazionalità inglese, è intenzionata a andare fino in fondo per difendere una propria dipendente. Come dovrebbe fare qualsiasi direttore che si rispetta.

2) Sulla vicenda
della guida marocchina a Venaria Reale che avrebbe dovuto, secondo una lettrice de La Stampa, nascondersi perché islamica e "addirittura" (sic) portava il velo, Alessandro Del Noce, direttore de La Venaria Reale, afferma «Il razzismo non c'entra. L’opinione della signora, espressa in toni pacati e non oltranzisti, è da rispettare. Allo stesso modo la manifestazione dei colleghi della ragazza marocchina è stata altrettanto legittima e civile. Insomma, non siamo di fronte a un episodio di razzismo come quando l’intera curva di uno stadio insulta Balotelli».

mercoledì 3 giugno 2009

Ci siamo e intendiamo rimanerci

Oggi pubblico la lettera aperta di Karim Metref al Direttore de La Stampa, un commento che condivido in toto sulla vicenda della "bigliettaia con il velo" a Venaria Reale. Karim Metref è un caro amico, che è già intervenuto su questo blog. Nato in Algeria nel 1967, dopo studi di scienze dell’educazione ha lavorato come insegnante per circa dieci anni in Algeria. Contemporaneamente ha messo il suo massimo impegno nella militanza per i diritti culturali dei Berberi e per l’accesso ai diritti democratici in Algeria. Il giornalismo e la scrittura sono strumenti per veicolare le sue convinzioni politiche e le nuove forme di pedagogia che ha imparato e ha contribuito a diffondere come formatore a partire dal 1998 (anno del suo trasferimento in Italia) dopo varie specializzazioni in educazione alla pace e alla nonviolenza, intercultura e gestione nonviolenta dei conflitti. E' autore di "Baghdad e la sua gente". Recentemente ha aperto un interessantissimo blog.

Caro direttore,

Mi rivolgo a lei nella speranza di trovare quel minimo di buonsenso che si fatica certe volte a trovare tra le colonne del suo e di altri quotidiani. Faccio riferimento ad un articolo apparso sulla testata da lei diretta (fortunatamente nella sola edizione torinese) in data 29 maggio 2009, firmato da Angelo Conti, sotto il titolo: "Islamiche e con il velo le bigliettaie della Reggia" e tutta la polemica che ne è nata. La mia reazione non è di stupore, essendo che il signor Conti, insieme ad un manipolo di suoi colleghi ci hanno abituato ormai alla loro "caccia allo straniero". È una reazione di stanchezza e di disperazione. Fino a quando si vuole andare avanti così? Non bastano, secondo voi, le aggressioni a sfondo razzista scatenate in tutto il paese? Non basta che il razzismo abbia invaso la scuola e il mondo dei giovani? Non basta che perfino in un asilo nido si è arrivati a picchiare un proprio coetaneo a suon di "spolco neglo"? «...mi sono presentata alla biglietteria della Reggia di Venaria, (...) mi ha colpito non poco notare che la biglietteria era presidiata da due donne islamiche, una addirittura con il velo in testa.» - recita la presunta dichiarazione della presunta fonte. Poi continua chiedendosi se non era meglio nascondere le «due signore in un'attività d'ufficio... ?». Le due donne che guastano il decoro della Reggia reale sabauda secondo la nostra "fonte" e secondo il sicuramente complice cronista sta non in un qualsiasi atteggiamento sbagliato («Nulla da eccepire sul loro servizio...») ma ben nel fatto di essere straniere. Ancora peggio: islamiche. E per completare la linea d'accusa una addirittura con il velo! Ma questo "addirittura" indica che il velo è soltanto una aggravante ma il reato vero sta nell'essere quello che queste ragazze sono.

No, non sono un sostenitore del velo, anzi sono un feroce oppositore a questa forma di schiavitù (imposta o auto-imposta) delle donne dei nostri paesi. Ma non era questo il problema sollevato. Hanno sbagliato (nella scelta della protesta e non nella lodevole intenzione), secondo me, i colleghi che hanno solidarizzato indossando tutti il velo, il giorno seguente all'uscita dell'articolo. La denuncia era sulla presenza di due straniere in un tempio dell'Italianità, della Padanità, della Piemontesità! Una piccola delazione che sembra senza gravità, se presa isolatamente. Ma che nel suo piccolo, e visti i tempi che corrono, è fatta in puro stile "pogromistico". Ricorda vagamente le stelle gialle tracciate sugli esercizi di proprietà di ebrei (achtung Juden!), o certe volte di coloro che impiegavano soltanto "israeliti" o altri "non-ariani". Ricorda le croci rosso-sangue dei Ku Klux Klan sulle case degli "amici dei negri". Ricorda insomma cose che nessuno, spero, vorrebbe vedere riproporsi né qui né altrove. Una delazione che se è veramente di un lettore è dannosa, inutile e anche vigliacca perché anonima. Se invece di "fonte" non ce n'è l'ombra allora è doppiamente vigliacca.

Quando leggo questo tipo di pezzi o le polemiche nello stile di quella creata ad arte dai vostri colleghi di La Repubblica, grazie alla lettera dell'ormai tristemente famoso "elettore di sinistra che sta diventando razzista". Aprendo così ai politici del centrosinistra una breccia, grande come un portone, per poter usare anche loro la retorica elettorale anti romeni e anti zingari... cercando invano di "rimorchiare" un elettorato ormai, secondo loro, diventato in larga misura apertamente razzista. Quando leggo queste cose in giornali che non sono La Padania, che non sono di quelli che volutamente e soprattutto apertamente fanno del commercio della paura e dell'odio la loro ragione sociale, mi pongo delle domande. Di risposte a queste mie domande me ne vengono anche. Una possibilità, mi dico, è che i giornali di dimensioni nazionale come quelli citati prima non abbiano ormai più né capiredattori né direttori che vigilano in qualche modo sulla qualità e sull'etica. Lasciando così le colone in preda a chiunque vuole sfogare le proprie frustrazioni. Basta non toccare ai problemi veri e agli interessi dei proprietari. Tutto il resto sarebbe permesso. L'altra possibilità è che ormai queste testate sono pronte a tutto pur di fare sensazione, pur di vendere. Pronte anche a scatenare la guerra tra i poveri in una società già martoriata dalla crisi. Come vede, caro direttore, delle ipotesi che mi vengono in mente non so la quale sia peggio dell'altra. Forse sbaglio strada del tutto, ma allora mi dica lei: come si potrebbe tradurre questo accanimento?

Non basta più la caccia allo straniero "delinquente" per rafforzare la teoria "dell'immigrazione criminogena". Ora nemmeno quelli che lavorano, che si comportano bene, che cercano di trovarsi un posto tranquillo per vivere onestamente... Nemmeno questi vanno bene. È la loro visibilità che è un problema. Se proprio abbiamo bisogno di sfruttarli, che si faccia di nascosto, lontano dagli occhi della gente per bene! Ci dica caro direttore quale sarebbe la via d'uscita da questo Pantano, in cui siamo tutti immersi fino al collo: di una popolazione che si dice sempre più razzista perché sui mezzi d'informazione sembra siano soltanto gli stranieri il problema di questo paese e di una stampa che dice di scrivere sempre di più del "problema immigrazione" perché dice che è il "sentimento condiviso tra la gente". Dove per gente si intende, come diceva il comico francese Coluche: «La gente normale. Cioè quelli non abbronzati (sic!), non arabi, non negri, non ebrei e non froci... la gente normale, insomma!». Sarà secondo lei ora di spezzare questo meccanismo? E se sì, chi lo dovrebbe fare: le "fonti anonime", "i Piccolini" di turno o le redazioni dei media che si ritengono equilibrati e seri?

Io da parte mia penso sia giunta l'ora di fare delle scelte. Noi in questo paese ci siamo e intendiamo rimanerci. A dispetto di ciò che possa pensare chi ci crede "merce usa e getta": braccia che si possono convocare a milioni quando serve, e rimandare indietro quando c'è la crisi. Noi qua abbiamo costruito le nostre vite, qui siamo invecchiati e abbiamo già cresciuto nuove generazioni. Qui stiamo da anni, non da ospiti come piace ad alcuni ripeterlo, ma da coinquilini. L'ospite mangia, non fa la spesa, non cucina e non lava i piatti. Noi invece qui abbiamo lavorato sempre, abbiamo pagato la nostra parte di tasse, sempre, e non dobbiamo niente a nessuno. Tranne il rispetto dovuto a tutti e che pretendiamo però in ritorno. Penso sia ora di scegliere e di fare chiarezza tra chi sta per la convivenza e il rispetto reciproco e chi cerca lo scontro sociale? In mezzo c'è ormai ben poco spazio. Cordialmente.

Karim Metref

lunedì 1 giugno 2009

Che cosa è andato storto?

Troppi leader autoproclamati
Le colpe degli immigrati di prima generazione
di Sherif El Sebaie

La Repubblica-Metropoli, 31 maggio 2009

C’è qualcosa che è andato terribilmente storto se oggi ci ritroviamo ad affrontare un governo che predilige il “cattivismo” come mezzo per risolvere le sfide dell’integrazione. E non è dell’operato del governo che si parla, qui. L’esecutivo ormai fa semplicemente quello che considera il proprio lavoro: imprenditore politico della paura, produttore di rabbia e frustrazione, sia tra gli italiani sia tra gli stranieri. Lo stesso si può dire della maggioranza dei politici ai quali risulta più facile alimentare i conflitti e accendere lo scontro. Nella speranza di racimolare qualche voto prima delle imminenti Europee piuttosto che assumersi la responsabilità di avere una visione per come sarà questa Italia tra dieci o venti anni. E allora che cosa è andato storto? La tentazione di accusare un’opposizione verso la quale gli immigrati hanno riposto - quando era al governo - molte, troppe, speranze rimaste purtroppo disattese è forte. Ma questa è storia ed è inutile aggrapparsi ad ipotesi completamente tramontate. E’ arrivato piuttosto il momento dell’autocritica: per quanto tempo cinque milioni di immigrati residenti in Italia, che lavorano, pagano le tasse, comprano case e fanno figli che studiano in italiano, intendono delegare ad altri, alla forze politiche amiche o simpatizzanti, alle associazioni anti-razziste e ai sindacati e persino alla Chiesa il compito di rappresentare le loro istanze e le loro aspettative? Nel 1827, sul Freedom’s Journal, primo quotidiano diretto da afroamericani, veniva affermato: “Vogliamo parlare della nostra causa. Per molto tempo altri hanno parlato per noi”. Vale anche per l’Italia, oggi: per quanto tempo i diretti interessati staranno zitti, si piegheranno pensando che il peggio è passato, che il fondo è stato ormai toccato e non si potrà che risalire? Eppure è evidente che, una volta toccato il fondo, c’è chi è deciso a scavare, ancora, ad oltranza. E spesso, fra gli scavatori dell’abisso politico figurano persino immigrati che, raggiunte posizioni di discreto successo mediatico o politico, mettono le loro forze non al servizio dell’integrazione ma contro il multiculturalismo. Completamente dimentichi, ormai, delle fatiche e degli ostacoli che loro stessi hanno dovuto superare. E’ tra gli immigrati della prima generazione che bisogna cercare di capire perché siamo arrivati a questo punto. E’ nel loro silenzio colpevole, nel loro insistere a ribattere alle offese con compromessi e persino ringraziamenti, nella loro incapacità di organizzarsi e di mettere in chiaro che loro non sono ospiti ma compartecipi dello sviluppo di questo paese, che va ricercata l’origine di questo clamoroso fallimento. E’ sufficiente constatare la presenza di migliaia di rappresentanti autoproclamati delle centinaia di etnie presenti in Italia, tutte senza voce semplicemente perché tutte si parlano addosso. Un caso particolarmente lampante è quello della comunità islamica marocchina, che recentemente ci ha offerto un desolante panorama di piccole invidie e rivalità personali, tese ad impedire ad un Imam torinese di costruire una moschea con fondi provenienti dal Regno del Marocco. Come non individuare nelle reciproche accuse di estremismo e di “improvvisazione religiosa”, lo strumento principale dello screditarsi a vicenda di fronte al mondo politico e all’opinione pubblica italiana? Oggi c’è una brillante seconda generazione che rappresenta un vero e proprio ponte tra le culture, quanto di meglio gli immigrati di prima generazione hanno potuto lasciare all’Italia. Speriamo che riescano là dove i padri hanno fallito.