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venerdì 1 ottobre 2010

Prima i diritti, poi i doveri

Vengono prima i diritti o i doveri? La domanda non è peregrina, visto che ogni volta che si menzionano gli uni saltano fuori gli altri. A sentire i politici e a leggere i quotidiani - soprattutto quando si parla di immigrati - la risposta è categorica: vengono prima i doveri, poi i diritti. Perché un cittadino che voglia definirsi tale deve prima prestare attenzione alla società che lo accoglie, e solo dopo ci sarebbe il naturale ritorno di un bene comune diffuso. Il ragionamento sarebbe ineccepibile se questa stessa società fosse in grado di dare l'esempio: rispettando cioè in prima persona i doveri che si è assegnata. Sarebbe ineccepibile se i diritti fossero poi davvero corrisposti e non oggetto di mercanteggiamento in quanto percepiti come intollerabili rivendicazioni da assoggettare a concessioni arbitrarie. In realtà, i diritti dovrebbero precedere i doveri, perché solo uno che ha la garanzia di essere tutelato può contribuire di buon grado allo sviluppo della società che lo accoglie. Altrimenti "cerca di fotterla", come ha recentemente affermato Moni Ovadia in un incontro dedicato alla parola "libertà" nell'ambito del festival Torino Spiritualità. E sono perfettamente d'accordo con lui: le rivoluzioni scoppiano, le costituzioni vengono scritte, le convenzioni internazionali ratificate per garantire in primo luogo dei diritti. Non dei doveri. Ovviamente è sacrosanto esigere il rispetto dei doveri. Ma gli immigrati arrivati in Italia regolarmente e che hanno un'occupazione li rispettano già. Quali sono i diritti che hanno avuto in cambio? Qualcuno me lo dica. Certo, usufruiscono del welfare (pensioni, sussidi di disoccupazione e assistenza sanitaria). Ma questo è un "diritto" tra vigolette perché essendo gli immigrati regolari contribuenti, essi sono a tutti gli effetti compartecipi del consolidamento e sviluppo di questo stesso welfare (il tasso di evasione degli immigrati è pari al 2%, dice l’Agenzia delle Entrate: sono considerati i contribuenti virtuosi). Al di fuori di questo, allora, dove sono i diritti? Aspettare il rinnovo di un permesso per una media di dodici mesi e vederselo consegnato già scaduto? E' normale che il 57% degli immigrati che richiedono la cittadinanza affermi di farlo "per non dover più rinnovare il permesso di soggiorno"? Si certo, nel frattempo ci sarebbe la ricevuta che attesta la presentazione della domanda e la regolare permanenza sul territorio. Ma questo lo sanno solo le forze dell'ordine. Vallo a spiegare all'unica vecchietta che ha accettato di affittare un appartamento ad un marocchino che la ricevuta vale come un permesso. E poi: dopo venti, trent'anni di residenza è concepibile che uno debba fare la fila per chiedere il permesso di stare in un paese dove sono nati e cresciuti i suoi figli, che non possa scegliere l'amministratore della propria città, che la sua cultura venga insultata quotidianamente sui media, che gli sia permesso di pregare solo in uno scantinato (parlando dei musulmani)? Siamo proprio sicuri che l'astinenza di diritti sia la strada giusta per l'integrazione auspicata? Non è casuale, dico io, se gli unici immigrati saliti agli onori della cronaca (e non parlo di quella nera) siano autentici vu cumprà specializzati nel dire all'opinione pubblica ciò che vorrebbe sentirsi dire in cambio di poltrone e prebende. Negando i diritti, a cominciare da quelli politici, si uccide l'ingegno e la meritocrazia anche nel bacino - sicuramente richissimo di potenzialità - degli immigrati e dei loro figli. Si impedisce che sangue nuovo scorra nelle vene di un sistema allo sbando. L'astinenza di diritti mantiene lo status quo ma alla lunga tira fuori il peggio delle persone. Il problema è che quando chi di dovere lo capirà sarà - probabilmente - troppo tardi.