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lunedì 18 ottobre 2010

La grazia per Doina Matei, ventenne pure lei.

Ve la ricordate, vero, Doina Matei? Era romena e aveva litigato con una ragazza italiana sul metrò. Aveva con sé un ombrello e durante la lite l'ha puntato al viso della vittima. E' finito in un occhio e la ragazza è morta. Ora, come scrive un mio lettore: "l'ombrello a punta non è considerato un'arma, altrimenti sarebbe vietato portarlo a spasso e le statistiche mediche - di cui probabilmente i giudici del fatto hanno allegramente ignorato l'esistenza - ci dicono che le probabilità che una persona muoia a seguito di penetrazione di un oggetto assimilato alla punta di un ombrello nell'occhio sono di molto inferiori a quelle a seguito di un violento pugno alla mascella con conseguente caduta a terra e sbattimento del capo sul cemento. Inoltre, di solito chi vuole mandare all'altro mondo un suo simile difficilmente sceglierebbe l'ombrello come arma, a meno che non fosse uno di quegli ombrelli dalla punta avvelenata in uso al famigerato KGB, come abbiamo visto in certi film. Le probabilità che la punta dell'ombrello si ficcasse nell'occhio e poi andasse a scovare lì quell'unica venuzza capace di provocare in pochissimo tempo un'emorragia mortale (questo ha provocato la morte, secondo l'autopsia) erano davvero infime, nonché presuponevano - per poter ragionevolmente appioppare alla Matei l'accusa di "omicidio volontario" - un'accuratissima conoscenza dell'anatomia dell'occhio umano che la Matei sicuramente non disponeva". Eppure la prima accusa rivolta alla Matei dai magistrati era proprio quella di omicidio volontario. Nonostante il rito abbreviato e la derubricazione del reato in omicidio preterintenzionale non le è stata riconosciuta nessuna attenuante in nessun grado di giudizio. Aveva vent'anni, nessun precedente penale e due figli piccoli. Ma diciamocelo, che tanto è inutile girarci intorno: era romena, era una prostituta, ed erano i mesi in cui in tutta Italia si gridava "Al Romeno! Al Romeno!". Non mi risulta che nessuno - dico nessuno - abbia speso una sola parola a suo favore. Nessuno ha dato credito alle sue scuse. Nessuno l'ha descritta come una giovane madre provata e spaventata. Nessuno ha pensato ai suoi bimbi, di cui sente la nostaglia, come ha scritto in una lettera al Presidente Napolitano. Nessuno ha tentato di risparmiarle il carcere. Passano gli anni e si verifica un incidente quasi speculare: Alessio Burtone, un ventenne con precedenti di violenza, manda un'infermiera romena incontro alla morte con un pugno dopo una lite scatenata da quel "Ma al tuo paese la fila non la fai?". Ebbene: è ancora a casa a chattare su facebook con gli amici. Gli stessi che hanno appeso uno striscione con la scritta "Alessio libero!" sotto casa. Ampio risalto è stato dato alla sua lettera di scuse (sic) da parte dei media. La madre è ospite di Mediaset per spiegare le ragioni del figlio: "si è sentito minacciato, mi ha raccontato che questa donna era troppo sicura di sé" (e quando mai si sono visti romeni sicuri di sé? Non poteva che essere armata, ndr). Ora, dopo i media, ci si mettono pure i politici. Per Francesco Giro, sottosegretario ai beni culturali e parlamentare del Pdl "Non credo che sia la soluzione migliore gettare in galera un giovane di 20 anni coinvolto in un episodio seppur gravissimo e dagli effetti devastanti". Ma anche Doina Matei aveva 20 anni. Ha sacrificato il suo corpo per dare un futuro ai suoi bimbi. Anche a lei potevano essere concessi i domiciliari o almeno le attenuanti. Mi aspetto un segnale di coerenza: o Alessio Burtone va in carcere subito, con accuse di omicidio volontario aggravato dai futili motivi e dal pregiudizio razziale, senza dimenticare la negazione delle attenuanti nel corso del processo, o si conceda la grazia a Doina Matei.