Notizie

Loading...

martedì 27 ottobre 2009

Era ora (ed è ancora poco)

Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso, leghista della prima ora, è stato condannato dal Tribunale di Venezia per aver usato parole troppo forti contro gli immigrati e contro la possibilità di aprire moschee in Italia. Gentilini aveva detto la sua dal palco del raduno della Lega di Venezia nel 2008. Parole forti, come è nel costume dello «sceriffo», già noto alle cronache per le sue esternazioni colorite. Ne era seguita una denuncia con l'accusa di istigazione al razzismo. Il Tribunale di Venezia, in rito abbreviato, ha accolto la tesi dell'accusa condannando Gentilini a 4 mila euro di multa e sospensione per tre anni dai pubblici comizi. L'accusatore era il procuratore Vittorio Borraccetti che aveva chiesto 6 mila euro di multa pari a 1 anno e 5 mesi di reclusione.

domenica 25 ottobre 2009

Probiviri

Normalmente non mi avventuro sul minatissimo e scandalosissimo territorio delle "questioni interne" italiane. Ho già spiegato il motivo in altre occasioni. Già un immigrato che si esprime sulle vicende che lo riguardano direttamente, come le leggi sull'immigrazione, il razzismo ecc, viene linciato perché un "ospite" non dovrebbe "sputare nel piatto dove mangia". Figuriamoci se si mettesse pure a sindacare sull'autorevolezza e la qualità delle istituzioni che governano il paese in cui si trova. Questo comportamento, abbastanza diffuso per dire la verità nella società italiana, è sostanzialmente un indice di immaturità. Non si vuole capire che l'immigrato veramente "integrato" è anche colui che "interagisce" con la società in cui vive, lavora e paga le tasse. L'integrazione non è l' "adeguarsi alla volontà della maggioranza" e quindi arrendersi allo status quo, come a qualche cretino piace ripetere. Integrarsi è soprattutto interagire con gli altri, dire la propria, provare a cambiare le cose. Solo interagendo, l'immigrato si sente accettato e compartecipe dello sviluppo del contesto in cui vive. Diversamente, si sente emarginato ed escluso e questo - ormai lo sappiamo bene - può portare a sentimenti di rancore e di vendetta che poi sfociano in maldestri tentativi di fare male a sé e agli altri, come è successo a Milano recentemente.

Faccio eccezione alla regola che mi sono autoimposto per dire la mia sul caso Marrazzo, presidente della Regione Lazio, oggetto - a quanto riferiscono i media - di un ricatto da parte di alcuni carabinieri che lo avrebbero filmato in compagnia di alcuni trans. Ora, ciò che mi sconvolge in questa faccenda non è il presunto comportamento di Marrazzo prima, durante o dopo il ricatto. I gusti sessuali sono affari privati e la paura e la vergogna che uno potrebbe provare in una situazione simile sono umanamente comprensibili. Anche se uno poi certe domande se le pone lo stesso: per esempio sul perché una serata di sesso - fossanche con una muscolosissima trans - costa 3000 euro e con quali fondi si può sostenere un simile stile di vita, se è opportuno che una persona soggetta a ricatti copra funzioni pubbliche e si rechi a simili appuntamenti con l'auto blu. Ma non è questo il punto: ciò che mi sconvolge veramente è il modo con cui i media hanno trattato questa questione. E non mi riferisco a come la stanno trattando ora, ma come l'hanno trattata prima. O forse sarebbe meglio dire a come non l'hanno trattata prima. Il video - o i video?- che, a quanto riferiscono i media, ritraggono Marrazzo con trans, strisce di cocaina, ecc non giravano solo nell'ambiente dei viado e dei carabinieri deviati. Tramite alcuni mediatori erano finiti anche nelle redazioni di diversi giornali e riviste. E questo è successo non ieri o l'altro ieri, ma settimane se non mesi fa. Eppure nessuno ha pubblicato niente. Come mai?

Il fatto che un mezzo di informazione rinunci - in una società libera o che si professa tale, mediatizzata e capitalista - a pubblicare una notizia bomba (come quella di cui stiamo parlando), indipendemente dal fatto che tratti questioni private e dal come è stata acquisita, è estremamente allarmante. La domanda che mi pongo quindi è: come mai i video imbarazzanti che coinvolgono Marrazzo non sono stati resi pubblici prima? Prima delle elezioni regionali, prima delle primarie del Partito Democratico, prima che i magistrati scoprissero il girone infernale in cui era caduto il governatore? Avevano forse remore nello sbattere gli atteggiamenti privati di Marrazzo in prima pagina? Non credo proprio. I nomi noti finiti sulle pagine dei giornali per le loro frequentazioni notturne ormai non si contano più. Festini con vagonate di ragazze, molestie telefoniche a sfondo omosessuale, macchine che si fermano vicino a transessuali. C'è stato di tutto, finora. Anche servizi ridicoli e incomprensibili come quello che ritrare il giudice Mesiano coi calzini turchesi mentre aspetta, fumando, il turno dal barbiere (atteggiamenti "stravaganti," secondo la giornalista che ha realizzato il servizio). E i direttori dei quotidiani e dei telegiornali che hanno diffuso queste notizie, vere o false, utili o inutili che siano, hanno tutti difeso il loro operato e invocato la libertà di "rendere nota la notizia". Ciò che è allarmante, però, è che le rendano note quando conviene, o quando viene loro ordinato di farlo, anche se ciò significa aspettare giorni, settimane, mesi se non addirittura anni. Viene quindi spontaneo chiedersi che funzione esercitano, esattamente, i media italiani? Sono organi che tengono informati i cittadini o strumenti utili alla loro manipolazione? Sono megafoni della consapevolezza e della presa di coscienza o buie casseforti di documenti compromettenti che vengono tirati fuori ad orlogeria? Ho frequentato l'ambiente dei media televisivi e cartacei abbastanza per darmi delle risposte precise e convincenti. Quindi non sono io quello che ha bisogno di una risposta ma voi, cittadini, italiani, lettori: siete davvero sicuri di essere liberi e informati?

Foto: Il cardinale Camillo Ruini e Piero Marrazzo siglano, sorridenti, un protocollo d'intesa per la costruzione di nuove chiese nel Lazio.

sabato 24 ottobre 2009

Bruno Vespa e la Macedonia Islamica

Mi si chiede un'opinione sull'ora di religione islamica a scuola. Il ritardo con cui rispondo alle sollecitazioni dei miei lettori su questa cosiddetta "apertura" dovrebbe essere di per sè indicativo di ciò che penso in merito. La verità è che sono stufo di queste sparate mediatiche funzionali a farci conoscere la faccia di qualche politico o al regolamento dei conti tra diverse fazioni della maggioranza. Alla lunga, tutti dimenticano che la proposta dell' ora di religione islamica non è stata lanciata da un musulmano ma dal sottosegretario al Commercio Estero Adolfo Urso, in quota Alleanza Nazionale. E il messaggio che serpeggia nell'opinione pubblica è che "i musulmani vogliono imporre la loro religione anche ai nostri bimbi a scuola": un'altra leggenda metropolitana che si aggiunge a quella dei "musulmani che non vogliono il crocefisso", ai "musulmani che non vogliono il presepe" e via discorrendo. Agli imprenditori italiani questa sparata forse frutterà qualche contratto interessante in Libia, che ha prontamente ringraziato l'Onorevole Urso. Ma noi, umili immigrati musulmani residenti in Italia, cosa abbiamo riportato davvero "a casa"? L'ennesimo - indecente - teatrino mediatico in prima serata. Bruno Vespa ha propinato la solita macedonia islamica che serve in queste occasioni: un nauseabondo pot-pourri di "ora di religione islamica", "matrimoni misti falliti", "genocidio in Sudan" e chi più ne ha più ne metta. Con la solita platea di politici e monsignori in vena di sbranare l'Imam di turno. Stavolta è andata male visto che l'Imam, che è anche portavoce dell'Ucoii, era una persona presentabile: viso sbarbato, atteggiamento posato, italiano accettabile. Vogliamo scommettere che alla prossima puntata comparirà - a scelta - un macellaio barbuto e sdentato che sputacchia fatwe a comando in un italiano stentato, un'adolescente velata che non sa come reagire ai trabocchetti mediatici o un/a neofita zelota in vena di provocazioni teologiche? La disinformazione nella puntata di Vespa sull'ora di religione islamica a scuola ha toccato vette inimmaginabili persino per me, già maldisposto nei confronti di Porta a Porta. In un servizio la giornalista ha affermato che "una cristiana per sposare un musulmano deve convertirsi all'Islam". Ovviamente falso. Persino il neofita Magdi Exmusulmano Allam, ospite immancabile in queste orge della manipolazione mediatica, ha dovuto smentire. L'ha fatto ovviamente con grande imbarazzo, e solo quando è stato chiamato in causa da Vespa in persona. Anche perchè lui era tutto impegnato a dire altre sciocchezze, tipo che il Corano contiene versi che giustificano la lapidazione (falso) o che Maometto ha fatto uccidere i membri di una tribù ebraica (vero, ma va spiegato anche il contesto guerriero tribale del VII secolo). A dargli manforte c'era Monsignor Fisichella che affermava che alla conquista araba "i cristiani sono stati mandati via dalla Siria" (non si capisce allora come mai ci siano ancora) e che la storia è "fatta di fatti" (qualcuno gli spieghi per cortesia che la storia è fatta di fonti, e quindi anche di interpretazioni e di ricerca). Alla fine, come una ciliegina sulla torta, è arrivato un servizio sui cristiani crocefissi in Sudan. E chi li ha crocefissi? In una puntata che parla di Islam e di musulmani, viene normale pensare che siano stati gli islamici - questi farabutti! - a commettere l'ennesima atrocità. Il giornalista di Vespa, in realtà, dice apertamente chi ha commesso questa barbarie: "Il Lord Resistance Army". Lo dice però in inglese e senza fornire ulteriori dettagli, tanto i telespettatori italiani sono notoriamente esperti in guerriglia e conflitti africani. Ebbene: sarei davvero curioso di sapere quanti, fra i telespettatori di Vespa quella sera, sapevano che "l'Esercito di Liberazione del Signore" è un gruppo ribelle di matrice cristiana e cioè che stiamo parlando di cristiani che hanno crocefisso altri cristiani per "purificarli". Il bello è che Roberto Cota, candidato a quanto pare alla guida della Regione Piemonte, si è pure messo a sbraitare di "reciprocità". Ora, ammesso e non concesso (e non lo concedo) che siano stati islamici a crocefiggere quei cristiani, di quale reciprocità parla Cota? Dobbiamo crocefiggere sette islamici per farlo contento? Povero Vespa...e dire continuava ad affermare che "si può girare il Vangelo in tutti i sensi senza trovare qualcosa che si presti a giustificare certi atti". Mi chiedevo se sarebbe cosi gentile da spiegarlo anche ai signori dell'Esercito di Liberazione del Signore. Sono sicuro che un bel viaggio nelle zone di conflitto in Uganda o in Sudan, lontano dalle poltroncine bianche imbottite del suo studio, gli farebbe un gran bene.

giovedì 15 ottobre 2009

La "breve" del giorno

«In quattro sono scesi dalla macchina in pieno giorno, verso le 12, all'altezza di Valco San Paolo - Viale Marconi, hanno aggredito un ragazzo egiziano e se ne sono andati via, dopo 'l'eroica vigliaccatà, inneggiando a Mussolini». Lo denuncia Andrea Catarci, presidente del Municipio XI. «Il ragazzo, in evidente stato di shock, è stato ricoverato all'ospedale San Camillo, dove gli è stata riscontrata la rottura del setto nasale», racconta Catarci. (Corriere)

E' giusto che la ribellione monti!

Giustamente la Procura sta indagando sui compli­ci dell'ingegnere libico che ha tentato una avventura da kamikaze nella caserma di piazzale Perrucchetti a Milano. Altre parti della città, altre istituzioni ed i co­muni cittadini faranno bene a chiedersi perché di un gesto così disperato. Il suicidio, anche quando è com­piuto per una causa ritenuta santa, è una scelta grave che deve essere motivata da ragioni convincenti che è pericoloso liquidare con una generica affermazione di fanatismo. Il libico potrebbe aver coltivato un rancore sordo verso una nazione che tratta lui e tutti i suoi connazio­nali con diffidenza e disprezzo. Forse le condizioni economiche molto precarie, una famiglia pesante con dei figli ai quali non poteva assicurare un futuro dignitoso possono aver logorato le difese e convoglia­to la frustrazione verso la violenza o forse altri motivi ancora. Io conosco e ascolto molti ragazzi di religione isla­mica di prima e soprattutto di seconda generazione. Ragazzi e ragazze che hanno studiato e si sono diplo­mati o laureati a Milano o in Italia i quali fanno una enorme fatica a sopportare tutte le forme di discrimi­nazione quando non di disprezzo di cui sono fatti og­getto: loro e la loro religione, la loro nazionalità. Si sente il desiderio, il dispiacere e la rabbia che monta perché è giusto che la ribellione monti in chi capi­sce di non essere rispettato. Sento che ci stiamo allevando come nemici deci­ne di migliaia di giovani ormai italiani e milanesi o lombardi i quali hanno il diritto al rispetto, che potrebbero diventare cittadini a pieno titolo, che vivranno certamente in­sieme con noi e tra di noi. Troppi atteggiamenti di politici, di amministratori e di cittadini ammaestrati da cattivi maestri sono ingiusti, immorali, pericolosi. Quanti italiani potrebbero sopportare di essere trattati come persone di serie B, uomini e donne che non solo devono percorrere vie burocratiche e onero­se per avere un permesso di soggiorno o il ricongiun­gimento familiare ma anche quando lavorano e paga­no le tasse nella nazione della mafia e della ’ndran­gheta sono sospettati di essere l'origine della crimina­lità e della violenza, un pericolo per la fede cristiana e altre sciocchezze del genere. I giovani islamici, molti islamici moderati che so­no nati e che vivono e vivranno a Milano vogliono essere una risorsa per la città, istituzioni islamiche come il Centro Islamico di Milano cercano il dialogo, la moschea per Milano è diventata una necessità ed una risposta di riconoscimento e di dignità. Possiamo solo sperare, da persone intelligenti ed intellettualmente oneste che l'attentato fallito alla Perrucchetti non diventi un'altra delle logore argo­mentazioni contro.

Don Gino Rigoldi, Il Corriere

lunedì 12 ottobre 2009

Standard giornalistici

"Non sopportava più la relazione della figlia di 23 anni con un albanese. Perciò l'ha colpita alla gola con un punteruolo la scorsa notte. Mario Matarazzo, 44 anni, di Osimo, è ora rinchiuso in carcere con l'accusa di tentato omicidio aggravato".

Su Repubblica: 12 righe. Sul Corriere: 12 righe. Evidentemente quando un italiano aggredisce e cerca di uccidere la figlia per la sua relazione con uno straniero, la misura standard giornalistica è quella. Non ho sentito la Carfagna, però. Forse mi sbaglio. A quanto pare è impegnata a presentare con Souad Sbai la situazione "allarmante" delle donne immigrate (e solo quelle) in Italia attraverso i risultati di un anno di attività del numero verde «Mai più sola» promosso dall'Acmid donna onlus (associazione marocchina) con il contributo della fondazione Nando Peretti. Peccato che, nonostante l'immenso impegno dell'Acmid e il contributo della Fondazione Peretti, recentemente proprio un ragazza marocchina è stata sgozzata dal padre per il suo fidanzamento con un italiano. E poi ha altre priorità, il ministro: per esempio vietare Burka e Niqab nelle scuole. E' stranoto, infatti, che le scuole italiane pullulano di studentesse bardate all'afghana. A quando la prossima sparata mediatica? Quando un altro marocchino sgozzerà la figlia, of course.

domenica 11 ottobre 2009

domenica 4 ottobre 2009

L'omertà, un "uomo" e 4 bimbe marocchine

I miei lettori sanno che, da tempo, il sottoscritto raccoglie in un' apposita sezione del blog atti di criminalità comune o di razzismo commessi da cittadini italiani a danno di cittadini stranieri. La sezione è ironicamente intitolata "Brava Gente". Non ce ne sarebbe stato bisogno, se i quotidiani in Italia non facessero questo gioco al contrario, ovvero sottolineando la nazionalità dell'aggressore ogni qualvolta questi fosse straniero, col risultato che "l'opinione pubblica" italiana è ormai del tutto convinta che gli italiani siano "brava gente" e "vittime" a prescindere e gli stranieri invece "quasi tutti delinquenti".

Il mio intento - e l'ho ripetuto mille volte - non è quello di dimostrare che "gli italiani sono tutti razzisti" partendo da episodi di cronaca nera, come fanno invece i media italiani a ruolo invertito con gli extracomunitari, ma quello di provare che non esiste "brava gente" o "cattiva gente" per definizione etnica. Mi sembrava, all'inizio, un ragionamento del tutto elementare ma evidentemente non è cosi, visto che quasi ogni giorno ricevo vere e proprie "fatwe" elettoniche nella casella di posta. Pazienza.

Ci sono però due altri obiettivi dietro questa mia attività di certosina catalogazione: il primo è quello di permettere - a chi è interessato - di rendersi conto da solo, sfogliando le pagine di questo sito (diventato nel tempo un vero e proprio osservatorio sul razzismo e non solo in Italia, e quindi meta di pellegrinaggio di sociologi e studenti di tutta la penisola) del numero impressionante di episodi in cui le vittime sono extracomunitarie. Detto cosi, ovviamente non significa niente, ma - mediaticamente parlando - significa molto.

Salta agli occhi immediatamente che gli episodi dove i "carnefici" sono italiani ricevono una copertura mediatica mille volte inferiore. Cosi come salta agli occhi un certo tipo di linguaggio omertoso, in alcuni casi persino giustificatorio. Perché? E' una domanda interessante, a cui - purtroppo - pochi hanno il coraggio di rispondere. Col risultato che, prima o poi, ci troveremo a gestire una situazione a dir poco esplosiva.

Ora prendete questo recentissimo episodio, tratto da Repubblica:

Un uomo di 57 anni è stato arrestato a Carpenedolo dopo essere stato trovato seminudo in un'auto con a bordo quattro bambine di età compresa tra i cinque e i 12 anni. A notare l'auto, con a bordo l'uomo e le piccole, è stata una pattuglia della polizia stradale di Montichiari (Brescia). Le bambine, due coppie di sorelle di origine marocchina, cugine tra loro, quando sono state soccorse dagli agenti erano in lacrime. L'uomo, un agricoltore, è un vicino di casa di due di loro e che le avrebbe adescate in un parco giochi nei pressi di un centro commerciale dicendo loro che le avrebbe portate a casa. Agenti in servizio di perlustrazione hanno notato l'auto ferma in una stradina laterale della provinciale 343, nascosta dagli arbusti. Insospettiti dalla posizione del veicolo si sono avvicinati. All'interno c'erano l'uomo nudo dalla cintola in giù e le bambine. Al momento dell'arresto il cinquantasettenne ha provato a opporre resistenza scatenando una colluttazione ma in breve tempo è stato immobilizzato e ammanettato. E' accusato di sequestro di minorenni, atti osceni in luogo pubblico, atti sessuali con minorenni..

Repubblica parla genericamente di "un uomo". Il che mi fa pensare - all'istante- che stiamo parlando di un cittadino italiano. Non perché gli italiani siano pedofili a prescindere (Apro una parentesi per far notare ai blogger che dipingono Maometto - che visse quando l'aspettativa di vita era di circa 40 anni - come un pedofilo che "i consumatori italiani di pornografia minorile sono triplicati in quattro anni, con un incremento del 188% rispetto al 2004, il che pone l'Italia al quinto posto della classifica dei paesi del G8, che sono proprio i primi otto Paesi 'consumatori' di pornografia minorile, con una domanda che assorbe circa i tre quarti degli scambi mondiali") ma semplicemente perché basta saper interpretare il linguaggio dei media italici: se il pedofilo fosse stato marocchino, il titolo e l'esordio dell'articolo sarebbe sicuramente stato: "marocchino, 57 anni, sorpreso in macchina ecc ecc". E non un generico "uomo". Visto che però si è optato per gli asettici "un uomo", "l'uomo", "il cinquantasettenne" ci sono centouno possibilità su cento che non sia né marocchino, né rumeno, né peruviano e tanto meno cinese. E' un vizio tipicamente italiano, infatti, quello di strombazzare la nazionalità quando l'aggressore è straniero e nasconderla quando è invece italiano. Se questa non è omertà, sinceramente non saprei come definirla...