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mercoledì 24 novembre 2010

Libertà è Verità

L'altro giorno, Maria Laura Rodotà scriveva sul Corriere - parlando di meritocrazia nella scelta dei referenti politici - "Se nulla cambierà, l'Italia resterà con la mondezza". Pochi giorni prima sostenevo più o meno la stessa cosa anche in materia di immigrazione: se si continueranno a considerare "modelli di integrazione" quelli che lisciano il pelo dell'italiota medio, gli italiani non risolveranno "il problema immigrazione": saranno invece destinati a rimanere per sempre con gli immigrati delinquenti, mentre quelli potenzialmente "utili" - e mi sono messo "di default" in questa categoria - potrebbero cambiare aria. Alcuni commentatori, leggendo questo, mi hanno scritto sfottò del tipo: "Ti ringraziamo commossi per il fatto che, col tuo contributo, intendevi migliorare se non salvare l'Italia" oppure "Tu hai deciso di scendere in Italia per portarci la Luce come il dio Ra" ecc ecc. Evidentemente mi hanno scambiato per Magdi "Cristiano" Allam, l'ex-egiziano, ex-musulmano, ex-esperto di cose turche, oggi europarlamentare che afferma di amare l'Italia al punto di volerla salvare dagli stessi italiani. E siccome ci tengo a non essere scambiato con Allam, ora ridotto a vendere reliquie affermando che sono l'unica risorsa rimasta all'Italia per far concorrenza alla Cina (sic), mi tocca rispondere.

Come diceva Jean de La Bruyère: "La modestia è una forma raffinata di vanità. E' una menzogna", quindi ammetto che la modestia - o meglio la falsa modestia - non è il mio forte: se mi dico convinto di poter dare un contributo positivo alla società in cui vivo lo dico confidando nelle mie capacità, nella mia formazione, nelle mie esperienze. Ma lo sanno anche i miei detrattori, incluso quello che scrisse, tempo fa, che il sottoscritto continua a stare in Italia "perché sei una mosca bianca, parli bene l'italiano e di immigrati acculturati in Italia ce sono pochi". Pensavo fossero "punti a favore" (non è poi questa "la selezione" dell'immigrazione di cui si parla tanto?) e invece mi sbagliavo: il commentatore lo affermava con fastidio e rabbia, vaneggiando candidature politiche e "stipendi pagati dagli italiani". Se la società non riesce a capire quale possa essere il mio contributo o addirittura lo teme, la colpa non è mia ma di una società che, come scrive Marco Revelli, si è unanimamente conciliata con la parte peggiore di sé, preferendo prendere a modello prostitute e "figli d'arte" piuttosto che accettare una partecipazione attiva basata appunto sulla cultura e il merito. Ovviamente tutto questo può essere interpretato come "la volpe che non arriva all'uva". Io preferisco che il concetto venga spiegato da un mio lettore italo-giordano: "all'immigrato non è concessa l'occasione di emergere (...) Una mente cinese, indiana, araba, sa che andando in Canada, USA, UK può diventare qualcuno, può ricevere tanto dando tanto, cosa che non si pensa di paesi come l'Italia (...) Te lo immagini uno che arriva dall'India e diventa ordinario all'università in Italia? Senza spinte nei concorsi e senza le conoscenze giuste? Direi che se lo può scordare. E così in tutti gli altri settori, in Italia ancora oggi il metodo migliore per trovare un lavoro, stando alle statistiche, sono le conoscenze personali, i parenti, gli amici, non il merito".

"Cambia aria, allora" mi scrivono, "dopotutto hai visitato gli Stati Uniti su invito del governo americano, no?". E' un'ipotesi, certo. Forse anche un segnale se non addirittura una prova concreta di quanto ha scritto il lettore citato sopra. Mi chiedo però cosa ci guadagnerebbero, nel mio caso particolare, le persone che me lo chiedono cosi appassionatamente. Poiché è evidente che l'unico motivo per cui costoro si sentono infastiditi è il fatto che leggono su questo sito cose che a loro non vanno a genio, pensano forse che questo risparmierà le critiche alle loro sensibili orecchie? Sbagliano. E di grosso. Non c'è migliore occasione di far venire meno i vincoli di autocensura che quotidianamente mi pongo su queste pagine e non c'è migliore opportunità di togliermi qualche sassolino dalle scarpe, magari citando - en passant - qualche nome e cognome, se non quella di trovarmi in una condizione che mi permetta di farlo. Il fatto che io rinunci, per motivi di opportunità tattica (non c'è niente di male, in ciò, anzi), a scrivere certe cose non significa che io non le pensi o che non abbia intenzione di dirle prima o poi. Sarebbe bene ricordarlo, ogni tanto.