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lunedì 30 novembre 2009

Non abbiamo bisogno di minareti

Il «no» ai minareti sancito in Svizzera da un referendum promosso da una formazione conservatrice di destra non era affatto "inaspettato", come hanno sostenuto e sostengono ancora oggi diverse anime belle che si dicono "stupite". Era matematicamente impossibile, infatti, che in un'Europa dominata politicamente e mediaticamente - da quasi dieci anni ormai - dalla propaganda del pregiudizio e dell'odio antislamico, che una popolazione autoctona si dicesse favorevole a un qualsiasi elemento visibile che fosse riconducibile a una realtà diversa dalla propria, foss'anche uno slanciato, elegantissimo e per di più silenziosissimo minareto, visto che in occidente, dalla sua vetta, non risuona nemmeno l'appello alla preghiera al fine di non disturbare chi in questa fede non crede.

Né sorprende il fatto che il precedente svizzero stia facendo furore altrove, inclusa l'Italia, dove c'è chi invoca un referendum o altre pagliacciate similari. Ora, se non erro, in Italia, di minareti ce ne sarebbero due: quello della moschea di Roma e un altro dalle parti di Milano. Tutti e due di altezza contenuta, a cominciare da quello di Roma che non doveva assolutamente superare l'altezza della Cupola di San Pietro (sic). Ma evidentemente non è questione di numero o di altezza: in Svizzera ce n'erano solo quattro, di minareti, e ciononostante centinaia di migliaia di persone si sono mobilitate per impedire che ci fosse il quinto. Ai musulmani, è andata anche fin troppo bene: dalla cacciata degli ebrei e dei musulmani dalla Spagna nel 1492 fino all'Olocausto, la storia europea è la dimostrazione che i "diversi" hanno sempre avuto qualche "problemino" con gli autoctoni. Che gli svizzeri, quindi, abbiano votato per impedire la costruzione di qualche minareto, è tutto sommato il minore dei mali. E' già tanto che non abbiano messo ai voti l'eliminazione fisica dei musulmani. E mi si perdoni il pessimismo.

Questo accanimento contro i luoghi e i simboli della fede islamica potrebbe offendere i musulmani, e infatti diversi esponenti politici elvetici hanno specificato che il voto contro i minareti non è un voto contro i musulmani e la loro libertà di culto, che viene invece garantita. La domanda però sorge spontanea: come si fa a garantire la libertà di culto di una minoranza quando la maggioranza interferisce continuamente con referendum popolari, proposte di legge e multe strumentali sui luoghi dove questa fede viene professata? Che differenza c'è tra questa nuova legge svizzera e le leggi che, in Arabia Saudita, impediscono la costruzione di chiese? La verità è che questo referendum era una provocazione bella e buona: i partiti di destra volevano affermare di essere "padroni a casa loro", che i musulmani - anche se sono residenti regolari e pagano le tasse - non hanno voce nemmeno nei capitoli che li riguardano direttamente e quindi - tò - sfregiamo la bellezza architettonica delle moschee togliendo i minareti. Ma chi l'ha detto che i musulmani non possono fare a meno dei minareti? Le prime moschee ne erano sprovviste, e il primo Muezzin, Bilal, annunciava la preghiera dal tetto del santuario della Mecca. I minareti sono stati introdotti più tardi, ispirati dai campanili delle chiese. Se ne può fare volentieri a meno, per ora.

Le affermazioni dei politici svizzeri "a difesa della libertà di culto" suonano come un patetico ed ipocrita tentativo di coprire le loro manchevolezze e la verità dei fatti: il 50 per cento e passa degli svizzeri è, nella migliore delle ipotesi, ignorante e, nella peggiore, razzista. E se questa è la situazione del popolo, è anche colpa dei politici che lo governano. Il fatto che la maggioranza abbia detto di "no" non significa che abbia automaticamente ragione. Significa solo che la maggioranza è stata sapientemente manipolata oppure che è totalmente rincretinita. Perché bisogna essere proprio esserlo, per paragonare, nei manifesti, un elemento architettonico ai missili e alle baionette. Tra l'altro è interessante notare come gli svizzeri "pacifisti" - quelli che hanno votato contro i pericolosissimi minareti - hanno invece fatto fallire, nello stesso identico giorno, un referendum contro le esportazioni delle armi. Evidentemente i veri missili non rappresentano minacce per la pace. A patto che siano pagati in contanti e che piovano sulle teste dei musulmani, of course. Un senso d'affari davvero acuto: sarebbe stato un bel gesto se i governi arabi, come risposta al referendum, avessero ritirato i propri capitali dalle banche svizzere e imposto un bel divieto all'importazione di formaggio Emmenthal. O se qualche monarchia del golfo si fosse messa a fabbricare orologi a cucù da cui spunta un Muezzin, imponendo alla Svizzera di acquistarli assieme ai bidoni di petrolio.

Scherzi a parte, i promotori del referendum svizzero, al pari dei loro corifei in altre parti d'Europa, sono da compatire. Poverini, davvero, cosa cercano di nascondere? Il fatto l'Islam è diventato una realtà integrante della società europea? Che le moschee - anche senza minareto - sono ormai inserite nel panorama del territorio locale? Che centinaia di migliaia di musulmani - anche senza moschee - pregano cinque volte al giorno, se obbligati, anche per le strade e le autostrade dell'occidente? Beh, se si sentono tranquilli senza minareti, facciano pure. Ma questo non cambia, né cambierà la realtà dei fatti: i musulmani ci sono, l'Islam c'è. E qui rimarrà, a meno che l'occidente non rispolveri la pulizia etnica. I musulmani non hanno bisogno di minareti, perché invece di torri svettanti in cielo hanno dei pilastri radicati in terra: la loro identità, la loro tradizione, il loro orgoglio e soprattutto i loro giovani in carriera. Tutto ciò che i destrorsi europei invidiano o che, invano, cercano di recuperare ma che - proprio perché incapaci di aprirsi alle prospettive di una società dinamica e multietnica - mai avranno.

domenica 29 novembre 2009

Cittadinanza di facili costumi

E' difficile dire quanto la battaglia annunciata in parlamento sulla legge per la cittadinanza sia da ascrivere ad un'autentica lungimiranza da parte di alcuni rappresentanti del governo, seriamente intenzionati a perseguire l'integrazione, e quanto ad un dispetto che alcuni settori della maggioranza vorrebbero fare ai loro avversari interni. Fatto sta che la proposta Granata-Sarubbi, sponsorizzata dal Presidente Fini e condivisa dall'opposizione, che si prefigge di ridurre i tempi di attesa per la cittadinanza a cinque anni invece dei dieci attualmente previsti è stata messa in calendario prima di Natale. Ovviamente i leghisti strepitano ed è comprensibile: a Natale loro mandano gli agenti di polizia a fare gli auguri ai cittadini stranieri con modalità tipicamente padane, da cui il nome dell' operazione "White Christmas": li visitano "casa per casa" per controllare se hanno rinnovato il permesso di soggiorno. Per loro, la concessione della cittadinanza dopo cinque anni è - manco a dirlo - "cittadinanza facile".

Come spesso succede quando c'è confusione, ognuno dice la sua. La deputata
più realista del re, Souad Sbai, ha presentato una proposta propria che - cito testualmente un articolo del portale Stranieri in Italia - nonostante abbassi l'attesa a otto anni, "si pone su un piano decisamente diverso rispetto alla proposta bipartisan Sarubbi-Granata e per alcuni aspetti prevede un percorso anche più difficile rispetto a quello attuale". Come cittadino straniero residente in Italia non posso ovviamente che ringraziare l'Onorevole marocchina per la passione con cui rappresenta le nostre istanze al contrario.

Il problema, però, e lo sanno tutti coloro che si occupano di immigrazione, non è tanto l'attesa di dieci, otto o cinque anni. Il problema è essere certi che dopo questo lasso di tempo ed entro un periodo prestabilito, la cittadinanza arriverà. Perché così come stanno le cose adesso uno può aspettare il periodo indicato (non importa se dieci o cinque), presentare regolare richiesta, quindi aspettare invano una risposta. Passano altri venti-trent'anni se va bene e - dopo cause, ricorsi e via discorrendo - si scopre che la richiesta è stata rifiutata. E i motivi per cui lo è stata spesso rimangono un mistero glorioso. I più temerari - sempre dopo cause, ricorsi e via discorrendo - possono per esempio scoprire che nonostante vivessero in Italia da decenni, erano considerati nientepopodimeno che pericoli per la sicurezza pubblica (e allora non si capisce perché nessuno li ha espulsi) e - solo dopo cause, ricorsi e via discorrendo - riescono a capire che rappresentavano un pericolo in quanto "rimasti legati alle tradizioni del paese di origine". Chiamatela pure "cittadinanza facile".

Fin quando la concessione della cittadinanza rimarrà, appunto, una "concessione", e quindi soggetta alla clemenza o agli umori e interpretazioni delle varie amministrazioni, tutto questo cancan sul limite dei dieci, otto o cinque anni è fine a sé stesso. La cittadinanza dovrebbe essere, dopo un congruo periodo di permanenza in Italia (che può quindi rimanere di dieci anni o persino essere innalzato), un diritto automatico. Dopo quel lasso di tempo, se i requisiti (logici, please) sono soddisfatti, deve essere automaticamente rilasciata. Se rifiutata, anche le motivazioni dovrebbero essere logiche e trasparenti e pervenire automaticamente all'interessato. Non è possibile continuare a vivere in un paese in qualità di eterni "ospiti". E scoprire, magari dopo decenni di versamenti regolari di contributi, che in caso di licenziamento si potrà usufruire degli ammortizzatori sociali solo per sei mesi in quanto "arrivano prima gli italiani". Fermo restando che gli stranieri regolari, per giustificare la propria presenza in Italia, devono dichiarare il redditto e versare i contributi, gli italiani - che a queste richieste non devono sottostare - dov'erano, quando si trattava di versarli, i contributi?

giovedì 26 novembre 2009

sabato 21 novembre 2009

Perché l'Islam non governerà il mondo

L'Islam dominerà il mondo. Gli arabi invaderanno l'Europa. I musulmani governeranno l'Italia. Queste sono solo alcune delle farneticazioni che politici, giornalisti e chi più ne ha più ne metta ripetono da almeno dieci anni se non di più. Ora, a meno che costoro non siano davvero convinti che per "dominare il mondo", "invadere l'Europa" e "governare l'Italia" basti un esercito di muratori, pizzaioli, badanti e lavavetri, io non vedo proprio come possano avverarsi i loro incubi peggiori. Basta osservare quanto è successo prima, durante e dopo la partita di qualificazione ai mondiali tra Egitto e Algeria, per rendersi conto che la tanto decantata "Ummah", la "fratellanza islamica ed araba" che tanto spaventa l'occidente in realtà non esiste. Sassaiole, scontri, feriti e morti, devastazione di sedi aziendali e attacchi alle sedi diplomatiche, richiami di ambasciatori, e tutto per una partita di calcio. E questi, secondo voi, sarebbero in grado di conquistare il mondo?

martedì 10 novembre 2009

Maometto, la moglie di Allam ed io

Insulti a Maometto: timore di reazioni
Santanché e le accuse di pedofilia.
cattolici e musulmani concordi:
a rischio l'integrazione ma attenti anche alla reciprocità.

di Karima Moual, Il Sole24Ore

Tra i più colpiti è Carlo Cardia. «Quello che ha detto l'onorevole Santanchè - dice il giurista cattolico ed editorialista di Avvenire - mi sembra una cosa fuori dal mondo». Maometto pedofilo? «Se dobbiamo affrontare il problema dei rapporti tra religioni è difficile partire senza il rispetto reciproco che vale per tutti». Il timore, sia chiaro, non è a senso unico: «A me preoccupano tutti gli insulti, anche quelli fatti ai cristiani, che sono stati molti ma per i quali non è stato fatto niente». Per Cardia «non è educativo per i nostri giovani i che crescono in questo ambiente. Stiamo trascurando l'integrazione delle comunità degli immigrati, e se manca la politica dell'integrazione anche gli episodi più piccoli possono provocare dei piccoli incendi e favorire i fondamentalismi». Maneggiare con cura, è il messaggio. Magari favorendo il dialogo con i moderati e i mettendo ai margini i fondamentalisti. Lo sostiene anche la fondazione Farefuturo, vicina a Gianfranco Fini, che sottolinea come «così non si fa neanche la peggiore politica. Si fa comunicazione, e in modo spregiudicato». Esperto di comunicazione è Sherif El Sebaie, 28 anni, egiziano, in Italia da 10 anni, animatore di un blog (salamelik.blogspot.com) attivo dal 2004 su Islam e immigrazione che si è aggiudicato il posto tra i 1000 blog più visti in Italia: «Chi ha a cuore la società che vorrebbe rappresentare non si atteggia in modo provocatorio rischiando di mettere in pericolo la pace sociale. Così c'è il rischio di alimentare reazioni su persone deboli e facilmente manipolabili». Valentina Colombo, moglie di Magdi Allam e docente di geopolitica del mondo islamico all'università europea di Roma, la pensa diversamente: «Giusto moderare i toni, ma c'è un dato di fatto, Maometto ha avuto una moglie piccola e giovanissima, Aisha. Lui rappresenta il profeta ed è il modello da seguire per tutti i musulmani. Ci sono oggi diversi religiosi, come dimostrano alcuni casi in Arabia Saudita e nello Yemen, che giustificano i matrimoni con i minori, questo è un dato grave e inammessibile». Khalid Chaouki, giornalista di origini marocchina e direttore del portale sul mondo islamico minareti.it, invita a «un gesto collettivo di condanna». Ma in un paese libero e democratico non c'è il diritto per ogni persona di dire quello che vuole? «Certo - risponde Zouhair Louassini giornalista di Rai-news24, di origine marocchina e professore di letteratura araba all'Università Roma 3 - la libertà d'espressione è uno dei grandi valori di democrazia. Il problema è che l'onorevole Santanchè fa il gioco di molti altri fanatici, che con la loro aggressività dimostrano poca obiettività e incitano alla violenza. Da ateo cresciuto nella cultura musulmana, devo anche dire che l'affermazione sul profeta Muhammad, senza analizzare il contesto storico, dimostra una mancanza di rigore scientifico».

domenica 8 novembre 2009

La Puttana Santissima

Io ste cose le so da la padrona
che lo disse a llei stessa l’antro ggiorno
la puttana santissima in perzona

Giuseppe Gioachino Belli
Un antro viaggio der Papa
2 giugno 1835

Quella buon'anima di Montesquieu aveva proprio ragione: "Mai in nessun luogo si sono visti tanti devoti e tanta poca devozione come in Italia. (...) hanno una devozione che riesce a stupire: un uomo ha un bel mantenere una puttana, non mancherà certo la sua messa per nessuna cosa al mondo". Questo spirito di grande devozione lo stiamo rivivendo, a quanto pare, in questi giorni. Tra uno scandalo e l'altro, i politici italiani trovano il tempo di difendere il crocefisso e criticare la sentenza della Corte Europea che ne ha definito la presenza nelle aule scolastiche "una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e una violazione alla libertà di religione degli alunni".

A volte rimango colpito dal misticisimo delle loro dichiarazioni. Se non è frutto della devozione, è sicuramente originato da qualche prodotto sudamericano. Probabilmente il caffé. Altrimenti non si spiega come qualcuno abbia addirittura definito il crocefisso "simbolo della laicità dello stato e dell'identità italiana". Per quanto mi risulta, il crocefisso è simbolo di una religione precisa e l'Italia - cosi come la conosciamo oggi - è frutto di una strategia risorgimentale che considerava il Papa un diavolo in tonaca. A differenza di altri osservatori però, io non credo che i politici italiani siano dei furbacchioni in malafede. Sono convinto, invece, che siano autenticamente e genuinamente ignoranti. Nel senso letterale della parola, ovvero di chi "non ha sufficiente padronanza di una materia, manca globalmente di cultura" e spesso e volentieri anche nel senso metaforico: "chi non conosce le regole della buona educazione e dunque si comporta scortesemente".

L'altro giorno, Daniela Santadecché, ospite della trasmissione di Barbara D'Urso su Canale 5, ci ha fatto sapere che Maometto era un poligamo e un pedofilo. E ha continuato per almeno un quarto d'ora, a ripetere quest'ultimo concetto: "per la nostra cultura è un pedofilo. Ha sposato una bambina di 9 anni". Ora si potrebbe rispondere alla Santadecché che bisogna innanzittutto contestualizzare il matrimonio di Maometto con la figlia del suo più fidato alleato nella penisola arabica del VII secolo dove un uomo di quarant'anni era già vecchio. Io preferisco invece invitarla ad approffondire la sua, di cultura, prima di parlare di quelle altrui. Vada a rivedersi la storia di Maria Antonietta data in sposa, quattordicenne, al delfino di Francia o quella di Eleonora d'Acquitania, data in sposa alla veneranda età di 15 anni.

Questo per non parlare di Papa Borgia. Giovanni Burcardo, suo cancelliere, racconta di un banchetto «al quale prendono parte cinquanta meretrici (...) da principio vestite, poi nude. (...) vengono sparse delle castagne che le meretrici, nude, raccolgono passando fra i candelabri sulle mani o sui piedi. Tutto alla presenza e sotto lo sguardo del Papa (...)». Persino Papa Gregorio XVI (1831-1846), "aveva un’amante, la moglie del suo ex barbiere, che viene cantata dal Belli come “puttana santissima”". A ben rileggere le recenti cronache politiche, sembra che non sia cambiato nulla, anche in tema di rapporti con minorenni. Che volete che vi dica? Per parafrasare un proverbio veneziano del Settecento, in Italia la vita deve essere trascorsa cosi: «La mattina una messetta, dopo pranzo una bassetta e in televisione una donnetta». Nel senso di "velina", ovviamente.

venerdì 6 novembre 2009

Allah Bless America



Nato in Virginia. Laureato in biochimica alla Virginia Tech. Maggiore dell'esercito USA per vent'anni. Tre riconoscimenti: la National Defense Service medal, la Global War on Terrorism Service medal e l’Army Service Ribbon. Eppure è di origine palestinese e di fede islamica, frequenta la moschea e fa la spesa al supermercato della base con indosso la tipica tunica bianca che i musulmani portano per la preghiera del Venerdi. Avrebbe potuto essere un perfetto esempio dell'integrazione islamica all'americana. Un modello di cui sono stato entusiasta testimone nel 2008, quando venni ufficialmente invitato dal Governo statunitense e dal Dipartimento di Stato USA per appurare in loco l'elevatissimo grado di integrazione e benessere raggiunto dalla comunità islamica locale.

Sfortunatamente, però, stiamo parlando dello stesso uomo che ha ucciso dodici commilitoni e ferito altri 31 perché non voleva andare in Iraq: Il maggiore Nidal Malik Hasan, 39 anni. Le cause scatenanti sembrano chiare ed evidenti: stiamo parlando di un medico che si occupa di problemi mentali, rimasto evidentemente impressionato e traumatizzato dalle fobie e dagli squilibri dei soldati ritornati dal fronte iracheno. Nonostante la sua opposizione alla guerra e il fatto che si era rivolto ad un avvocato per evitare di essere mandato in Iraq, stava per essere mandato comunque proprio su quel fronte. Questo per non parlare delle discriminazioni e dei commenti anti-musulmani e anti-arabi che, a detta dei suoi famigliari, subiva da alcuni suoi commilitoni e da coloro che ne valutavano il rendimento. Che una "rotella" del suo cervello possa essere, ad un certo punto, "saltata" è un'ipotesi che non può essere scartata a priori.

Non è la prima volta che un soldato americano spara ad altri soldati americani: è il settimo episodio. Eppure sono sicuro che proprio questo sconvolgente e plateale "ammutinamento" verrà strumentalizzato in tutto il mondo occidentale per dimostrare che è impossibile confidare nell'integrazione dei musulmani. Per alimentare la paura e la sfiducia nei confronti degli immigrati islamici, dei loro figli e dei loro nipoti nati all'estero. Per spingere le autorità a rendere più difficile la concessione della cittadinanza, l'accesso ai posti pubblici e forse anche il rilascio dei permessi di soggiorno ai fedeli dell'Islam. Sono sicuro che nel Bel paese saranno in tanti a gongolare: ecco la prova lampante - diranno - che l'Italia fa bene a ostacolare la costruzione delle moschee, a non concedere il voto agli immigrati, a non rilasciare la cittadinanza automaticamente a chi nasce in Italia, a non permettere ad un marocchino di lavorare sui mezzi di trasporto pubblici. Non si rendono conto, costoro, che cosi non fanno che esasperare il clima inquisitorio ed accusatorio che favorisce lo stress, la tensione, la rabbia che possono essere strumentalizzate da parte dei fondamentalisti e dei guerrafondai.

Il fatto che un maggiore medico insignito di tre medaglie abbia commesso una strage in un paese dotato di un efficientissimo modello di integrazione, ma che non è stato attento - per ciò che concerne questo singolo episodio - al disagio psicologico patito da un suo dipendente, dovrebbe essere un campanello d'allarme. Nessuno aveva pensato a curare il medico che curava i soldati mandati al fronte. Nessuno si era reso conto del suo stato d'animo. Ma è proprio ora che si vedrà la differenza tra un paese come gli Stati Uniti e l'Italia. Negli USA questo episodio scatenerà sì un grande dibattito sui media, ma nello stesso tempo sarà oggetto di un'approffondita indagine - non solo poliziesca - sulle cause scatenanti, per elaborare immediatamente le contromisure sociali adeguate. Nonostante questa disgrazia, gli Stati Uniti continueranno ad arruolare personale islamico nelle fila dell'esercito, ad agevolare la costruzione delle moschee e a permettere ai musulmani in divisa di frequentarle il Venerdi. Gli USA rimarranno - in poche parole - quel grande paese fermamente ancorato alle libertà civili e religiose che ho conosciuto nel 2008.

lunedì 2 novembre 2009

La Tv prefabbricata

Ricevo e pubblico volentieri - anche se con un po' di ritardo - il seguente contributo di un lettore del blog.

La puntata di Porta a Porta, del 21 settembre scorso, ha dimostrato l’ennesimo fallimento della Tv pubblica italiana, pagata tra l’altro dalle tasse di tutti i cittadini. La trasmissione di Vespa intitolata “ Sanaa uccisa per amore”, sulla vicenda dell’omicidio della ragazza marocchina da suo padre, ha proposto all’opinione pubblica un quadro dell’islam come religione di odio, terrore e intolleranza. Questo tipo di programmi, come dice Sherif El Sebaie, sono “costruiti per trasmettere un'immagine preconfezionata”. La strategia del resto è stata ben preparata attraverso la scelta degli ospiti: presenti in studio oltre al maestro della scena Vespa, il Ministro Carfagna, Livia Turco e un professore universitario, un ex giornalista, una deputata, tutti questi ultimi di origine da un paese del mondo arabo musulmano e quindi affini ai temi in relazione con l’Islam. In diretta da Pordenone la mamma della vittima Sanaa, lo zio e un gruppo di marocchini tra cui anche l’Imam locale. Per tutto il tempo - tranne il litigio finale tra le due ministre – è stato fatto un interrogatorio all’imam e alla madre di Sanaa. Vespa ha insistito senza tregua perché l’imam dichiarasse la sua posizione sul rapporto uomo donna secondo l’islam, sulla’autorizzazione o meno della convivenza fuori dal matrimonio e sul velo; fino a chiedere il suo parere sulla guerra in Afganistan e la morte dei soldati italiani. Non ho capito che legame esiste tra l’omicidio di Sanaa e i soldati italiani e le domande fatte all’imam sulla presenza delle truppe italiane e della NATO in Afganistan! In tutto ciò mi ha colpito la mancanza di un senso di uguaglianza e di obiettività nel trattare un tema cosi delicato, come quello della violenza a una donna, che per le sue origini e quelle della sua famiglia ha necessariamente richiamato l’attenzione sull’Islam e le sue manifestazioni oggi in Italia. Sembrava davvero di essere in un tribunale. Il povero Imam, spaventato dal contesto mediatico del programma e da ospiti “esperti di migrazione e di integrazione” è stato addirittura incapace di formulare una posizione chiara su talune questioni, malgrado il suo ruolo di referente religioso e questo certo per paura di esprimere idee che potevano attirare aspre critiche. Ed è un peccato perché un imam dovrebbe essere capace di difendere idee e principi religiosi. La convivenza fuori dal matrimonio, sia per gli uomini sia per le donne, nell’islam non è tollerata; ma questo, sebbene discutibile, in un dibattito onesto ed equilibrato può essere presentato come una delle opzioni, come uno degli elementi della realtà su cui si è chiamati a discutere. Invece, nel clima di aggressione mediatica creato da Vespa e la sua trasmissione, la mamma della vittima quasi non parlava l’italiano, il traduttore a tratti interpretava le sue parole trasformandosi in un testimone, lo zio anche lui non era in grado di esprimere chiaramente le proprie idee. A fronte di ciò, l’omicidio di Sanaa rimane un gesto barbaro perché privare una persona della sua vita, per qualsiasi motivo, non può che essere condannato. Il diritto alla vita è un diritto inviolabile e riconosciuto a tutte le persone senza distinzioni di colore, di genere, di religione. Da parte degli altri ospiti così spesso chiamati a intervenire su integrazione e Islam in Italia, nessuno ha discusso con equità, tutti hanno manifestato, in un modo o nell’altro, un atteggiamento di offesa e di superiorità nei confronti dei marocchini di Pordenone. Anche Khaled Fouad Allam che proviene dal mondo dell’università si è limitato solo a dire che l’hijab rappresenta un controllo sulla sessualità delle donne…E’ importante interrogarsi sulle rappresentazione culturali e sull’immaginario arabo-musulmano per capire meglio certe problematiche che oggi ci riguardano, ma un vero approfondimento (sociologico, culturale, storico…) si impone. E poi ne è emersa, come sempre, una grande confusione tra burka e hijab e attenzione a non confondere i due termini ! Avremmo invece bisogno di un dibattito pubblico serio e sereno oggi in Italia, per affrontare, senza pregiudizi, polemiche o strumentalizzazione politica, la questione dell’islam e i rapporti con i musulmani che vivono nel nostro paese, coinvolgendo intellettuali italiani e non, ma soprattutto voci nuove. Limitarsi ogni volta ai contributi di Souad Sbai (deputata PDL) Khaled Fouad Allam (ex deputato Margherita) e Magdi Cristiano Allam (europarlamentare UDC) per parlare di (Islam, integrazione e migrazione) non chiarirà sicuramente la questione e non trasmetterà nessuna novità o messaggio utile al grande pubblico. Infine, attenzione a nascondere agli italiani la realtà della crisi attuale del governo Berlusconi, con delle trasmissioni prefabbricate sugli immigrati !

Mustapha Azaitraoui

Mustapha Azaitraoui. Dottore di ricerca in analisi e governance dello sviluppo sostenibile, Università Ca’ Foscari e IUAV di Venezia. Attualmente è il coordinatore progetti Marocco per la Fondazione spagnola CIREM.