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giovedì 25 marzo 2010

Immigrati di destra. Cornuti e mazziati.

Un perfetto esempio di integrazione, come viene comunemente intesa in Italia, è finito ieri su Il Corriere: un immigrato del Ghana, operaio metalmeccanico che vive a Modena, ha chiamato il figlio, di cinque anni, Silvio Berlusconi. Anzi Silvio Berlusconi Boahene. Il sig. Boahene, in Italia da 8 anni, spiega: «Credo di dovere a Berlusconi il mio permesso di soggiorno. Volevo dare a mio figlio il nome di un grande capo politico. Mi piace, mi piace tutto di lui. Mi piace come persona, anche se non seguo molto la politica». E infatti, riguardo alle politiche del governo in materia di immigrazione, taglia corto: «Non mi interessano queste cose». Eppure questo stesso padre immagina per il figlio un futuro luminoso nel paese dei balocchi che evidentemente esiste solo nella sua testa: «Sarà presidente. Del Ghana o dell'Italia, non importa. Voglio che studi politica, che si prepari». Non so voi, ma io trovo davvero curioso che dopo 8 anni di duro lavoro in Italia, il sig. Boahene sia convinto di dovere il permesso di soggiorno ad una persona, e che questa persona sia nientepopodimeno che il Presidente del consiglio. Non so da quali considerazioni derivi questa convinzione ma anche se il permesso è dovuto al Presidente in persona o, più probabilmente, ad una sanatoria varata da un suo governo, il rinnovo del documento è certamente dipeso dal lavoro e dal redditto generato dall'immigrato stesso. Altrimenti, ciccia. E addio permesso. Evidentemente, però, il "culto del capo", assai radicato in Africa, non permette al signor Boahene di riconoscere questa elementare distinzione fra diritti concessi e diritti guadagnati con il proprio impegno. Ciò che più soprende però, è che il signor Boahene non sia interessato alla politica e tantomeno alle politiche del governo in materia di immigrazione. Eppure è proprio lui, e dopo di lui suo figlio, l'oggetto prediletto di queste leggi. Vittima di questa ignoranza (non saprei come chiamarla diversamente), il sig. Boahene continua a fantasticare un futuro meraviglioso per il figlio. Evidentemente non sa che il bambino, nato in Ghana 5 anni fa e in Italia da un solo mese, difficilmente diventerà cittadino italiano. A 18 anni, infatti, dovrà trovarsi un lavoro (o una moglie italiana) per giustificare la sua permanenza in Italia. Altrimenti, "Camel e barchetta e turnan a casa" come diceva il buon Prosperini, ora ai domiciliari. L'esempio del sig. Boahene, però, è la dimostrazione che l'equazione immigrato uguale centrosinistra è soltanto un luogo comune. Gran parte degli immigrati, se potessero, voterebbero la destra, come ribadito da una ricerca recente dell'Ismu. Dico "ribadito" perché l'Ismu conferma le impressioni riportate in un articolo de La Stampa del 2005 (che vi consiglio di rileggere). Una volta "stabilizzati", foss'anche con un permesso, questi immigrati si dimenticano le pene patite e credono che il peggio è passato. In realtà sono proprio questi immigrati "stabilizzati" a rischiare di più: perché dopo 8, 10, 20 anni di sacrifici possono benissimo ritrovarsi su un aereo diretto al paese di origine, contro la loro stessa volontà. A suo tempo definii, sollevando appassionate polemiche, l' immigrato intenzionato a votare a destra "un pazzo, o un ignorante o un ingrato". Chiedo venia. Non è niente di tutto questo. E' solo che gli piace essere "cornuto e mazziato". Tutto qui. Viene per esempio spontaneo chiedersi come faccia il signor Boahene a pensare - con le leggi in vigore e senza che lui faccia niente per rivendicare i suoi diritti e quelli di suo figlio - che il bambino possa diventare un giorno nientepopodimeno che presidente dell'Italia. E' già tanto se sarà sicuro che il figlio stia qui dopo il compimento dell'età legale. Lo vuole preparare? Allora è meglio che gli prepari le valigie già da ora. Dato il contesto, ci sono molte più probabilità che Bohanene Junior diventi presidente del Ghana. E, se tanto mi dà tanto, è meglio che lo stesso sig. Boahene prepari le sue, di valigie. Se in questo clima di crisi, Dio non voglia, la fabbrica dove lavora dovesse chiudere, difficilmente il suo permesso verrà rinnovato. A meno che il Presidente non intervenga nuovamente. Campagna elettorale (e calcoli elettorali) permettendo, of course.