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mercoledì 30 settembre 2009

Collage d'autore

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Titolo dell'opera: "Macché, non siamo mica un paese razzista".
Autore: Metilparaben

lunedì 28 settembre 2009

Ordinaria amministrazione

Tranquilli...sono tutti episodi isolati. Infatti ne capita solo uno al giorno (nel migliore dei casi).

Due ragazzi di origine egiziana sono stati picchiati, secondo quanto riferito alla polizia "senza motivo", da quattro ragazzi italiani con calci e pugni. È successo la scorsa notte a Milano in via Chiese all'angolo con via Sarca. Le vittime sono due egiziani di 22 anni e 27 anni, regolarmente residenti in Italia, entrambi hanno riportato ferite non gravi e sono stati portati al pronto soccorso del S. Raffaele. Secondo quanto i due immigrati hanno raccontato alla Polizia giunta sul posto, si tratterebbe di una aggressione a stampo razzista. I quattro italiani sarebbero, infatti, scesi dalla loro macchina, una Y 10, e senza alcun motivo si sarebbero scagliati contro i due con calci e pugni, per poi rimettersi in macchina e scappare. (Leggo)

L'automobilista è una donna di colore originaria del Congo. Vive in Italia da 20 anni, da 15 abita a Udine e una cosa così – dice – «non le era mai capitata prima».(...) Il diverbio scoppia proprio all’uscita della scuola di via della Roggia, di fronte agli occhi sgranati di decine di bambini e genitori che assistono increduli a quanto sta accadendo. B.M. sa di non aver fatto un parcheggio perfetto, ma quando viene insultata da tre donne anche per il colore della sua pelle pretende delle scuse e rimedia uno sputo in faccia e un morsicone alla mano. La “discussione” degenera: spinte, strattoni, anche calci e pugni. Qualcuno prova a intervenire per mettere fine allo scontro mentre B.M. decide di chiamare i carabinieri. «Mi hanno sputato in faccia dicendomi “brutta negra tornatene in Africa”. (...) Il referto dei medici parla di una prognosi di 15 giorni.(Il giornale del Friuli)

Erano le tre della notte tra Venerdì e Sabato della scorsa settimana: un autobus con targa romena è (...) in attesa di ripartire verso Bucarest la mattina seguente. All’improvviso un commando di giovani, approfittando dell’oscurità e del fatto che nessun testimone si aggirava nei paraggi, ha cosparso il mezzo con liquido infiammabile e gli ha dato fuoco. Sviluppatesi le fiamme l’autista, un padroncino romeno di soli trentacinque anni che dormiva all’interno del mezzo, è stato svegliato dal loro crepitio, giusto in tempo per salvarsi e sentire gli aggressori allontanarsi dal luogo gridando “ Vi bruceremo tutti vivi cani di romeni che non siete altro”. Nel disperato tentativo di uscire dal mezzo in fiamme il romeno si è ustionato a braccia e gambe ed è stato ricoverato al centro grandi ustionati dell’ospedale romano di Sant’ Eugenio con ustioni sul 20% del corpo. Nei pressi i carabinieri della locale stazione hanno rinvenuto la tanica usata dagli attentatori razzisti. Il mezzo è andato distrutto. (Agoravox)

Presa a schiaffi davanti alla sua bambina e insultata con epiteti razzisti da due ragazzine italiane a cui la donna, di origini nigeriane, aveva chiesto di spegnere la sigaretta che le due fumavano tranquillamente a bordo di autobus. E' accaduto a Tor Bella Monaca (...) "Stavamo sull'autobus per portare a scuola i nostri bambini che frequentano il nostro istituto - ha detto la testimone, Maria Edima Venancio Rocha, di origine brasiliana - la mia amica ha visto queste due quindicenni che avevano acceso una sigaretta all'interno della vettura e ha chiesto loro di spegnerla perché dava fastidio alla sua bambina. Per tutta risposta, le due hanno cominciato a insultarla con frasi come 'Brutta negra, stai zitta, tornatene al paese tuo'. Quando siamo scese alla fermata le due ci hanno seguito e hanno preso a schiaffi la mia amica". In quel momento, continua il racconto, è passato un camper della polizia. Secondo quanto sostiene Venancio Rocha, "la roulotte si è fermata e quello che è accaduto è incredibile. Le due ragazze, che stavano ancora lì sul posto, sono state mandate via dagli agenti senza essere identificate. E' stata, invece, identificata la mia amica a cui hanno comminato pure una multa di 3mila euro, non abbiamo capito perché. Ora andremo a fare immediatamente la denuncia. E' assurdo, la mia amica è una persona per bene, che lavora e queste cose non devono succedere". (Repubblica)

Una croce celti­ca e una svastica sui finestri­ni dell’auto. Una scritta razzi­sta, «negra», sul parabrezza. E’ successo a Gloria Okoro­cha, studentessa 24enne, fi­glia del dottor Okorocha, ni­geriano, laureatosi a Padova e scomparso dodici anni fa, e di Sandra Tardivo, docente di lettere all’istituto Meucci di Cittadella. Il fatto è accadu­to mercoledì scorso a Gallie­ra Veneta, nel Padovano. Glo­ria è rientrata venerdì, per il weekend, da Bologna, dove sta preparando la tesi in lette­ratura comparata. «Se qual­cuno fa quello che ha fatto - ­dice la ragazza - significa che c’è un clima che glielo permette: non lo fa sentire solo, isolato. Qui molte cose non funzionano, oltre al raz­zismo. Adesso, ancor di più, voglio andarmene dall’Ita­lia (...) E’ quello che sta succe­dendo qui a volermi fare an­dare via. Io sono italiana, so­no nata qui, non so cosa pos­sa capitare a uno straniero che viene in Italia».». (Corriere)

giovedì 24 settembre 2009

Né ristoratori né assassini

di Susan Dabbous, Agoravox

La caduta delle Torri gemelle, l’omicidio di una giovane ragazza marocchina per mano del padre, l’attentato costato la vita a sei militari italiani a Kabul e, infine, una legge anti Burqa in Italia. Non è un’estrazione casuale di temi per la maturità ma gli argomenti che ieri sera si sono concatenati senza distinzione nel salotto di Vespa. Sul Banco degli imputati un unico grande colpevole: l’Islam, la religione. Categoria un po’ generica? No, non lo è affatto perché ha un volto: l’imam di Pordenone, la città dove si è consumata la tragedia della giovanissima Sanaa. Se mescolare le carte funziona con l’Islam e i Paesi arabi, forse può funzionare anche col cristianesimo e l’Occidente. Ok, allora proviamo ad immaginare una puntata di Porta a Porta su: le Crociate, la Seconda Guerra mondiale con l’Olocausto, la strage di 90 civili afgani provocata dal bombardamento Nato due settimane fa (l’ennesimo), Anna Maria Franzoni e la legge sul testamento biologico. Argomenti che non c’entrano nulla? Non so, con “il mondo islamico” funziona. L’importante è scegliere un capro espiatorio. Così Bruno Vespa ha pescato la sua piccola vittima sacrificale da immolare sull’altare dello share: una marocchina velata di 18 anni. La incalza con domande come: “Tu vai alle feste dei compagni di classe? Potresti mai innamorarti di un ragazzo italiano? Condividi quello che ha fatto la ragazza assassinata dal padre?”. Dalle labbra della diciottenne escono proprio le parole che servono a fare incetta di telespettatori: “Non vado alle feste, non sono fidanzata e la ragazza uccisa si è comportata male”. Ma non è tutto. Per gli amanti del lieto fine arriva l’esempio dell’arabo buono, quello rassicurante. Ecco allora il servizio sul tunisino di bell’aspetto che vive a Venezia (neanche a dirlo ristoratore). È sposato con un’italiana cattolica ed hanno figli diciamo pure “a religione mista”. Però i conti non tornano, l’Islam non era quel monolite granitico piovuto sulla terra con l’unica missione di sopraffare ed umiliare le donne? O tutt’al più trucidare gli infedeli e condannare a morte gli apostati come Magdi Cristiano Allam? Non so forse mi è sfuggito qualcosa. Ah sì, certo, l’integrazione. Il signore che accoltella la figlia perché esce con un ragazzo italiano non è un violento malato di mente, no no, lui è un “non integrato” . Il secondo signore, il ristoratore di successo, “è un integrato”. Sullo sfondo resta l’Islam, massacrato dalla banalità della tv italiana il giorno dopo l’Eid la festa di fine di Ramadan. Peccato che anche questa volta si è persa un’occasione per rispettare un milione e mezzo di musulmani che vivono in questo Paese senza necessariamente essere né ristoratori di successo né assassini. Un milione e mezzo di persone che tutti i giorni si sveglia la mattina presto per andare al lavoro, a scuola o all’università. Un milione e mezzo di persone che probabilmente avrebbe voluto passare questi giorni di festa dopo il Ramadan senza sentirsi insultato da una melange stucchevole di stereotipi umilianti.

mercoledì 23 settembre 2009

Musulmani, non aprite quella Porta!

Nelle ore successive all'uccisione di Sanaa ho provato ad immaginare la puntata di Porta a Porta che sarebbe stata costruita sul dramma (poteva forse mancare?). La puntata poi è ovviamente ed immancabilmente andata in onda e devo dire che non mi ha affatto deluso: è andata esattamente come l'avevo immaginata. Il parterre era composto da personaggi notoriamente obiettivi e imparziali: Magdi Exmusulmano Allam, Souad Sbai e la Ministra Carfagna. Ad affiancarli, c'erano i fidanzati di Sanaa e Hina assistiti dai rispettivi avvocati. Uno dei legali ha impostato tutto un sermone sui musulmani che vogliono seguire la Shahirah (e perché non la Shakirah?) e imporre le loro leggi. Poi c'erano l'onorevole Livia Turco e il sociologo Khaled Fouad Allam: se non ho frainteso, dovevano rappresentare l'opposizione ai soggetti sopra elencati. Ma probabilmente ho capito male. A condurre la caccia, pardon...puntata, c'era Bruno Vespa, che alternava il ruolo dell'inquisitore spagnolo a quello paternalistico sinceramente preoccupato per la sorte del buon selvaggio. Dall'altra parte c'erano le vittime mediatiche predestinate al sacrificio televisivo: la madre della vittima, che siccome ha perdonato il marito, era ovviamente un mostro. Quelli invece che perdonano gli estranei che uccidono moglie, figlia e nipote vengono considerati, manco a dirlo, dei santi, esempi viventi della carità cristiana. C'erano anche l'Imam di Pordenone e una decina di musulmani fra cui alcune giovani. Mancava la Santanché: davvero imperdonabile. Non riesco a capire come abbia fatto un professionista dell'informazione come Vespa a tenere fuori da questa indispensabile puntata una protagonista dell'attualità come la Santanché. La non più onorevole era andata a inveire, protetta da poliziotti e agenti della Digos, contro i musulmani in preghiera per la fine del Ramadan. Secondo alcuni avrebbe anche cercato di strappare il velo alle donne. E qualcuno ha reagito dandole uno spintone. Gravissimo. Quando penso che le è stata assegnata la scorta solo perché un musulmano le ha dato dell'ignorante nel corso di una trasmissione, non oso immaginare cosa possa succedere adesso. E perché correre questo altissimo rischio? Per "protestare contro il Burka, segno di sottomissione delle donne". Inutile dire che anche nello studio di Porta a Porta gli ospiti hanno passato mezza puntata per darsi ragione a vicenda sulla necessità di varare una legge contro il burka. A nessuno è venuto per la mente di fermarli un attimo e chiedere: "Scusate, ma di che c*** state parlando?". Personalmente di donne con il burka ne ho visto finora una sola ed era pure in televisione: l'italianissima e convintissima moglie convertita del cosiddetto Imam di Carmagnola che - per quanto mi risulta - ora vive in Senegal. E poi il caso di Sanaa non ha niente a che vedere con il burka, visto che la povera ragazza non portava il velo integrale e tanto meno quello parziale. Magdi Exmusulmano Allam si è limitato a dirci che era vittima di una fatwa da quando si è convertito (ma, detto tra di noi, lo diceva anche prima di convertirsi quindi niente di nuovo sotto il sole) e che Maometto era uno che - pensate un po' - nell'anarchico deserto dell'Arabia del 600 d.C, faceva la guerra alle tribù che lo attaccavano o tradivano. Ovviamente lo ha detto con termini un po' più coloriti e truci, tipo "sgozzava personalmente" ecc, ma la sostanza era questa. E dire che i Profeti dell'Antico Testamento sono ricordati proprio in quanto feroci guerrieri ed implacabili sterminatori, ma questo ovviamente l'espertone si è ben guardato dal dirlo. Souad Sbai ha tenuto a precisare che anche lei è stata vittima di "una fatwa". Non sia mai che si pensi che ne era sprovvista. Un immigrato le ha detto in uno scambio su una mailing list che era "cristiana". E il giudice l'ha interpretata come minaccia di morte. Mi ha fatto tenerezza Khaled Fouad Allam. Era l'unico musulmano in studio ad essere sprovvisto di fatwa. Non era per nulla trendy e ne risentivano persino le sue dotte citazioni francofone. Quasi quasi gli lancio la fatwa io, oppure lo chiedo come favore al kebabbaro all'angolo. A proposito, fossi al posto di Souad Sbai sarei andato a nascondermi. Non per la temutissima fatwa, ci mancherebbe. Ha tutta la mia solidarietà. Ma perché dopo anni di battaglie mediatiche incentrate sulla "violenza contro le donne islamiche", l'appoggio - oserei dire unanime - dei mezzi di informazione e del mondo politico che è sbocciato nella sua elezione al parlamento, i centri di ascolto per donne islamiche con tanto di numero verde, il fatto che proprio una ragazza marocchina (e quindi della comunità di origine della Sbai) sia stata uccisa dovrebbe essere vissuto come un fallimento e non come un'occasione per mostrarsi in televisione. Soprattutto se si tiene conto che mentre era in corso il dramma di Sanaa, sola ed impaurita, l'onorevole era tutta impegnata nel lanciare accuse contro un moderatissimo esponente della comunità islamica di Torino che ha ricevuto un milione di euro da parte del Regno del Marocco nell'ambito di una strategia di lotta antiestremista approvata anche dal Ministero degli Affari Esteri Italiano. Stendiamo invece un velo pietoso sui musulmani chiamati a parlare in trasmissione. I musulmani di Pordenone, evidentemente, pensavano che bastasse andare li e dire due cose in un italiano più o meno accettabile per uscirne indenni. Eppure c'è voluto poco per farli passare come degli integralisti ambigui e potenzialmente pericolosi. I musulmani in questo paese ancora non sono riusciti a capire che certe trasmissioni sono scientificamente, lo ripeto: scientificamente, costruite per trasmettere di loro un'immagine preconfezionata. E' tutto studiato a tavolino: gli ospiti, il modo in cui sono disposti, i servizi, le domande, le riprese, persino l'illuminazione. E quindi anche gli ospiti devono essere preparati: contano le parole, ma anche i gesti, il modo in cui si è vestiti. Tutto. Io stesso, pur avendo parecchie esperienze televisive alle spalle, ho imparato diverse cose nuove in un'apposita simulazione in studio condotta da una professionista americana già consulente mediatica di Condoleeza Rice e Colin Powell. Un esperimento reso possibile grazie alle missioni diplomatiche statunitensi e grazie al quale posso capire meglio come la scelta da parte degli islamici di Pordenone di essere preseti in venti abbia contribuito a farli passare per un branco che soggioga e condiziona. Una ragazzina si è fatta ingenuamente manipolare ma non possiamo che perdonarla: una diciottenne che ubbidisce ai genitori e non va alle feste degli amici italiani che finiscono alle 4 del mattino non può che sembrare strana in un paese in cui certe madri gareggiano con le figlie pur di stare sotto i riflettori. La moglie dell'Imam non era al fianco del marito, ma una o due file più indietro. Quando è stata chiamata a intervenire, il coniuge - già esacerbato dal modo con cui lo hanno trattato in trasmissione - si è rivolto a lei dicendole "Alzati!" per permettere alla telecamera di riprenderla quando Vespa l'ha chiesto. Proprio quello che non si doveva fare in una puntata in prima serata sui musulmani e le loro mogli. E in effetti la Sbai si è subito lanciata: "Può respirare?". Giocare con i media è come giocare con la roulette russa, soprattutto in Italia. La regola è "tutto quello che dirà - ma proprio tutto - potrà essere usato contro di lei". Si rischia la demonizzazione ma anche l'espulsione per una battuta. Non dico che i musulmani debbano smetterla di andare in televisione per limitare i danni. Ma che debbano pensare mille volte prima di varcare la soglia di Vespa, questo decisamente si.

martedì 22 settembre 2009

Tali padri, tali figli

Diminuiscono le assunzioni fra gli immigrati che fanno sempre più figli degli italiani e aumentano le discriminazioni nei loro confronti. Sono alcuni dati che emergono dall'ultimo Rapporto 'International Migration Outlook' del Censis, che in qualità di corrispondente per l'Italia ogni anno raccoglie e analizza i principali dati disponibili sul fenomeno migratorio (Corriere)

Diffidenti, talora ostili. E realisti ai limiti del cinismo. E' il ritratto dei giovani - studenti di liceo o di istituti professionali, veneti e emiliani, toscani e pugliesi, che la Fondazione Intercultura ha intervistato per sapere quali sono i 'confini' che i ragazzi tracciano tra se stessi e chiunque sia 'diverso'. Ne emerge il ritratto di una generazione che potrebbe, se qualcosa non cambierà soprattutto nelle scuole, rivelarsi disinformata e più chiusa verso gli 'altri' rispetto al resto d'Europa. (Repubblica)

lunedì 21 settembre 2009

Buon Eid

Calligrafia araba di Mustapha Azaitraoui
"Eid benedetto e felice"

venerdì 18 settembre 2009

Non dimenticare le tue origini

di Karima Moual*, Il Sole 24 Ore

Io come moltissime ragazze musulmane di seconda generazione nate o cresciute in Italia, siamo qui, non per una libera scelta, ma per un destino che i nostri genitori scelsero anche al posto nostro, per migliorare la loro vita e il nostro futuro. Lasciando il loro paese di origine, i loro affetti e tradizioni, per dare inizio ad una nuovo e luminoso cammino, in un paese lontano e diverso, un paese occidentale. Questo era il loro desiderio e da quando arrivai in Italia all’età di nove anni quello era diventato a mio modo anche il mio: un’esperienza del tutto nuova, una vita migliore, lo studio, il divertimento e i nuovi amici italiani con cui imparare nuovi giochi e una nuova lingua. fin qui Tutto ok. Siamo bambine e l’infanzia è intoccabile. Le bambine però crescono. E per la prima volta il genitore si trova di fronte ad una nuova creatura, così diversa da quella che si prospettava, diversa dalla madre e dalla moglie, così lontana dalle tradizioni e dalla cultura di origine, diversa da lui. E questo è un grande dispiacere e sofferenza, lui che in tutti gli anni precedenti insieme alla madre hanno cercato in tutti i modi, di sottolineare i valori della famiglia e la sua unità, le differenze culturali e religiose per non dimenticare le origini e portarle avanti con fierezza. Lui adesso aveva perso qualcosa, aveva perso se stesso e la colpa era della nuova creatura. Quelle differenze culturali e religiose io potevo benissimo portarle avanti perché facevano parte di me, ma inconsciamente acquisivo giorno per giorno, anno dopo anno anche quelle nuove, quelle italiane, quelle che ormai facevano parte di me come musulmana e italiana, quelle che ai suoi occhi mi rendevano quasi un’estranea, nella quale non si riconosceva.

“Raki daimen muslima u-maghribiyya ( sei sempre musulmana e marocchina), queste sono le tue origini, non lo devi dimenticare, ed è per questo che non puoi frequentare i ragazzi italiani che non sono musulmani”- è questa la frase che la maggior parte delle ragazze musulmane marocchine si sentono dire, come fosse un ammonimento per metterle in guardia in età dell’adolescenza sulle loro scelte future. Frase confessata da molte amiche, con un sorriso amaro, di chi di fronte non ha altre alternative. E’ una frase che si sa, si conosce bene. E’ una frase con la quale probabilmente anche il padre di Sanaa deve aver usato per convincerla a rinunciare alla sua scelta di frequentare un ragazzo più grande, non musulmano ma italiano, e cattolico. Ma il ragazzo italiano in realtà non è il vero problema è solo il fine. Più in profondità c’è la malattia sociale di un conflitto generazionale intra-etnico che trova il suo sfogo più violento sulle ragazze, più che sui ragazzi, proprio perché queste sono coloro che portano tradizionalmente la bandiera della propria cultura attraverso simboli e usanze a volte misogine. E allora c’è chi come Hina e Sanaa, ma anche come tante altre ragazze musulmane, cresciute o nate in Italia pensano di essere libere, emancipate, protette, e che possono fare le loro scelte alla luce del sole, magari portando una minigonna senza nascondersi, o frequentando il proprio ragazzo italiano, anche se ci si trova ad abitare in un paese piccolo dove c’è la tua famiglia, la comunità di origine, dove la tua comunità ti può giudicare e tuo padre può sentirsi disonorato, ma coraggiosamente affrontano a testa alta le loro scelte, anche pagandole con la propria vita. Ma ci sono anche coloro, che più deboli si nascondo, si sottomettono ad un destino già prescritto per il bene della famiglia e della comunità. Ci si accontenta quindi, di sposare il cugino in Marocco o l’amico di Famiglia, ci si fidano di ciò che la famiglia consiglia per il proprio bene perché il legame con la famiglia è quasi sacro intoccabile per una donna araba e tradirlo per una donna può significare l’esilio.

E questo mi ricorda la storia di Fatima, 33 anni, una ragazza bella ma timida, arrivata in Italia con il ricongiungimento famigliare all’età di 13 anni. Fatima non riuscì ad integrarsi pienamente con i compagni. Il posto lo trovò nella protezione della propria famiglia. Ma per tale forte legame la personalità d Fatima è stata totalmente annullata. La ragazza non è più riuscita a scegliere per se quello che realmente desiderava per paura di rimanere sola. E alla fine, seguendo il consiglio del padre, ha sposato un cugino in Marocco. Due generazioni a confronto e in conflitto, è questo il problema che la comunità immigrata marocchina musulmana sta vivendo, a discapito del più debole, la donna. È una delle comunità più numerose, che si è insediata più in fretta del previsto, una comunità fatta quindi di intere famiglie con figli nati o cresciuti oramai da anni in Italia. Ma all’interno di questa comunità, tra amici e parenti si parla di questo conflitto, si cerca di affrontarlo, pur non riuscendo ancora ad accettare che le nuove generazioni sono anche italiane, vivono con italiani e pensano anche come gli italiani. E’ emblematico il racconto di una ragazzina di 14 anni che mi raccontò di aver affrontato suo padre sulla scelta del futuro fidanzato chiedendogli: papà come posso trovare un ragazzo musulmano marocchino se nella mia scuola non ce n’é nemmeno uno e nella nostra città per di più non ce n’é nemmeno uno che mi piaccia? Come posso innamorarmi se so già con chi per forza mi devo innamorare? Questa è una domanda che deve far riflettere sul disagio con cui si trovano a convivere molte ragazze musulmane, che subiscono continuamente violenze psicologiche sulle loro scelte, solo perché si trovano a vivere in un paese occidentale che i loro stesse non hanno scelto per se.

* Karima Moual, 27 anni, non si stanca di ripetere che il papà, arrivato in Italia 30 anni fa è stato uno dei primi marocchini arrivati in Italia da Casablanca. Mora, musulmana, orgogliosa della sua famiglia, laureata in Lingue e civiltà orientali. Giornalista freelance, collabora con il settimanale "Metropoli" (gruppo Espresso), TG1 e Sole24Ore ed ha presentato i programmi televisivi "Too Cool" e "Vi and Friends", sul canale musicale Magictv. Non dimentica però le sue origini e spesso è stata testimone in convegni e trasmissioni di una realtà che sarà sempre più importante in Italia: gli immigrati di seconda generazione. È infatti presidente e membro fondatore dell'associazione generazione magrebina 2 "agm2 onlus".

mercoledì 16 settembre 2009

Sanaa: nessuno scontro di civiltà

Apc-Sanaa/ El Sebaie: Caso isolato, nessuno scontro di civiltà. "Nel codice penale italiano delitto d'onore fino a 25 anni fa".

Roma, 16 set. (Apcom) - Occorre evitare di interpretare il caso di Sanaa Dafani, la diciottenne marocchina uccisa dal padre perché contrario alla sua relazione con un 31enne italiano, come un episodio di "scontro di civiltà". E' il monito lanciato da Sherif El Sebaie, intellettuale della comunità islamica, spiegando che si tratta di "un delitto efferato, un orribile caso di cronaca nera che, pur essendo il secondo del suo genere in Italia, rimane un caso isolato". "Nessuna fede - aggiunge - tantomeno quella islamica, giustifica l'omidicio dei propri figli. E' risaputo che nel corso del mese del digiuno non è permesso nemmeno recare offesa al prossimo con la parola, figuriamoci uccidere la propria figlia. Quello che non andava giù a quel padre - spiega El Sebaie - era il fatto che si stava consumando un rapporto al di fuori del quadro matrimoniale, e senza il suo consenso. Il discorso quindi è prevalentemente sociale, anzi direi persino tribale. Un delitto efferato, selvaggio. Ecco perché è inopportuno parlare di fede". Il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, che sul caso ha commentato affermando che "casi terribili come questi ci inducono a proseguire la strada del modello italiano nell'integrazione degli immigrati", per El Sebaie "non si è resa conto del fallimento insito nelle politiche di cosiddetta integrazione del centrodestra. In realtà - dice l'espondente della comunità islamica - non esiste nessun modello. E se esiste, casi come questi dimostrano semmai che ha fallito. Tra l'altro è del tutto fuori luogo tirare in ballo la legge sulla cittadinanza e l'integrazione degli immigrati. Il codide penale italiano riconosceva l'attenuante specifica per il delitto d'onore fino ad appena 25 anni fa. E nel 1951, il giornale d'Italia giustificava con termini elogiativi un padre che aveva ucciso e impiccato la figlia quindicenne violentata da estranei. Se gli italiani sono cambiati in cosi poco tempo, anche gli islamici ci riusciranno".

SANAA: Modello integrazione italiano fallito

SANAA: EL SEBAIE, NON C'È MATRICE RELIGIOSA MA SOCIALE. A CARFAGNA, NON ESISTE UN MODELLO ITALIANO E SE C'È HA FALLITO.

(ANSA) - ROMA, 16 SET - "I media non si prestino alla strumentalizzazione in chiave 'scontro tra le civiltà" di un delitto efferato, un orribile caso di cronaca nera che, pur essendo il secondo del suo genere in Italia, rimane un caso isolato": così esordisce Sherif El Sebaie, intellettuale musulmano di origine egiziana ed esponente della comunità islamica torinese. "Nessuna fede, tanto meno quella islamica, giustifica l'omicidio dei propri figli. È risaputo poi - prosegue El Sebaie - che nel corso del mese del digiuno non è permesso nemmeno recare offesa al prossimo con la parola, figuriamoci uccidere la propria figlia". El Sebaie non condivide la lettura religiosa dell'accaduto: "Quello che non andava giù a quel padre - afferma - era il fatto che si stava consumando un rapporto al di fuori del quadro matrimoniale. E senza il suo consenso. Il discorso quindi è prevalentemente sociale, anzi direi persino tribale. Un delitto efferato, selvaggio. Ecco perchè è inopportuno parlare di fede". Polemico con il ministro per le pari opportunità, El Sebaie afferma: "Mi ha colpito che il ministro Carfagna, brillante modello dell'emancipazione femminile all'italiana, non si sia resa conto del fallimento insito nelle politiche di cosiddetta integrazione del centrodestra". E in riferimento alle parole del ministro "Casi terribili come questi ci inducono a proseguire la strada del "modello italiano" nell'integrazione degli immigrati", El Sebaie commenta: "In realtà non esiste nessun modello. E se esiste, casi come questi dimostrano semmai che ha fallito". "Tra l'altro - conclude - è del tutto fuori luogo tirare in ballo la legge sulla cittadinanza e l'integrazione degli immigrati. Il Codice penale italiano riconosceva l'attenuante specifica per il delitto d'onore fino ad appena 25 anni fa. E nel 1951, il Giornale d'Italia giustificava con termini elogiativi un padre che aveva ucciso e impiccato la figlia quindicenne violentata da estranei. Se gli italiani sono cambiati in così poco tempo, anche gli islamici ci riusciranno". (ANSA).

Sanaa Dafani e il "modello italiano"

Pare che un immigrato marocchino abbia ucciso la figlia diciottenne, fidanzata e convivente con un italiano di 13 anni più grande. Dico "pare" perché mentre scrivo il presunto colpevole è ancora sotto interrogatorio: non ha confessato, l'arma del delitto non è stata trovata e non è stato nemmeno convalidato il suo fermo. I garantisti italioti farebbero bene a ricordarselo, prima di sparare titoloni sui mass-media. Detto questo, dalle informazioni diramate, anche a me sembra che il padre sia colpevole ma nel paese in cui un bel po' di delitti sono stati attribuiti ad albanesi e tunisini prima di scoprire che erano stati commessi da rispettabilissimi cittadini italiani, la prudenza è d'obbligo. Un delitto senza dubbio efferato, crudele, selvaggio, il secondo del suo genere in Italia ma - senza nulla togliere alla gravità dell'accaduto- rimane un caso isolato di cronaca nera. Nel mondo ci saranno, probabilmente, centinaia di migliaia di ragazze di origine islamica che convivono felicemente con uomini di altre culture e fedi. Che se ne fregano dei limiti sociali e religiosi. Ed ogni giorno ci sono, in tutto il mondo, casi di padri che uccidono i figli, figli che uccidono i genitori, madri che uccidono i propri neonati, mariti che uccidono le mogli, amanti che uccidono il di lei marito ecc ecc. E non sono né arabi, né islamici. Eppure solo quando capita la tragedia in cui è coinvolto l'islamico, i giornalisti si scatenano per chiedere ad ogni singolo musulmano presente sulla faccia della terra di "dissociarsi" dal delitto e di "condannare" l'omicida.

Vero: il padre è arabo e musulmano e la vittima è la giovane figlia fidanzata con un occidentale cristiano. Per questo ci raccontano che "Quell’italiano cattolico dove­va stare lontano da una ragazza musulmana". Può anche darsi che la differenza di fede abbia turbato il padre. D'altronde anche la Chiesa scoraggia apertamente i matrimoni con gli islamici. C'è chi ha tirato in ballo persino il Ramadan, per accreditare ancora di più la chiave di lettura religiosa. Eppure è risaputo che nel corso del mese del digiuno non è permesso nemmeno recare offesa al prossimo con la parola, figuriamoci uccidere la propria figlia! La realtà è che anche se il convivente fosse marocchino e musulmano, coetaneo della figlia, quel padre averebbe ucciso sua figlia. Quello che non gli andava giù era il fatto che si stava consumando un rapporto al di fuori del quadro matrimoniale. E senza il suo consenso. Il discorso quindi è prevalentemente sociale, anzi direi persino tribale, e solo in secondo luogo religioso. Ecco perché è inopportuno parlare di "fede", in questi casi. Anche perché nessuna fede, tantomeno quella islamica, giustifica l'omidicio dei propri figli.

I parlamentari destrorsi ci stanno dicendo che è "impossibile" convivere con gli islamici. "Un altro caso Hina che dimo­stra l’impossibilità di integra­zione con la cultura islamica". Certi personaggi si sono già messi a ripetere il mantra della "violenza islamica sulle donne" che ha fatto il loro successo politico e mediatico: acqua al loro mulino. La macchina mediatica tesa a dimostrare che gli islamici vivono ancora nel medioevo e che non sono compatibili con l'occidente si è già messa in moto. L'esperienza mi insegna che gli italiani - e in particolare i loro politici e giornalisti - hanno la memoria corta. Molto corta. Il codice penale italiano riconosceva l’attenuante specifica per il delitto d’onore, art. 587, fino al 5 agosto 1981. Solo 25 anni fa. "Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella". Andate a cercare la raccolta del Giornale d'Italia. "Palermo, 27 marzo 1951": "La giovane, senza alcun freno, scappata di casa, aveva generato la triste collera del padre il quale, ligio ai principi dell'onore, umiliato e offeso dalla condotta corrotta della figlia, incapace di correggerla, dopo aver tentato in tutti i modi di sottrarla al male, non ha saputo contenere la propria collera che è esplosa nel raccapricciante delitto". Il padre viene anche descritto come uomo onorabile: "mutilato di guerra, decorato di Medaglia d'argento al valore militare conseguita nella campagna di Spagna del 1937".

Questa, signori, non è l'Italia del Medioevo. Né ai tempi dei Barbari. E' l'Italia del 1981, del 1951. Praticamente ieri, nella linea della storia. Quest'Italia è cambiata, e non possiamo che rallegrarci per questo. Ma non vengano quelli che nel 1981 prevedevano sconti di pena per "l'offesa recata all'onor" degli uxoricidi, quelli che nel 1951 descrivevano come "giovane sfrenata" una ragazzina quindicenne violentata da una non meglio precisata "clientela", quelli che ritraevano come padre "onorabile" quello che l'ha uccisa per poi impiccarne il cadavere ad un albero poco lontano dalla casa di famiglia, quelli che titolavano "Per ragioni d'onore" il racconto di appena due colonne in cronaca, a darci lezioni e soprattutto a dirci che "gli islamici non cambieranno mai" e che è "impossibile che si integrino". Guardate come siete cambiati voi, e come siete cambiati rapidamente (forse con qualche eccesso) e confidate nel fatto che anche gli altri ci riescano. Prima, però, c'è da riflettere sulle proprie responsabilità. Mi ha colpito che la Ministra Carfagna, brillante modello dell'emancipazione femminile all'italiana, non si sia resa conto del fallimento insito nelle politiche di cosiddetta integrazione del centrodestra. Su Repubblica afferma: "Casi terribili come questi ci inducono a proseguire la strada del 'modello italiano' nell'integrazione degli immigrati". Modello italiano? E quale sarebbe per carità di patria? Se davvero esiste, quanto accaduto è la dimostrazione del suo fallimento. Il mondo politico italiano ha grandi colpe nel dramma della "non-integrazione". Peccato che chi ne parla da posizioni di responsabilità istituzionale viene immediatamente ricattato per cambiare rotta con storie che, guarda caso, "recano offesa all'onor suo".

martedì 15 settembre 2009

Due piccioni con una fava

"Sto morendo". Non è un grido d'aiuto, né un'invocazione di pietà. È l'ultimo saluto di un uomo che sta deliberatamente lasciando il mondo dei vivi, senza che nessuno riesca a impedirlo. È il messaggio che Mbarka Sami Ben Garci, il detenuto tunisino morto per uno sciopero della fame e della sete al carcere di Pavia manda alla donna che avrebbe dovuto sposare se fosse uscito dal carcere. È il 27 agosto, Sami, che ha cominciato a rifiutare cibo e acqua dal 16 luglio, è ormai un cencio. Non riesce nemmeno a impugnare la penna, lo fanno per lui i compagni di cella. "Ciao amore, speriamo che tu stai bene, tanti auguri per il Ramadan", esordisce. E poi, dopo averle chiesto di inoltrare i suoi auguri "a tutto il mondo musulmano", la informa: "Io sto muorendo. Sono dimagrito troppo, credimi, non riesco neanche ad alzarmi dal letto". Infine: "Bisogna accettare il destino, mi dispiace, io lo sciopero non lo tolgo, di questa vita non me ne frega niente, sto muorendo". La lettera di Sami sarà presto agli atti della procura di Pavia, che indaga per omicidio colposo. I pm hanno acquisito le cartelle cliniche sulla degenza in carcere dell'immigrato che, dopo aver subito una condanna per droga, stava per scontarne un'altra per una violenza sessuale nei confronti di una sua ex amante marocchina, reato per il quale si dichiarava del tutto innocente. Giovedì i compagni di cella di Sami hanno scritto al suo avvocato, Aldo Egidi, dicendo di aver "assistito alla lunga agonia del suo povero cliente, una morte lenta e umiliante". Sami, dicono, "era diventato come un prigioniero in un campo di concentramento, vomitava acidi e sveniva davanti agli occhi di tutti. Veniva aiutato da noi detenuti per fare la doccia... Non è stato fatto assolutamente niente, tranne che lasciarlo morire nella sua cella". (Repubblica)

PS: Pare che il medico del carcere abbia detto che "Un soggetto già privato della sua libertà non puoi privarlo della facoltà di poter decidere e quindi di autodeterminarsi". Ora corregge il tiro e afferma che "La frase è stata estrapolata dal suo contesto". Io però il contesto ce l'ho ben chiaro: quando ad Eluana Englaro, una ragazza vissuta in coma vegetativo per 17 anni e quindi priva di ogni libertà, inclusa quella di pensare e agire, vennero sospesi gli artifici che la mantenevano "viva" (si fa per dire), abbiamo assistito alla sollevazione generale del mondo politico, ecclesiastico, giudiziario e buona parte dell'opinione pubblica. Volevano mantenere in vita una morta, contro il suo - e dei suoi genitori - diritto all'autodeterminazione. Stavolta invece si è trattato di un uomo, vivo e vegeto, che lottava per la sua innocenza. Ma era un carcerato e per di più musulmano: non sorprende quindi che non si sia sollevato nessuno. Anzi: il suo "diritto alla libertà di scelta" doveva essere rispettato fino in fondo. Un carcerato e un musulmano in meno. Due piccioni con una fava. Chissà come sono felici, i sostenitori della "tolleranza zero".

domenica 13 settembre 2009

Fra i tre litiganti, l'immigrato gode

Recita il detto "Fra i due litiganti il terzo gode". Se i litiganti sono invece tre, vi lascio immaginare.

Godiamocela tutta dunque, questa tensione all'interno del governo e tra quest'ultimo e la Chiesa sul tema dell'immigrazione. Anche se non credo che ci sia solo l'immigrazione dietro lo scontro aperto tra il Presidente della Camera e diversi settori della maggioranza o dietro le tensioni fra l'esecutivo e una buona fetta del mondo cattolico. E' un ottimo segnale, però, il fatto che la questione venga continuamente tirata in ballo e brandita sui media come una clava man mano che si infiamma il dibattito politico E' la dimostrazione che per quanto si faccia finta che il tema non sia una priorità e che per questo non faccia parte dell'agenda politica (nella chiave da noi intesa), esso torna irremediabilmente a galla rovinando il piacevole torpore dei politici italiani su ciò che concerne gli stranieri.

Da tempo, ormai, il Presidente Fini si distingue per le sue posizioni di apertura verso gli immigrati. Dalla concessione del diritto di voto al riconoscimento dell'insegnamento del Corano nelle scuole, non ha perso occasione di smarcarsi dai suoi stessi compagni di partito. C'è chi dice che fa questo perché ambisce al Quirinale e chi invece afferma che sta cercando di sottrarre voti alla sinistra. In ogni caso c'è un dato di fatto: la seconda carica dello stato ha assunto una posizione scomoda, in conflitto con la maggioranza ma anche, temo, con l'opinione pubblica italiana. E ancora oggi non ha fatto marcia indietro. Dobbiamo dargliene atto. Per quanto questa posizione sia minoritaria e per quanto sembri non avere prospettive concrete, c'è un alto esponente governativo che dice apertamente le cose che pensiamo anche noi.

L'ultima affermazione di Fini è rivoluzionaria: "negare che accanto alla politica dei doveri verso gli immigrati ci sia la politica dei diritti non credo sia un suicidio politico ma è il suicidio della ragione. Nemmeno della pietà cristiana, della ragione". Il Presidente della Camera ammette quindi pubblicamente che in Italia non esiste una politica di diritti nei confronti degli immigrati mentre esiste, eccome, una politica di doveri. E' un'ammissione di colpa tutt'altro che marginale, che tiene i riflettori accesi sulla questione e che potrebbe mettere il fuoco alle polveri nella santabarbara di questo governo, già surriscaldata dagli scandali che sappiamo e dalla campagna di critica internazionale.

Se opportunamente cosparso di benzina, il tema dell'immigrazione potrebbe quindi contribuire all'esplosione definitiva ed aprire una nuova fase sulle tematiche migratorie, che veda diversi senatori e deputati del PDL alleati a quelli dell'UDC e del PD. Soprattutto in questo momento in cui c'è un clima di tensione con il Vaticano, a sua volta esacerbato dall'attacco al direttore dell'Avvenire. Ci saranno scosse e scenari e imprevedibili, credo. Esattamente come ha detto D'Alema. Ci siamo quasi, signori. E se non ci siamo, non ci vorrà molto per arrivarci. Teniamoci pronti ad assumere le nostre responsabilità di lotta. E di governo.

sabato 12 settembre 2009

Oriana andava difesa di più. Da De Bortoli.

Seguire le carriere dei direttori dei quotidiani italiani è un'attività molto più divertente del più elaborato dei Sudoku. Prendiamo per esempio Ferruccio De Bortoli, attuale direttore del Corriere della Sera. De Bortoli dirige oggi un quotidiano che ha già diretto dal 1997 al 2003. Nel 2003 si è dimesso ed è diventato amministratore delegato di Rcs libri. Poi è andato a dirigere il Sole 24 ore e nel 2009 è tornato a dirigere il Corriere. Nel 97 De Bortoli sostituiva Paolo Mieli, il quale quell'anno lasciava per diventare direttore editoriale di... Rcs (tra parentesi: prima che Mieli diventasse direttore del Corriere, era direttore de La Stampa, che lascerà nelle mani di Ezio Mauro, attuale direttore di Repubblica). Nel 2004 Mieli tornava a dirigere Il Corriere. Poi nel 2009 viene sostituito nuovamente da De Bortoli. Non voglio complicare il quadro ulteriormente aggiungendo i nomi di altri direttori, le presidenze Rai (ottenute o offerte), la direzione dei telegiornali e chi più ne ha più ne metta. Sta di fatto che siamo di fronte ad una specie di girotondo: sembra che in Italia non ci siano giornalisti capaci di dirigere l'informazione al di fuori della stessa, identica - e soprattutto ristrettissima - cerchia.

La presenza di questa mini-casta è perfettamente spiegabile: i direttori dei quotidiani italiani, con qualche rara eccezione, vengono nominati solo ed esclusivamente per accontentare e soddisfare gli interessi politici ed economici dei propri editori (sempre gli stessi pure loro) mantenendo una parvenza di rispettabilità giornalistica. Al di fuori di questo non c'è niente di rispettabile da segnare negli annali del giornalismo. Paolo Mieli si è parzialmente riscattato con l'eliminazione - seppur tardiva - di Magdi "Ex-musulmano" Allam dalle pagine del quotidiano che lui ha diretto per un bel pò di anni. Consensuale o meno, l'eliminazione è stata preceduta da un significativo calo nel numero degli esuberanti editoriali di questo personaggio. Gliene siamo grati. De Bortoli, invece, è quello che ha rispolverato la Fallaci, una signora tutt'altro che allegra e di età stravanzata, che era ridotta a insultare i tassisti newyorkesi di origine araba dalle finestre della propria casa (lo racconta lui). Invece di andare a New York per fare un'opera di bene e assicurare alla vecchia un soggiorno piacevole in una casa di riposo, quello è andato a chiederle un articolo di 9 colonne pieno zeppo di insulti, strafalcioni e deliri veri e propri come commento agli attentati dell'11 settembre. Un incrocio tra il Mein Kampf e i Protocolli dei Savi di Sion che ha spalancato le porte del razzismo, dell'odio e persino delle bombe artigianali contro i musulmani in Italia. Ecco: De Bortoli sarà ricordato per questo. Non c'è niente di cui essere orgogliosi, invece De Bortoli lo è.

Basta la lettura della prefazione che ha preparato per la riedizione a prezzo economico di quel distillato di ferocia razzista intitolato "la Rabbia e l'orgoglio" per spiegarsi la parabola professionale di De Bortoli. Una prefazione davvero imbarazzante. Egli rivendica di aver avuto "il piccolo merito di convincer­la a scrivere, dopo l’Undici Settembre e un silen­zio decennale, ma il grande torto di seguire poi le maledette regole del politicamente corretto". Lei, "Madre Coraggio", ha fatto "pensare, scuoten­dolo, anche chi non condivideva nulla del suo pensiero. Persino chi lo trovava, sbagliando, un po’ razzista." Aveva ragione, secondo lui, l'articolista del Corriere che scriveva: "Non conta la correttezza dei suoi argomenti, ma la forza con la quale mi costringe a riflettere". Insomma, non è importante se aveva ragione o no, l'importante è che ha cominciato ad insultare. E che loro sono stati i primi a fare da megafono per gli insulti. Complimenti. In realtà quello che contava era ben altro. Ed è la Fallaci stessa a raccontarlo: De Bortoli, alla vista di quell'obbrobrio da lei scritto, “s’infiammò come se avesse visto Greta Garbo che tolti gli occhiali neri si esibisce alla Scala in licenziosi strip-tease. O come se avesse visto il pubblico già in fila a comprare il giornale, pardon, per accedere alla platea, ai palchi, al loggione”. Un'operazione commerciale di bassa lega. Ecco cosa è stata la trattativa De Bortoli-Fallaci. Altro che Madre Coraggio e Nonna Papera.

De Bortoli cita poi una recensione entusiasta di Fiamma Nirenstein, qui ritratta in una vignetta-specchio di Vauro, che paragona la Fallaci ai Profeti e ai Poeti. Chissà se la Nirenstein, le cui posizioni sulla situazione in Palestina sono più che note, ricorda la testimonianza della Fallaci su Sabra e Chatila. La vecchia - che allora era ancora in pieno possesso delle sue facoltà mentali - parlava dei falangisti cristiani che hanno massacrato, violentato e sodomizzato donne, vecchi e bambini palestinesi "fieri della loro fede in Gesù Cristo e in San Marone e nella Madonna, protetti dai figli d’Abramo che gli illuminavan la strada coi riflettori". E chi erano sti "figli di Abramo"? "Gli israeliani, sempre lieti di soddisfare la loro inesauribile sete di vendetta". Se la Fallaci avesse scritto oggi queste stesse frasi, la Nirenstein l'avrebbe crocefissa come antisemita, esattamente come sta facendo con il Ministro Farouk Hosni, candidato egiziano alla presidenza dell'Unesco. Altro che Profeti e Poeti. Ma la Fallaci aveva cambiato bersaglio, quindi - come scrive De Bortoli - "Oriana anda­va difesa di più". De Bortoli ha proprio ragione. La Fallaci andava difesa di più. Da gente come lui, però. Perché se c'è un responsabile, dietro quegli scritti e la loro eredità di bombe artigianali contro i luoghi di culto islamici in Italia (fatti - volenti o nolenti - proprio in nome del suo "pensiero" e frutto delle sue minacce di bruciare le tende dei profughi somali a Firenze) e forse di un futuro massacro alla Sabra e Chatila dei musulmani in Europa, quello è lui. Quello scritto l'ha richiesto, sollecitato e pubblicato lui. E oggi lo rivendica pure come merito. Quella prefazione-confessione di De Bortoli va salvata. Non sia mai che un giorno neghi di fronte ad un tribunale l'accusa di concorso morale in crimini contro l'umanità, compiuti contro i musulmani.

mercoledì 9 settembre 2009

L'uomo giusto e la stampa sbagliata

Dal 7 al 23 settembre, i 58 membri del Consiglio esecutivo dell'UNESCO, l’organizzazione delle Nazioni Unite dedita a propugnare l’educazione, la scienza e la cultura nel mondo, sceglieranno il nuovo direttore generale. Il candidato più papabile, forte dell'appoggio dei paesi africani, arabi ed islamici e diversi paesi europei fra cui - almeno così sembra - l'Italia, è Farouk Hosni, ministro della Cultura della Repubblica Araba d'Egitto. I rapporti che legano Farouk Hosni al Bel Paese sono più che consolidati: negli anni 70 è stato direttore della Accademia d'Egitto a Roma e le sue mostre sono sempre state ben accolte dal pubblico e dai critici italiani. Con questo passato da pittore e un'esperienza decennale in ambito artistico, Hosni è quindi l'uomo giusto al posto giusto. Ma è egiziano, arabo, musulmano (anche se laicissimo e per di più contrario al velo) ed è sensibile alla causa palestinese. Una sensibilità che lo ha spinto a rilasciare alcune dichiarazioni controverse, molte delle quali mal tradotte e manipolate, per le quali si è anche scusato. Per esempio la sua frase sui libri israeliani «da incenerire» era una battuta in risposta a un deputato fondamentalista egiziano che affermava l’esistenza di «libri israeliani che insultavano l’Islam nelle biblioteche pubbliche egiziane». Tolta dal contesto, e priva delle dovute specifiche, ora questa infelice battuta viene usata per dipingere Farouk Hosni come erede del Terzo Reich. Eppure su Le Monde il ministro ha fatto mea culpa e ammesso di aver parlato di getto e senza calibrare le parole. D'altronde è lo stesso Ministro che ha dato il via ai lavori per la ristrutturazione della sinagoga ebraica del Cairo e che ha proposto di creare il primo Museo dell’Antichità e della Cultura ebraica in Egitto (i suoi detrattori invece hanno trasformato la sua proposta in un "si è opposto alla creazione di un museo della cultura ebraica"). Persino il governo israeliano non ha messo il veto sulla candidatura. Eppure i corifei della stampa destrorsa, in particolare italiana, continuano a dargli dell' "antisemita". Alcuni parlamentari - i soliti - hanno addirittura promosso un appello per boicottare la nomina. Fra le varie scemenze scritte sul ministro, ce n'è però una imperdibile di Pierluigi Battista, sul Corriere della Sera. Secondo Battista - principale accusatore del candidato egiziano - Farouk Hosni avrebbe vietato il "Codice da Vinci di Dan Brown (questo sì per non meglio pre­cisate implicazioni «sioniste»". Evidentemente Battista ambisce a riempire la voragine anti-araba ed islamofoba di cui Il Corriere si è fatto promotore a partire dal 2001. Le conseguenze dell'abbandono di Magdi "ex-musulmano" Allam e del viaggio ultraterreno di Oriana Fallaci (che in questi giorni è stata riesumata dall'oltretomba con annesso coro di prefiche giornalistiche, ovviamente sul Corriere) ora sì che si fanno sentire. Il Codice da Vinci, caro Battista, non è stato vietato per "non meglio pre­cisate implicazioni sioniste", bensì perché "danneggia simboli religiosi cristiani e musulmani mettendo in dubbio ciò che è scritto nei Vangeli e nel Corano sulla personalità di Cristo". Ovviamente si può essere d'accordo o meno con la motivazione, singolarmente in linea anche con il pensiero del Vaticano, ma c'è una gran bella differenza fra una decisione presa su sollecitazione delle chiese locali e per rispetto dei simboli religiosi prima cristiani e poi islamici e una non meglio precisata, questa si che lo è, accusa di antisemitismo. La verità è che a certi ambienti non va affatto giù che l'ennesima eccellenza egiziana approdi per i prossimi anni sulla scena internazionale. Hanno mandato giù con molta difficoltà la nomina di Boutros Boutros Ghali come Segretario dell'Onu, di Jean Selim Kanaan come collaboratore dell'Alto commissariato ONU per i diritti umani e quella di Mohammed El Baradei come direttore generale dell' Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, con annesso Nobel per la Pace. Per non parlare dei Nobel a Nagib Mahfuz, Ahmed Zuwail, Anwar El Sadat. O del successo di scrittori come Alaa Al-Aswany e delle migliaia di egiziani che tengono alta la bandiera delle istituzioni e delle strutture formative e culturali egiziane. Quando è troppo è troppo. Ora che la nomina di Farouk Hosni sembra quasi scontata, i suoi detrattori hanno completamente perso la tramontana, moltiplicando i loro editoriali ed articoli contro di lui. Speriamo che i loro tentativi falliscano miseramente. In ogni caso, è proprio vero: l'invidioso è un impotente incapace di rassegnarsi.

lunedì 7 settembre 2009

Un altro complessato

Wilders, il deputato dal ciuffo giallissimo e dal­l’occhio ceruleo finito sotto processo per incitamento alla discriminazione e al­l’odio religioso, l’uo­mo che vince le ele­zioni gridando «No all’Eurarabia» o «l’Olanda agli olande­si », e invocando la cacciata di tutti gli im­migrati musulmani «che non rispettano la nostra cultura», lo stesso che per le sue idee viene espulso dalla Gran Bretagna e che i nemici bef­fardi chiamano «il più bianco dei bianchi», insomma proprio lui sareb­be in qualche modo «nero»: figlio e ni­pote di immigrati dall’Asia, pronipote di meticci dalla pelle scura, discen­dente di musulmani. (...) Parentele neppure trop­po lontane, poi: già la nonna materna di Wilders, Johanna Ording-Meijere, moglie di un colono olandese nelle ex-Indie Orientali (l’attuale Indonesia, il più grande paese a maggioranza musulmana nel mondo) avrebbe avuto, come si usa dire, sangue misto. Tutto questo ha rivelato un esperto di genealogia, ricostruendo l’«albero» dei Wilders, e ora lo conferma - con uno studio di sei pagine appena pubblicato sul settimanale dei Verdi di Amsterdam - un’antropologa cul­turale, Lizzy van Leeuwen, che ha svolto lunghe ricerche negli archivi nazionali e che aggiunge un pizzico velenosetto della sua scienza alla zup­pa già piccante delle polemiche: an­che il ciuffo quasi albino e clamorosa­mente ritinto di Wilders, dice infatti la studiosa, si può spiegare con la vo­lontà di nascondere certe radici, di fuggire da un passato familiare che Wilders avrebbe sempre nascosto o dimenticato, tant’è che non lo cita nel­le sue biografie. E anche le sue idee sarebbero così radicali, proprio per il desiderio di chiudere certe pagine. (Corriere)

venerdì 4 settembre 2009

Il Cinema e la Verità

La videocrazia berlusconia­na da una parte e la xenofo­bia sono chiamati dunque a processo in un cinema che vorrebbe dire tutta la verità. (...) La Romania con Francesca , film di neo-realismo girato da Bob­by Paunescu, che ha vissuto 10 anni a Milano e accusa gli italiani di razzismo. (...) storia di una ragazza di Buca­rest, dove molta gente si spen­de in energia e volontà, che vorrebbe venire in Italia ad aprire un asilo. Siamo defini­ti, da suo nonno, «macchero­nari » e stupratori come i tur­chi: «Perciò — dice nel film — ci hanno fatto entrare nel­l’Unione europea, per le don­ne ». L’autore si è sentito tra­dito: «Gli italiani pensano che siamo ladri, zingari, stupratori, un effetto del­l’orribile assassinio della Reggiani nel 2007, ma in realtà paghiamo tutti 22 milioni di onesti per 900 delinquenti. Senti­vo di dover far qualco­sa, reagire per un comprensi­bile rancore. Pensare che ci sono 1700 imprese romene a Verona e 27.000 imprese ita­liane in Romania con tanti scambi commerciali... Vivia­mo una crisi di identità — conclude Paunescu — ci vor­rà tempo, ma spero ci sarà modo di aggiustare il tiro da tutte e due le parti, perché sia­mo popoli storicamente affi­ni ed è molto brutto ora do­ver proteggersi le spalle». (Il Corriere)

giovedì 3 settembre 2009

Scommettiamo?

"Chi paga le tasse, chi parla l’italiano, chi rispetta la Costituzione e la bandiera, deve avere il diritto di rappresentanza. No taxation without representation ; come possiamo riscuotere tasse, se non ricono­sciamo a chi le paga il diritto di essere rap­presentato? Il Pdl deve lavorare in modo or­ganico su un’integrazione non solo securi­taria. Purtroppo, temo che se oggi sottopo­nessimo a un esame la conoscenza della lingua e della Costituzione degli extraco­munitari che sono in Italia anche da più di cinque anni, non molti lo passerebbero. Ma se ci sono uomini e donne che amano l’Italia, perché dobbiamo considerarli stra­nieri? Con tutti gli italiani che non amano il loro Paese...".

Franco Frattini, in un'intervista al Corriere

mercoledì 2 settembre 2009

Nuovo look

Il blog è soggetto, in queste ore, ad un lieve "restyling". La funzione "commenti" risulta al momento disabilitata ma spero di poterla ripristinare al più presto. Rimanete sintonizzati.

Benedetti Cammelli

Sembrano parzialmente confermate le voci, già anticipate su questo blog, secondo cui una bevanda a base di datteri e latte di cammella sarebbe all'origine della svolta filo-libica del Ministro Calderoli. Leggo infatti sul Corriere che "a casa di Roberto Calderoli stanno per arrivare due cammelli. Nienteme­no. Andranno ad aggiungersi all’orsa, al lupo e ai cani che già vagano per la tenuta dell’eccentrico ministro alla Semplificazione: «Sono quelli — spie­ga lui — che Gheddafi ha promesso in dono a Silvio Berlusconi. Con il pre­mier siam già d’accordo: quando arri­vano, li prendo io»". Dal Corriere non si evince alcuna presenza di suini, dettaglio alquanto strano - considerata la proprietà - ma che rende molto più facile il pellegrinaggio degli immigrati islamici verso la tenuta del Ministro. Nel 2005, infatti, Calderoli aveva affermato, riferendosi a questi ultimi: "Tornino nel deserto a parlare con i cammelli o nella giungla a ballare con le scimmie". Un immigrato ha entusiasticamente affermato in un'intervista: "Ora non biù necessario tornare a deserto. Basta andare a casa di Ministro".

martedì 1 settembre 2009

Gaffe tricolore

Spesso e volentieri gli abitanti del Bel paese sottolineano che "quando andiamo nei loro paesi, ci atteniamo scrupolosamente alle loro regole". Non si capisce allora perché i piloti delle Frecce Tricolori, invitati in Libia a spese del governo libico, non si adeguano ai voleri del popolo libico rilasciando nel cielo una traccia verde, simbolo della rivoluzione del Fratello Colonello. Anche un bambino di tre anni avrebbe previsto le tensioni collegate alla scarica dei colori della bandiera italiana sui cieli di Tripoli. Il feroce colonialismo italiano ha colorato il suo suolo con il rosso del sangue. Aggiungere pure il bianco e il verde sulle note del "Vincerò" era un'idea quanto meno discutibile, se non addirittura di pessimo gusto.