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lunedì 29 marzo 2010

Un Arabo impertinente in Italia (IV)

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Coerentemente con la mia concezione della politica intesa come il perseguimento del bene comune (di cui io stesso sono compartecipe attivo e passivo), mi "occupo" di politica pur non avendone in teoria "il diritto" in quanto non riconosciuto formalmente come cittadino di questo paese. Per lo stesso motivo non vado in giro - come centinaia di immigrati fanno ogni giorno in Italia - a spacciarmi come "rappresentante" di questa o quella comunità o fazione, avendo cura di deligittimare i miei potenziali "concorrenti" in previsione del giorno in cui potrò esserne beneficato politicamente. Non solo ritengo che questo sia controproducente per gli immigrati e per gli italiani (raggirati per meri interessi personali), ma sono anche profondamente convinto che nemmeno il più attivo dei mediatori culturali in Italia può affermare di essere "riconosciuto" dal mondo dell'immigrazione, foss'anche a livello strettamente locale. Lo stesso vale per gli stranieri muniti di cittadinanza che sono stati indicati unilateralmente dal ceto politico italiano come referenti politici del mondo dell'immigrazione: nessuno di loro è passato da una tornata elettorale che coinvolgesse davvero gli immigrati, tuttora privi di diritto di voto. E guarda caso sembrano fatti con lo stampino: inodori, incolori, insapori, in poche parole inutili. Tutti loro agiscono in un senso contrario agli interessi degli immigrati e solo apparentemente in linea con gli interessi dell'Italia. Ribadisco quindi che tutto quello che dico e scrivo, in qualsiasi sede, lo faccio a livello strettamente personale. Non avanzo pretese di rappresentatività ma sono al contempo portatore di un "interesse diffuso" e di idee largamente condivise dalla maggioranza degli immigrati e da chi ne sostiene le battaglie. Questo significa che non ho un'agenda politica? Certo che ce l'ho. D'altronde solo uno cieco non può scorgere le linee generali del "Piano per la Rinascita Multietnica dell'Italia" che ho a cuore, un piano che deve portare l'Italia un giorno ad avere un Presidente di origine straniera, magari anche nero. Non a caso me la sono presa con l'immigrato ghanese che sogna questo futuro per il figlio senza però essere minimamente consapevole dell'ambiente in cui si trova. Uno che non sa che Bossi ha dichiarato, dopo l'elezione di Obama: "Non ci sarà mai un presidente nero in Italia. Finché c'è la Lega, il voto sarà concesso solo agli italiani, che non sceglieranno un nero".

Un mese fa, circa, proprio un reponsabile locale della Lega Nord mi ha risposto "Un posto nel listino del PD non glielo toglie nessuno" quando, in diretta televisiva su un canale locale, ho avuto l'ardire di ricordagli che i meridionali, a Torino, sono stati accolti con cartelli che recitavano "Non si affitta ai meridionali". Altrettanto imperdonabile era ricordargli che se l'immigrazione è ancora percepita come un problema se ne deve chiedere conto a chi ha governato negli ultimi anni, visto che la Sinistra è riuscita a stare al governo per due anni scarsi. Cosa c'entrasse il posto nel listino PD (a cui non posso certamente ambire essendo privo di diritti politici attivi e passivi) con due verità fattuali, non l'ho ancora capito. Ho capito però che quelle due semplici battute erano totalmente inaspettate da uno straniero in un confronto sull'immigrazione, tanto da valere nientepopodimeno che una candidatura nel PD. E la cosa non mi sorprende, visto che gli immigrati in televisione normalmente finiscono per essere demonizzati o ridicolizzati e mai osano dire pane al pane. Certo, un eventuale impegno diretto in politica è in linea con il fine perseguito, ma sono anche perfettamente conscio che sarà molto difficile che ciò accada, vista l'impopolarità del tema e soprattutto del modo in cui io lo affronto. Questo il motivo per cui consigliavo ai musulmani interessati a fare politica (ma il discorso può essere tranquillamente esteso a tutti gli immigrati) di smetterla di "candidarsi e finire per essere ridicolizzati, deligittimati o bruciati per racimolare, se va bene, un pugno di voti. I tempi non sono maturi (...) per fare politica si deve aspettare una nomina dall'alto oppure farsi furbi e lavorare nel retropalco".

Non ho nessun problema a dichiarare che, personalmente, faccio tutto il mio possibile per influenzare il corso degli eventi, l'opinione pubblica, la classe politica e gli stessi immigrati nella direzione di un'Italia multietnica dove ai doveri corrispondano dei diritti. Ogni parola scritta su questo blog, ogni articolo, ogni partecipazione televisiva, ogni incontro pubblico, ogni meeting privato va in quella direzione. Nel caso non sia chiaro, lo ribadisco: qui tutto è attentamente calcolato. Se scrivo o parlo c'è un motivo e se non lo faccio c'è un motivo altrettanto, se non addirittura più, valido. I processi di cambiamento istituzionale, politico, sociale e culturale non si attuano e tantomeno si estinguono nel giro di qualche mese o qualche anno, ma procedono per tappe lunghissime. E il "lobbismo" in questi contesti consiste in piccole azioni sul campo in previsione di un risultato da conseguire nel lungo periodo. Il mio contributo, quindi, in questo complesso processo è infinitesimale e difficilmente percepibile nell'immediato. Per questo vado particolarmente fiero del fatto che, nonostante ciò, ho avuto modo di affrontare il multicuturalismo e l'integrazione nell'ambito dell'International Visitors Leadership Program, programma governativo statunitense che, a detta delle autorità diplomatiche che mi hanno sponsorizzato, "si basa sull’idea di dare la possibilità a giovani che noi pensiamo possano diventare dei leaders nei propri paesi, di soggiornare negli Stati Uniti". Vado fiero di questa esperienza perché ritengo sia l'unico riconoscimento "ufficiale" del mio impegno civile in Italia, al di là ovviamente della stima, l'amicizia e la fiducia che mi hanno concesso tantissimi cittadini italiani, dagli esponenti politici ed accademici ai lettori di questo blog che ho avuto la fortuna di conoscere. Trovo però assai significativo che l'unico riconoscimento "pubblico", per cosi dire, del mio impegno (e non della mia persona) provenga dall'estero e non dal paese in cui vivo, quasi a voler confermare che da queste parti si predilige lo status quo mentre oltreoceano si guarda - giustamente - al futuro. Sia chiaro: il futuro di questo paese. Personalmente non ho ambizioni da "leader". Non sogno di diventare il "primo Presidente o Ministro" di origine straniera in Italia, come tanti immigrati che sgomitano per o semplicemente fantasticano un futuro simile. Mi basta però essere quello che lavora perché ci siano le condizioni affinché ciò accada con la persona giusta al posto giusto. (Leggi la quinta puntata)