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lunedì 27 settembre 2010

Siamo proprio sicuri?

Ho cambiato l'aforisma che compariva sull'intestazione del blog. Prima era "Il mondo va avanti solo grazie a coloro che si oppongono", attribuito a Goethe. Ora invece campeggia la frase di Orwell, più in armonia con l'immagine dell'arabo impertinente che fa le linguacce: "La libertà di stampa è dire alla gente ciò che non vorrebbe sentirsi dire". E in linea col nuovo aforisma, vorrei affrontare un tema che mi sta particolarmente a cuore. Ogni tanto, infatti, alcuni miei commentatori (i soliti noti, ovviamente) non resistono alla tentazione di ricordarmi - con un tono tra il saccente e l'ironico - che provengo dall'Egitto, paese dove succede questo e quell'altro, come se fosse una sorta di colpa di cui vergognarsi. C'è persino chi mi chiede provocatoriamente cosa avrei fatto se fossi rimasto o se tornassi in Egitto, come se quest'ultimo fosse una specie di baratro che non offre "vie di salvezza" o prospettive adatte alla mia formazione. Come rispondere a costoro? Conosco il mio paese ovviamente e sono consapevole che vi sono molti problemi strutturali, congeniti ed ereditari che probabilmente non si riusciranno mai a risolvere. A questo punto quindi, uno non può che dare uno sguardo in giro, ai paesi limitrofi, e tutto sommato provare sollievo: poteva andare molto peggio, vista la situazione socio-politico-econonomica globale. Sicuramente il paese ha fatto molti passi in avanti, anche se non pretendo che chi non è in costante contatto con quella realtà li percepisca. Il mio paese viene accusato, nell'ordine, di essere: un paese dove i figli dei politici sono piazzati nei partiti in modo da ereditare le poltrone che i padri tengono saldamente. Dove i politici non rispondono delle proprie azioni o dichiarazioni, perché cooptati dalle segreterie dei partiti. Dove per eliminare i dissenzienti vengono tirati fuori gli scheletri gelosamente custoditi nell'armadio. Dove i manifestanti possono essere, oltre che manganellati, anche torturati. Dove alcuni arrestati possono morire in prigione per le botte ricevute. Dove i telegiornali trasmettono le veline con un contorno di notizie inutili. Dove la costruione dei luoghi di culto della minoranza, invisa dalla maggioranza della popolazione. viene ostacolata con mille cavilli urbanistici. Dove la meritocrazia non esiste, sostituita da parentopoli e corruzione. Dove alcuni quartieri sono sommersi dai rifiuti, tanto che un lettore mi aveva scritto - tempo fa - che provenivo dal Cairo, "notoriamente una fogna a cielo aperto". Ma siamo proprio sicuri che questo sia il ritratto dell’Egitto?