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giovedì 8 aprile 2010

Intorno a noi solo odio

Tarik Ouarif ha 39 anni ed è maghrebino, nato a Casablanca, la più grande e popolosa città del Marocco. Dieci anni fa è venuto in Italia, a Bologna, dove si è sempre impegnato per vivere onestamente, lavorando sodo e inviando i risparmi alla famiglia rimasta in patria. "Me ne sono andato via dal Marocco," ha spiegato allo scrittore-attivista Roberto Malini, "perché non avevo alcuna opportunità di lavoro. (...) Così un giorno ho deciso di tentare la via dell'Europa e ho scelto l'Italia, quando non si respirava ancora un'atmosfera così ostile agli stranieri". A causa delle leggi anti-immigrazione che in Italia diventavano sempre più rigide e meno attente ai diritti di chi fugge da paesi in crisi umanitaria, Tarik non è sempre riuscito ad avere una residenza e un lavoro regolare. Senza residenza, senza un lavoro "a libri" e senza permesso di soggiorno (le tre condizioni sono purtroppo interdipendenti), Tarik ha vissuto la difficile condizione del "clandestino", divenuta insopportabile dopo l'approvazione del "pacchetto sicurezza": il razzismo, la necessità di vivere nascosto per evitare le retate della polizia, la terribile ipotesi di finire rinchiuso in un Centro di identificazione ed espulsione, la deportazione. Nonostante questo, si è sempre dato da fare per aiutare i fratelli in difficoltà e per provvedere alla famiglia nel suo paese di origine. Un giorno, in preda alla disperazione, Tarik si è messo in contatto con il Gruppo EveryOne. "Aiutatemi. Vivo in una condizione terribile," ha detto a Roberto Malini. "So cosa accade a chi finisce nei Cie italiani, perché i miei connazionali che hanno vissuto quella spaventosa esperienza me l'hanno descritta tante volte. Il terrore, le botte, gli insulti, l'obbligo ad assumere psicofarmaci che ti trasformano in uno zombie, il cibo immangiabile, l'acqua marrone, le malattie, le umiliazioni. Non posso restare in Italia perché intorno a noi c'è ormai solo odio, ma non posso neanche tornare in Marocco, perché l'italia non ha previsto i rimpatri volontari e se desideriamo tornare a casa, dobbiamo passare per l'inferno dei Cie, anche per sei mesi di detenzione. Chiedete a chi ci è rimasto così a lungo, se non ha pensato al suicidio o se non ha tentato di togliersi la vita. Da voi non se ne parla, ma se le associazioni per i Diritti Umani decidessero di intervistare chi è stato nei Cie italiani, sentirebbe cosa incredibili, allucinanti e forse finalmente si farebbe qualcosa per mettere fine a tutto quell'orrore, che colpisce gente che non ha nessuna colpa, se non quella di essere povera". Tarik, che oggi è al sicuro, era uno dei tanti stranieri che vorrebbero abbandonare l'Italia, afferma Roberto Malini, "ma che non possono farlo perché il nostro paese non ha approntato alcun programma di rimpatrio volontario né di rimpatrio umanitario". (Leggi il resto)