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giovedì 31 dicembre 2009

Auguri per il 2010!

Solidarietà a Shulim Vogelmann

Shulim Vogelmann, nato a Firenze, laureato in Storia all'Università Ebraica di Gerusalemme, direttore della collana Israeliana per la Casa Editrice Giuntina e curatore del Festival internazionale di letteratura ebraica di Roma, ha raccontato - sulla prima pagina di Repubblica - la storia di un ragazzo senza braccia salito su un treno senza biglietto perché impossibilitato a farlo. Il ragazzo aveva mostrato i soldi al controllore ma, dopo un trattamento a dir poco incivile - sempre secondo la versione di Vogelmann - è stato costretto a scendere da parte degli agenti della polizia ferroviaria nel silenzio degli altri passeggeri. Una prima lettura di questo resoconto mi aveva immediatamente allarmato: era chiaro infatti che il ragazzo coinvolto era straniero. Parlava un italiano sconnesso e - stando a Vogelmann - ad un certo punto il capotreno gli disse: "Voi pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!". Come afferma uno dei miei commentatori: "excusatio non petita accusatio manifesta".

Ora Le Ferrovie di Stato smentiscono la versione finita sui mezzi di informazione: "Il viaggiatore non è mai stato fatto scendere dal treno, il biglietto gli è stato acquistato a Foggia dal personale di bordo. Il Gruppo Fs è da sempre attento e sensibile ai diritti dei diversamente abili (...) Risulterebbe che la Capotreno si sia ulteriormente attivata per consentire al cliente di proseguire il viaggio sullo stesso treno e senza alcuna sanzione. Per questo è scesa durante la sosta a Foggia provvedendo a recarsi in biglietteria e acquistando il biglietto per conto del passeggero". Anche la polizia conferma questa versione, decisamente idilliaca: "il personale (...) agendo con tatto e umanità (...) ha convenuto di adoperarsi in prima persona per regolarizzare il viaggiatore stesso per il medesimo treno". Questo cosa vuole dire? Che Shulim Vogelmann si è inventato tutto? E perché mai dovrebbe farlo? Per scrivere su Repubblica? O per essere denunciato dalle Ferrovie di Stato e dalla Polizia?

Basta fare una veloce ricerca su internet per capire che Vogelmann non è esattamente il "sinistroide trinariciuto perbenista e politically correct" che griderebbe al lupo solo per il piacere di scrivere su un quotidiano di sinistra. I suoi interventi su "L'Occidentale" ne riassumono il pensiero, chiaramente di destra, quantomeno in tema di politica estera: "Invece di sostenere l’unica democrazia del Medio Oriente (Israele, ndr) nel momento in cui di sostegno ha più bisogno, la si critica praticamente senza sosta. Strano", "il cambiamento e la comprensione profonda di Allam dei canali subdoli e velenosi dell’antisemitismo, vero e proprio o mascherato da antisionismo", "un’esclamazione come Viva Israele scritta oggi per mano di un uomo musulmano non può lasciare indifferenti", "Fiamma Nirenstein, che da qui in avanti chiamerò semplicemente Fiamma, dal momento che la conosco da quando sono nato, ha capito da tanto tempo una cosa: l’integralismo islamico e il terrorismo sono una minaccia per la nostra esistenza".

I miei lettori sanno benissimo che, a differenza di Vogelmann, io credo che Israele - per sopravvivere ai suoi stessi nemici - debba continuamente ascoltare i suoi critici, anche quelli più feroci. Perché non sempre chi critica è in malafede, anzi. Cosi come sanno che Magdi Allam non è proprio il prototipo del "musulmano" (sic) a cui fare riferimento se si vuole curare i mali del mondo arabo e avviarsi verso una pacifica convivenza con i fratelli ebrei. E che non credo affatto che Fiamma Nirenstein sia un'opinionista imparziale, quando è in ballo Israele. Quindi un sostenitore acritico di Israele, ammiratore di Magdi Allam e Fiamma Nirenstein non può che essere agli antipodi del mio pensiero. Ciò non vieta, però, che in questo particolare momento io voglia esprimergli la mia più totale e incondizionata solidarietà, dal momento che sembra ci sia la volontà di spacciarlo per un visionario mentitore.

Non sono stato su quel particolare treno, ma sono stato testimone oculare di decine e decine di scene simili in numerose altre occasioni. Non a caso mi ero allarmato non appena letto il racconto, anche perché l'origine straniera del disabile traspariva solo da alcuni dettagli, a cominciare dalla risposta a dir poco rivelatrice del capotreno riportata da Vogelmann. Ma non solo le parole usate da quest'ultimo corrispondono, per esperienza personale, a ciò che succede in questi casi. Mi chiedo per esempio: se Vogelmann è un visionario, anche l'altro testimone portato a difesa del personale delle Ferrovie e degli altri passeggeri rimasti zitti lo è? Egli usa parole a dir poco inquietanti: "E' vero, la ragazza e i due agenti della Polfer saliti alla stazione di Foggia si sono rivolti al giovane romeno con toni francamente evitabili". "Francamente evitabili" la dice lunga, per quanto mi riguarda, sul modo con cui questi signori hanno interloquito con il passeggero. E la domanda sorge spontanea: i toni "francamente evitabili" sono coerenti con la figura di un capotreno che agisce con "attenzione" e "sensibilità", "tatto" e "umanità" e che scende "personalmente" dal treno per acquistare un biglietto senza sovraprezzo? Agli onesti la risposta...

mercoledì 30 dicembre 2009

Ditecelo: il disabile era straniero?

Leggo su Repubblica la lettera di un editore che, sul treno, ha assistito ad una scena francamente incivile: la vittima un disabile senza braccia. Alcuni dettagli però (la risposta del disabile in un italiano sconnesso, seguito dall' accanimento tipico dei casi in cui è coinvolto un immigrato, per non parlare della risposta del capotreno che tira in ballo il razzismo) mi hanno fatto venire un dubbio atroce: non è che il disabile di cui si parla nella lettera era straniero? In questo caso molte cose si spiegherebbero...

Eurostar
Bari-Roma.(...sul treno) un ragazzo senza braccia. Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. (...) Passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: "No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap". Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l'umiliazione ripete "Handicap, handicap". (...) la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. (Arriva il capotreno) Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap. La risposta del capotreno è pronta: "Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!". E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria.

Aggiornamento:
leggo su un articolo di Repubblica l'intervento di un altro passeggero: "E' vero, la ragazza e i due agenti della Polfer saliti alla stazione di Foggia si sono rivolti al giovane rumeno con toni francamente evitabili". Chissà perché il mio sesto senso in questi casi risulta infallibile...

Futuro prossimo. Insciallah!

Chiara, anni 13, si stringe nelle spalle e regala un sorrisone. Ma sì, per le nuove generazioni forse sarà più facile il dialogo tra persone che provengono da terre e culture diverse. E Stezzano nel suo piccolo è lo spaccato dell’Italia che verrà: in questo comune di 12 mila abitanti, a salda maggioranza Pdl-Lega, la scuola media locale ha eletto il consiglio comunale dei ragazzi. Risultato? Su 7 eletti, 4 sono stranieri e il baby sindaco sarà David N’doua, originario della Costa d’Avorio. Con lui siederanno l’argentina Camila, la marocchina Nora e l’albanese Brahimi, tutti nati a Bergamo e dintorni esattamente come l’italiana Chiara che col suo candore «detta la linea politica». (Leggi sul Corriere)

domenica 27 dicembre 2009

Sartori e gli islamici. Non è un paese per giovani.

Da qualche settimana ormai, il Corriere della Sera propina una specie di pubblicità ingannevole che recita: "Un'informazione di parte crea delle persone immobili. Per questo ci battiamo per un'informazione indipendente che permetta ad ognuno di farsi la sua opinione". Per avere un assaggio dell' informazione indipendente di cui si fregia il quotidiano della borghesiuccia italiota, basta analizzare il modo con cui affronta, da quasi 10 anni ormai, la cosiddetta "questione islamica". Non vi sarà di certo sfuggito che le uniche versioni propinate ai suoi lettori su questo tema sono quelle di persone decisamente imparziali (sic) come Fu Oriana Fallaci "la più grande scrittrice italiana di tutti i tempi", Magdi Allam "il più autorevole esperto di cose islamiche in Italia" e altri nomi dalle posizioni perfettamente sovrapponibili che si fa fatica a capire chi di loro ha scritto cosa. A questa pregiata categoria di persone talmente esperte da risultare inqualificabili, si è accodato ultimamente anche Giovanni Sartori, "il più grande politologo italiano ed uno dei massimi esperti di politologia a livello internazionale".

Sartori, nato nell'anno in cui moriva Lenin e veniva esiliato l'ultimo sultano di Istanbul, è stato scomodato dal Corriere per spiegarci con un editorialone che rimarrà negli annali della politologia che i razzisti non si chiamano così: si chiamano - "più pacatamente"- "xenofobi". E "Xenofobi" è il contrario di "Xenofili". E si può essere l'uno o l'altro, indistintamente. D'altronde - pensate un po' - "non c’è intrinse­camente niente di male in nessuna delle due reazioni". Insomma: essere razzisti - pardon, "più pacatamente" xenofobi - è cosa bella e buona, esattamente come il non esserlo. Anzi, la xenofilia, come quella che caratterizza i trinariciuti sinistroidi per intenderci, è "un «politicamente corretto» che finora è restato male approfondito e spiegato". Dal che si desume che il razzismo invece - pardon, "più pacatamente" la xenofobia - è stata pienamente spiegata e forse anche perdonata, giustificata e riabilitata. Quando penso che il più importante quotidiano italiano ha scomodato un accademico dalla sua torre d'avorio per scrivere queste panzane, mi viene il voltastomaco. Il modus operandi mi ricorda quando hanno rispolverato l'anziana Fallaci, ridotta ad insultare i tassisti newyorkesi dalle finestre di casa sua, per farcire quattro pagine del quotidiano. Il guaio, in questo paese, è che quando questi espertoni "sbroccano" - perché di questo si tratta - nessuno osa gridare "l'espertone è sbroccato". Diventa tutta una gara a chi risponderà il "più pacatamente" possibile alle panzane propinate, col risultato che non si riesce mai a qualificarle per quello che effettivamente sono.

Le panzane del Sartori, poi, sono impareggiabili: "la questione non è tra bianchi, neri e gialli, non è sul colore della pelle, ma invece sulla «integrabilità» dell’islamico". Non riesco ancora a credere che un accademico con il suo curriculum sia riuscito a scrivere una roba del genere. Poi si chiede se ci sono "casi, dal 630 d.C. in poi, di integrazione degli islamici. La risposta è sconfortante: no". Immagino abbia vagliato l'esperienza umana di ogni singolo islamico dal 630 d.C fino al giorno d'oggi per trarre queste illuminanti conclusioni storiche. A sostegno di questa versione, viene imbastito in fretta e furia un pseudo-esempio storico, relativo all'India Moghul: "gli indiani «indigeni» sono buddisti e quindi pa­ciosi, pacifici; e la maggio­ranza è indù, e cioè poli­teista capace di accoglie­re nel suo pantheon di di­vinità persino un Mao­metto. Eppure quando gli inglesi abbandonarono l’India dovettero inventa­re il Pakistan, per evitare che cinque secoli di coesi­stenza in cagnesco finissero in un mare di sangue". Effettivamente migliaia di islamici sgozzati e bruciati vivi dai fondamentalisti indù, soprattutto negli ultimi anni, testimoniano questo grande spirito di tolleranza induista. Dopodiché si passa a "In­ghilterra e Francia" che "si sono impegnate a fondo nel problema, eppure si ritro­vano con una terza generazione di giovani islami­ci più infervorati e incatti­viti che mai". E per forza: se anche da quelle parti ci sono espertoni che esortano l'opinione pubblica a non riconoscere la piena cittadinanza (e cioè non solo il pezzo di carta) a giovani nati e cresciuti in quei paesi, col risultato che questi ragazzi rimangono costantemente discriminati sul profilo sociale, economico ecc anche tre generazioni dopo l'arrivo dei loro genitori, non si può che diventare cattivi e infervorati.

Ma dove vuole arrivare l'editoriale di Giovanni Sartori? "Ora che la Ca­mera dovrà pronun­ciarsi sulla cittadi­nanza e quindi, an­che, sull’«italianizzazio­ne» di chi, bene o male, si è accasato in casa no­stra", illudersi di integrare l'islamico «italianizzan­dolo» "è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischia­re". Insomma: guai a riconoscere la cittadinanza agli islamici che si sono "accasati" da queste parti, anche se io preferisco "più pacatamente" ricordare che qui essi lavorano e pagano le tasse. Guai a riconoscerla ai loro figli, nati e cresciuti in questo paese. Guai a dare loro fiducia nella speranza che si "integreranno". Poi però non meravigliatevi se, tre generazioni dopo, questi diventano più infervorati e incattiviti che mai. D'altronde è quello che succede quando, per spiegare come si deve governare una società multietnica e globalizzata, a pochi giorni dall'inizio del 2010, viene chiamato a pronunciarsi con un articolo degno di uno studente delle medie un docente di sistemi politici nato nel terzo anno dell'era fascista. Che dire? Non è un paese per giovani, decisamente. Né di seconda, né tantomeno di terza generazione.

venerdì 25 dicembre 2009

In un carcere a cielo aperto

L'articolo 5 del Testo Unico sull'immigrazione prevede che il permesso di soggiorno venga rilasciato, rinnovato o convertito entro venti giorni dalla domanda. Allo stato attuale, invece, i 4 milioni di immigrati che vivono in Italia devono mediamente aspettare dai sette ai quindici mesi, anche solo per il rinnovo di un permesso della validità di un anno. Da domenica 13 dicembre Gaoussou Outtarà - esponente di Radicali Italiani, immigrato dalla Costa D'Avorio e da 29 anni in Italia - è in sciopero della fame per sollevare il problema dei "tempi legali utili per rilascio dei permessi di soggiorno". (...) "La quasi totalità degli immigrati in Italia - ha detto Outtarà, intervistato da Radio Radicale - non solo non ha alcuna speranza di poter ottenere la cittadinanza italiana, ma si trovano spesso privi anche di un semplice permesso di soggiorno, pur avendone diritto". Sono oltre 700 mila, infatti, secondo una rilevazione del Sole 24 Ore, gli immigrati in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. Persone che lavorano, studiano, crescono i propri figli in Italia, ma si ritrovano ciclicamente in una sorta di terra di nessuno, dove i diritti di residenza sono sospesi. Senza rinnovo non ci si può muovere per l'Europa, si ha difficoltà a tornare nel paese d'origine, così come a svolgere diverse azioni di vita quotidiana: firmare un contratto d'affitto o di lavoro, prendere la patente, iscrivere all'asilo i nostri figli. "Insomma - ha detto ancora Outtarà - la vita di un immigrato in attesa del permesso di soggiorno, in Italia è paragonabile a quella di una persona reclusa in un carcere a cielo aperto. A seconda dei momenti, noi immigrati siamo effettivamente imprigionati nei Cie (centri di identificazione ed espulsione) o in libertà vigilata in balìa della possibile revoca del permesso di soggiorno o della sua non ottenibilità". (Leggi su Repubblica)

Auguri!

giovedì 24 dicembre 2009

Arrestato trafficante albanese di merci dubbie

Ringrazio Karim Metref che mi ha appena segnalato la notizia che è stato arrestato, sulle frontiere Nord-Est del paese, un cittadino che si dichiara apolide (ma che è probabilmente di origini albanesi) che risponde a diversi alias tra cui quello di Claus Santa. Il cittadino extracomunitario era entrato in territorio italiano privo di ogni tipo di documento o visto e quindi, al primo controllo (molto numerosi in questo periodo), è caduto sotto le leggi del pacchetto sicurezza ed è stato subito arrestato con l'accusa di immigrazione clandestina. Dopo i primi accertamenti in questura è stato portato al CIE di Gradisca d'Isonzo, in provincia di Gorizia. L'extracomunitario, arrestato al volante di un veicolo non a norma e in possesso di un quantitativo importante di merce di dubbia provenienza, rischia anche una denuncia per traffico di merci illecite. Ma la sua situazione sta diventando sempre più grave, in quanto accusato anche di false dichiarazioni e usurpazione di identità. In effetti in questura il prevenuto ha dichiarato di essere quello che in Italia si chiama Babbo Natale. Ma le forze dell'ordine hanno prontamente smentito la presunzione confrontando le foto del sospetto con quelle, che sono ormai di notorietà pubblica, del vero babbo natale. Le differenze sono notevoli. “Differenze, tra l'altro, facili da stabilire essendo che il Babbo Natale ufficiale è vestito di rosso (mentre il clandestino è vestito di verde) e ha i tratti somatici di un noto calciatore” ha dichiarato al telefono l'ufficiale della scientifica che ha condotto le indagini. Le autorità giudiziarie hanno dichiarato che il detenuto Claus (alias Nicola, alias Natale, alias Noel, alias Christmas, alias Nicolae...) rimarrà in detenzione fino a quando sarà stabilità la sua vera identità e nazionalità e stabilito dove dovrà essere espulso.

Aggiornamento del sottoscritto: fonti attendibili mi hanno informato che il trafficante extracomunitario è stato accusato in queste ultime ore anche di scasso e violazione di domicilio. Pare che avesse l'abitudine di calarsi nelle case dei rispettabili cittadini italiani attraverso i condotti dei camini. Una volta in casa, ripuliva sistematicamente il frigorifero.

lunedì 21 dicembre 2009

Parcheggi per soli italiani

Come si fa a cacciare gli immigrati dal centro del paese? L’idea della giunta leghista di Alzano Lombardo, nella Bergamasca, è semplice e molto pratica: impedendogli di parcheggiare. Le strade sono strette e piazzare l’auto è un’impresa. Ora il Comune costruirà dei box, ma solo per "cittadini italiani". Se poi i vigili del sindaco Roberto Anelli saranno implacabili e termineranno l'opera a suon di multe (etniche), il disegno sarà completato (Leggi su Repubblica)

venerdì 18 dicembre 2009

Bello paciarotto

«Sono qua tranquillo, bello paciarotto, non sono stato arrestato. Le agenzie di stampa sbagliano». Così l’assessore Prosperini ieri sera in diretta ad Antenna. Smentisce in diretta il suo arresto mentre in casa stanno arrivando i finanzieri per la notifica del provvedimento. (Guarda il video)


giovedì 17 dicembre 2009

Camel, barcheta e...

Prosperini, esponente del Partito della libertà (Leggi mio vecchio articolo su questo blog), avrebbe ricevuto dal gruppo Profit una tangente da 230mila euro trovata dalla Guardia di Finanza di Milano su conti Ubs intestati a fiduciarie elvetiche e riconducibili a Prosperini. La mazzetta sarebbe stata stornata dalla campagna pubblicitaria 2008-2010 da 7,5 milioni di euro concepita per promuovere le bellezze della Lombardia in tivù. Quei soldi sono finiti tutti alle televisioni di Lagostena Bassi, che, secondo la ricostruzione della procura, avrebbe "ringraziato" l´assessore regionale con un regalino in contanti. In cambio, Prosperini avrebbe avuto anche spazi televisivi adeguati per promuovere la propria immagine soprattutto in concomitanza con gli appuntamenti elettorali. La guardia di finanza ha anche acquisito documentazione e fatture precedenti, a partire dal 2003, e che potrebbero coinvolgere anche altre emittenti televisive, come Antenna Tre, Telelombardia e Telecity. Secondo l´accusa Prosperini avrebbe ricevuto prestazioni gratuite per 200mila euro da Teleombardia e Telecity. Da Radioreporter, invece, l´assessore avrebbe ottenuto 19 interviste per promuovere la propria immagine pubblica. L´arresto su ordinanza del giudice Andrea Ghinetti è avvenuto proprio mentre Prosperini era in collegamento telefonico con la trasmissione Forte e chiaro di Antenna Tre. (Leggi su Repubblica)

martedì 15 dicembre 2009

E l'immigrato paga...

Secondo tutte le banche dati disponibili, l'occupazione straniera in Italia è cresciuta costantemente, almeno fino al 2008 e in dieci anni risulta più che raddoppiata arrivando a più di due milioni di persone. L'occupazione italiana rimane invece sostanzialmente stabile. Inoltre, i lavoratori stranieri sono molto più giovani dei colleghi italiani: 31 anni in media. E in ogni caso, per legge, non possono ricevere la pensione o riscattare i contributi prima dei sessantacinque anni di età. Una dinamica demografica e contributiva da spiegare con chiarezza all'opinione pubblica. (Leggi)

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sabato 12 dicembre 2009

Italiani "deshabitué"

di Pap khouma, Repubblica

Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell'aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell'Italia del 2009?

Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede.

Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così. "Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?". "Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere. Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza. Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...". L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario".

Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell'auto. D'istinto ho risposto: "Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri". E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.

In un'altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E' scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all'ora di punta. Un'altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: "Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina". "Non è un ladro, è il mio compagno", si è sentita rispondere.

Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All'inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell'atrio: "Buongiorno!" o "Buona sera!". Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: "Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!". "Chi ti ha fatto entrare?".

Nel settembre di quest'anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l'arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l'altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: "Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla... maleducato". Facevo notare all'anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: "Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra... feccia del mondo. La pagherete prima o poi".

Qualche settimana fa all'aeroporto di Linate sono entrato in un'edicola per comprare un giornale. C'era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un'altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l'uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: "Quell'uomo di colore ha pagato il giornale?". La cassiera ha risposto urlando: "Sì l'uomo di colore ha pagato!". Tornato indietro gli dico: "Non c'é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo". "Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?". Cercava di intimidirmi. "Un razzista!" gli dico. "Sì, sono un razzista. Stia molto attento!". "Lei è un cretino", ho replicato.

Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di "pregiudizi al contrario", spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una "formula" fissa ma molto efficace: "Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni...".

Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un "extracomunitario" nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti.

Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: "Questo extracomunitario si comporta da prepotente!". Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.

Dopotutto, ho l'impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. "Noi non siamo abituati!", ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E' un alibi che non regge più dopo trent'anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane. Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell'Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.

giovedì 10 dicembre 2009

Quei "convertiti" che non aiutano la Chiesa

di Edoardo Caprino, FareFuturo Magazine*

“Dio ci scampi dai convertiti!”. Una frase tranchant, non vi è dubbio, che spesso si è sentita pronunciare anche da uomini di Chiesa. Altrettanto spesso in questo periodo di “epiche” e “cavalleresche” battaglie ingaggiate a difesa del cristianesimo e quindi della civiltà occidentale, abbiamo visto assommarsi un battaglione a dir poco assortito. Le proposte stravaganti hanno preso il sopravvento. Una per tutte il nuovo simbolo del Movimento** guidato da Magdi Cristiano Allam disegnato per l’occasione da Giorgio Forattini (il celebre vignettista poteva impegnarsi un poco di più se il risultato è quello presentato dall’ex vicedirettore ad personam del Corrierone): un tricolore con al centro un crocifisso di colore giallo***.


Proposta del celebre Magdi: modificare la bandiera italiana inserendo la croce quale simbolo d’identità della Nazione. Come alleato - che può rivendicare la primogenitura della Riforma – l’ex ministro leghista Roberto Castelli. Sorge il dubbio se un ex ministro della Giustizia, quale il Castelli è, ignori che la modifica dei colori (e dei componenti) della bandiera nazionale richiede una modifica costituzionale. Il dubbio sorge inoltre se egli è consapevole che l’articolo in questione è il 12 il quale appartiene ai principi fondamentali e per questo – per prassi e tradizione – immodificabili.

Da quando Magdi Allam si è fatto Cristiano – nel corso di una cerimonia che certo non poteva passare inosservata quale è la Veglia di Pasqua – nell’anno 2008 abbiamo potuto notare come il neoapostolo della fede in Cristo non abbia mancato occasione per strigliare, bacchettare, richiamare all’ordine, fedeli, preti e ecclesiastici poco pronti a vivere appieno il Verbo della Fede e peggio ancora a difenderlo con le unghie e con i denti contro il nemico che, a seconda delle occasioni poteva essere la deriva islamica del continente, il relativismo, e compagnia cantando.

Non contento ha fondato un movimento politico – sempre per la difesa dell’identità cristiana – e grazie all’alleanza con l’Udc egli ora siede al Parlamento Europeo. Ne sono seguiti libri, articoli, discorsi tutti tesi a richiamare alla Vera Fede da lui da poco scoperta sino a giungere alla proposta dell’introduzione della Croce nella bandiera. Ma di tutto si ha bisogno in questi tempi meno che di slogan, boutade, esche cui spesso abboccano anche eminenti ecclesiastici, movimenti e realtà varie di area cattolica pronte a esaltare ora l’ateo devoto, ora il neoconvertito che richiama alla Fede da lui da poco scoperta.

Queste mosse non aiutano la Chiesa nel suo dialogo con la società di oggi. Vi è sempre da dover osservare con una certa attenzione a proclami, gesti, richiami di chi può essere in alcuni casi più realista del re. Suona un poco inaccettabile farsi fare la predica da chi appare apologeta à la page, pronto a innamorarsi non della fede cristiana – per intero – , ma delle forme esteriori, dei simboli, delle vuote tradizioni. Di tutto ha bisogno la Chiesa, meno che di vuoti simboli. Di testimoni, di silenziosi ma operosi testimoni alla maniera indicata da Paolo VI, di quelli sì. In ogni momento. Sono queste figure che con il loro agire quotidiano rendono possibile e reale il cristianesimo. La croce in sé stessa, è un simbolo come tanti altri. Provocatoriamente parlando, non è importante la presenza del crocifisso nei luoghi pubblici se quel simbolo non è veramente vissuto. Non solo rispettato a parole e al contempo blandito come arma contro i “nemici” . Se così fosse sarebbe meglio rimuoverlo. Sono più importanti i crocifissi in carne e ossa, quei silenziosi cirenei che senza gesti plateali rendono ogni giorno quel messaggio vivo. Nessuno è escluso, neanche i politici che in maniera più o meno ingenua si ergono come neo difensor fidei.

* La Fondazione Fare Futuro è vicina al Presidente Fini.
** Il Movimento ha cambiato nome: da "Protagonisti per l'Europa Cristiana", è diventato - se possibile - ancora più comico: "Io Amo l'Italia".
*** Memorabile il commento de Il Giornale: "La bandiera nazionale disegnata da Forattini? Non male come umorismo".

venerdì 4 dicembre 2009

Animali? No. Italiani? Si.

Affittasi appartamento, "no animali, no stranieri". Bar in centro cerca cameriere, "astenersi extracomunitari". Affitto bilocale in zona Sarpi, "solo italiani, no cinesi". Gli annunci come questi, relativi all’area milanese, su Internet sono centinaia. A pubblicarli sono i maggiori portali di compravendita immobiliare e di offerte di lavoro, da Subito.it a Secondamano. Inserzioni fatte da aziende, proprietari di casa e agenzie. "Simili inserzioni, fino a qualche mese fa, non esistevano quasi — dice Maurizio Crippa, responsabile dell’orientamento al lavoro della Cgil milanese — ora ne compaiono a decine ogni giorno". Crippa, che costantemente scandaglia la rete in cerca di annunci, fornisce una spiegazione del fenomeno, semplice quanto brutale: "Nel montante clima di odio per gli stranieri, il razzismo sembra non avere più bisogno di nascondersi". Per quanto riguarda le offerte di lavoro, c’è poi l’influenza della crisi, "che spinge molti a privilegiare gli italiani nelle sempre più rare assunzioni". E così tornano sul web, questa volta contro gli immigrati, quei cartelli che nella Milano anni Sessanta avvisavano che "non si affitta ai meridionali". O che in periodi più tristi della Storia vietavano l’ingresso nei negozi "ai cani e agli ebrei". La febbre dell’esclusione dello straniero a Milano è un contagio trasversale. C’è il centralissimo caffè a due passi dal Policlinico, che sul portale Kijiji cerca "barista di bella presenza, max 22 anni, no straniero" e l’agenzia immobiliare di Trezzano sul Naviglio che negli annunci di affitto alterna le formule "no animali, no stranieri" e "no animali, solo italiani". La casa editrice pronta ad assumere magazzinieri "solo italiani" e il proprietario di una mansarda vicino al Politecnico che non vuole inquilini "extracomunitari".

Per la segnalazione di simili casi di discriminazione, in città è attivo uno sportello delle Acli convenzionato con l’Unar, l’Ufficio nazionale anti discriminazioni raziali (Unar) della presidenza del consiglio dei ministri. L’avvocato Fiorella Landro, responsabile del servizio legale, spiega: "Nonostante il proliferare di questi annunci, le denunce sono poche, segno che gli stranieri hanno paura a esporsi. Dovrebbero essere gli italiani a chiamare". Al numero verde nazionale dell’Unar, nell’ultimo anno le presunte discriminazioni "su base razziale" segnalate sono 800, in 320 casi sfociate in procedimenti legali. "Nel 24 per cento dei casi si tratta di discriminazioni nell’accesso al lavoro — dice Pietro Vulpiani, antropologo e tecnico dell’Unar — Nel 16 per cento, il problema per lo straniero è proprio trovare casa". Per Dario Guazzoni, presidente dell’associazione milanese degli amministratori di condominio Anaci, "l’ostilità nei confronti degli stranieri è irrazionale, visto che la conflittualità fra condòmini non aumenta con la presenza degli extracomunitari. E anche nella puntualità sui pagamenti dell’affitto, gli stranieri sono mediamente più ligi degli italiani. Il problema è culturale". Per quanto riguarda l’esplicita esclusione degli stranieri negli annunci di lavoro, invece, il razzismo spesso nasconde un calcolo economico. Per Crippa, "scrivendo "solo italiani", il datore lancia un messaggio allo straniero: per avere il posto, devi accettare di essere pagato meno". I casi raccolti da Cgil sono da incubo: lavapiatti cinesi full-time a 500 euro al mese, camerieri nordafricani a 600 euro, commesse moldave che in negozi di abbigliamento guadagnano 750 euro anziché i 1.000 previsti. "Nel caso delle moldave — dice Crippa — l’annuncio era chiaro: non volevano stranieri. Quindi, facendole lavorare, l’azienda ha fatto loro un favore".

A vietare gli annunci discriminatori è il decreto legislativo 215 del 2003, che introduce "la parità di trattamento, indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica". Se il cittadino che fa l’annuncio non rischia nulla dal punto di vista legale, la norma obbliga invece chi pubblica le inserzioni a pagare risarcimenti. Il primo processo è in corso a Roma: su segnalazione dell’Unar, l’unione forense per la tutela dei diritti dell’uomo ha avviato una causa civile nei confronti del giornale di annunci Portaportese, che aveva pubblicato segnalazioni come "non si affitta a persone di colore" e "solo studentesse italiane". La sentenza, attesa entro un anno, è destinata a fare scuola. "Abbiamo chiesto di condannare il direttore del giornale a un risarcimento, e i soldi saranno poi spesi in campagne contro la discriminazione — dice l’avvocato Antongiulio Lana, che segue la pratica — ma l’importante è che la sentenza metta un freno a una pratica discriminatoria che è sempre più evidente". (Fonte: Repubblica)