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sabato 13 marzo 2010

Un Arabo Impertinente in Italia (II)

Leggi la prima puntata

"Un polemista graffiante, provocatorio e spesso sopra le righe"
. Cosi, quindi, mi definiscono molti miei lettori. Anche se non credo affatto di essere "sopra le righe", ho scelto come header del blog un fumetto tratto dalle avventure del reporter belga Tintin (che hanno accompagnato la mia infanzia) che raffigura un principino del golfo mentre tira fuori la lingua in atteggiamento di sfida. Volevo - e voglio - essere l' "Arabo impertinente", quello che dice pane al pane e latte di cammella al latte di cammella (tiè!), in un'Italia in cui gli immigrati "buoni," quelli "integrati" e meritevoli di ammirazione sono quelli del "Tutto va bene Madama la Marchesa". Vi chiedo perdono, davvero, ma non ci sto a comportarmi da ospite in un paese in cui sono venuto volontariamente, senza essere - appunto - invitato da nessuno. Non ce la facio a cantare le lodi di chi non mi concede sacrosanti diritti in cambio dei sacrosanti doveri che pretende e che, soprattutto, ottiene. E, cosa ancora più grave, non riesco a sentirmi obbligato e riconoscente a qualsiasi deficiente (nel senso di colui che manca di qualcosa) che passa per strada solo perché ci distingue una cittadinanza. Soprattutto quando i deficienti sono quelli che ti offendono o che vorrebbero sfruttare la tua condizione di "extracomunitario".

A proposito di cittadinanza ed origini, vorrei spendere due parole in merito, visto che a gennaio scorso una commentatrice ha lanciato una provocazione che fa sentire i suoi effetti ancora oggi, tra lettori e commentatori. La lettrice in questione mi aveva scritto (qui, nei commenti): "Devo riconoscere che mi sembra un uomo amante del confronto democratico, anche se ho il sospetto che questo suo amore le derivi più dalla sua componente greca che da quella araba. Essendo la Grecia la culla della democrazia, ci mancherebbe solo che un uomo greco per metà non l'amasse. Senta, facciamo una cosa: poichè mi risulta che nessun italiano abbia qualcosa da ridire sui greci, lasci tranquillamente qui una sua metà, portandosi via l'altra. Che ne dice di questa salomonica soluzione? Anche se penso che, essendo lei proprio un bell'uomo, le donne italiane preferiscano tenerla qui intero". Al che risposi che "ho scoperto che il mio nome, cognome e passaporto mi indicano chiaramente come egiziano e musulmano. Alla gente che mi conosce superficialmente non importa se ho madre greca, se sono osservante o meno o qualsiasi altra considerazione che vada al di là delle apparenze e delle formalità. Quindi, anche se volessi (e non lo voglio perché non ho nulla di cui vergognarmi, anzi) tralasciare una parte e mantenerne un'altra, la parte che potrei tenere è proprio quella che non le piace, e che traspare invece dalle formalità. Ma, come ha giustamente sottolineato, il sottoscritto e non solo ;) trovano molto più interessante il mix in cui affondano le mie radici. Motivo per cui non ho nessuna intezione di sacrificare foss'anche un'unghia della mia identità complessiva".

A dimostrazione di "Quante volte ho avvertito il disagio nelle persone, o il disagio in me, l'incapacità e l'impossibilità di renderli pienamente partecipi di quello che sono" come scrisse Randa Ghazi in un suo libro, lo stesso giorno, un lettore di origine araba mi ha scritto: "Mi meraviglio di lei, Sherif, che non la avesse ripresa in modo "deciso" per il suo "gentile" invito ad abbandonare la parte malefica in lei, quella Araba e tenere l'unica parte buona....". Circa tre mesi dopo, cioè ieri, un altro lettore, questa volta italiano, mi ha scritto:"Su questo blog hai specificato che, di fronte ad una ipotetica rinuncia rinunceresti alla tua radice greca ed opteresti per quella araba". Come vedete nessuno dei due è contento e, purtroppo, non posso accontentare nessuno di essi. Non ho un braccio greco e un piede arabo, e anche se avessi gli arti "etichettati", non ho nessuna intenzione di mollare una parte di me in giro perché a questo piace e a quell'altro no. Eppure l'ho già scritto qui, quello che sono e quello che non sono: "Mi chiamo Sherif: non sono egiziano, non sono greco, non sono italiano, non sono francese. E nel contempo io sono tutto questo, sono il risultato dell'incontro - anche fortuito, anche superficiale, anche lontano nel tempo - di tutte queste nazionalità, queste scuole, e delle tre confessioni monoteiste. Sono un essere umano, che ha vissuto molte vite, che ha avuto molte esperienze e che ha fatto proprie molte identità. Io ho una, nessuna e centomila identità". Ciò non toglie però che l'identità che mi è stata formalmente data dal destino, a cui non posso rinunciare anche se ipoteticamente volessi, è quella di un "cittadino egiziano, nato musulmano". Identità che è una croce, di questi tempi. Ma che fa di me ciò che sono. E dal momento che sono orgoglioso di ciò che sono, sono orgoglioso anche di quella identità formale. La quale, però, non esaurisce quello che sono. Non so se mi sono spiegato: credo di valere, come essere umano, più di un passaporto e di un'etichetta. Ecco il perché della mia insofferenza per quelli che chiamo "italioti," quelli che credono di essere superiori, nel senso più lato del termine, solo perché sono stati frettolosamente e casualmente scodellati su questa penisola.(Leggi la Terza Puntata)