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mercoledì 6 ottobre 2010

L'affronto del Minareto

“In Italia ci sono oltre 900 luoghi di preghiera islamici, la libertà religiosa è ampiamente garantita (...) Stop quindi alla costruzione di nuove moschee fino a che non avremmo la certezza che quelle che già ci sono non operino nel rispetto assoluto dei valori e delle leggi italiane”. Il ritornello, ribadito a Mattino Cinque da Magdi "Cristiano" Allam è diventato ormai patrimonio comune e condiviso. In tanti, inclusi alcuni amministratori pubblici, lo ripetono senza capire di cosa parlano. Non so perché (forse perché lo ha detto per primo Allam) ho la sensazione di essere preso per i fondelli. Tutti sanno, infatti, che i musulmani non chiedono la costruzione di "nuove" moschee, ma semplicemente di spostarsi in spazi più dignitosi e capienti. Ed è evidente che non si temono le prediche (sicuramente monitorate dalle forze dell'ordine) quanto la visibilità dei musulmani nello spazio pubblico. Questo è il motivo per cui, anche quando vengono approvati i progetti delle moschee, si affrettano tutti - a cominciare dagli Imam - a "rassicurare" che non ci saranno cupole o minareti. Qualcuno si è pure spinto ad affermare che questi elementi architettonici sancirebbero la superiorità dei macellai, fruttivendoli, facchini islamici che pregano alla loro ombra. Altri che deturperebbero il paesaggio. E dire che, in un certo periodo storico, edificare costruzioni esotiche in Occidente andava di gran moda. Io sono convinto, ormai, che da queste parti non si vuole accogliere il "bello" dell'Islam, a cominciare dalla sua arte architettonica. In Francia la moschea di Parigi è un vanto, una meta turistica segnata sulle guide. In Italia no, non può essere. Le moschee vanno bene e la "libertà di culto garantita" purché si preghi negli scantinati bui e maleodoranti. Quelli che si oppongono ai minareti hanno probabilmente qualche complesso freudiano. Non si spiega altrimenti questa particolare avversione ad una torretta, presa a modello tra l'altro dai campanili. Oppure, in maniera più subdola, i minareti sono percepiti come segni evidenti di un radicamento, di una scalata sociale. E gli immigrati vanno bene purché siano poveri in canna e disposti ai lavori più umilianti. Che possano pregare in un luogo stabile, visibile e magari decorato invece di peregrinare per garage e per stadi (come quando si celebra il fine Ramadan) a seconda di come gira al Comune di turno, è vissuto - evidentemente - come un affronto.