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giovedì 1 aprile 2010

Un Arabo impertinente in Padania (VI)

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Leonardo Da Vinci raccontava che "le ostriche si aprono completamente quando c'è la luna piena. Quando il granchio ne vede una, lancia una pietra o un'alga dentro la fessura e l'ostrica non si può richiudere, diventando cosi un buon pasto per il granchio stesso. Questa è la sorte di chi blatera e si pone in questo modo alla mercé dell'ascoltatore". Ecco perché, a differenza di chi sgomita per accreditarsi o imporsi come "leader" politico, ideologico o spirituale che sia, preferisco osservare silenziosamente dall'esterno quindi dire lo stretto necessario quando è il momento di farlo. Per lo stesso motivo non ho profili sui social network e ho tracciato delle linee di demarcazione molto chiare riguardo ai temi trattati su questo blog, secondo la massima: "Celate i vostri scopi e progressi, non svelate i vostri progetti fin quando non possono essere incontrastati. Vincete la vostra guerra prima di averla dichiarata".

Coerentemente con questa mia inclinazione, non smanio neanche per scrivere tutti i giorni sui quotidiani o apparire in televisione come sostengono alcuni miei detrattori che hanno erroneamente interpretato i miei interventi pubblici come "ricerca di visibilità giornalistica". L'idea di dover sfornare per forza un articolo o di dare fiato alla bocca quando magari non c'è niente su cui vale la pena esprimersi mi abborre perché non può che portare alla perdita di ogni credibilità. Ho sempre considerato i media come un "quarto potere" da maneggiare con cura soprattutto in un paese che ne abusa abbastanza. E, in effetti, i miei interventi sui quotidiani nazionali (Il Manifesto prima, quindi Repubblica) sono coincisi esclusivamente con tre questioni che mi hanno convinto della necessità di espormi al di fuori di questo blog: la prima consulta islamica, la puntata di Anno Zero sull'Islam a Torino e l'annunciata interrogazione parlamentare sull'origine dei finanziamenti destinati alla costruzione della moschea del capoluogo sabaudo.

A convincermi a scendere in campo nel primo caso era il pericolo insito nell'accreditamento di alcuni personaggi indicati da Magdi Allam quali "rappresentanti" dell'Islam Italiano. Ho condotto, all'epoca, una vera e propria campagna culminata con la mia intervista all'Imam Feras Jabareen, candidato di punta per la prima consulta (che proprio per colpa di quell'intervista finì in disgrazia) che ha contribuito a far crollare il castello di carte innalzato dal novello profeta del Corriere: dopottutto l'Islam moderato non era cosi unito intorno al suo inventore. Cosi come negli scacchi è necessario isolare il Re, queste interviste hanno accelerato le successive, plateali, prese di distanza dal soggetto che - ritrovatosi solo - ha dovuto prendere atto dell'inesistenza del "suo" islam moderato e quindi cambiare registro (e religione). La mia è stata la prima ed unica voce - assai fastidiosa - contro quello che si prospettava come un vero e proprio piano per mettere le mani sulla questione dell'immigrazione in Italia da parte di una piccola lobby aguerrita, alcuni esponenti della quale sono ancora in circolazione, nel tentativo di farsi intestare il monopolio sugli immigrati. Mi consolo pensando che lo strumento "Consulta" risulta comunque oggi enormemente ridimensionato e senza pretese di rappresentatività. Se ciò è successo è anche, in piccolissima parte, merito del sottoscritto.

Negli altri due casi invece sono intervenuto perché avevo (ed ho) a cuore i processi di integrazione portati avanti a Torino, città in cui vivo e che considero un laboratorio vitale per il futuro dell'Italia multietnica. I miei editoriali sulla puntata di Anno Zero sono stati decisivi nel ridimensionare la portata di una trasmissione decisamente discutibile mentre quelli che dimostravano il regolare versamento dei finanziamenti da parte del Ministero degli Affari religiosi del Marocco a favore dell'erigenda moschea hanno vanificato l'atteso, devastante, effetto mediatico dell'annunciata interrogazione parlamentare finalizzata a gettare ombre sulla regolarità delle procedure. Sia chiaro che non rivendico l'esclusività di nessuna di queste azioni, visto che i miei interventi si sono sempre sviluppati in un contesto di scambio e collaborazione con tantissime altre persone. Mi preme però rivendicare la portata pratica e concreta delle mie "chiacchiere", visto che sono percepite da alcuni solo come tali. Quando parlo di piccole azioni destinate a conseguire risultati nel lungo periodo non parlo di "aria fritta" ma di un modus operandi già ampiamente collaudato. Come l'acqua che erode la roccia, anche piccole azioni possono far traballare lo status quo. La domanda è: può un immigrato spingersi in controtendenza alla vulgata popolare autoctona e a coloro che tale vulgata sfruttano sapientemente per il proprio tornaconto? E se la risposta è si, fino a che punto? (Continua)