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giovedì 23 dicembre 2010

L'Uomo Invisibile

di Paolo Di Stefano, Il Corriere
Pensavamo che l'Uomo invisibile fosse una paurosa creatura fantascientifica, come racconta il celebre film eponimo degli anni Trenta tratto da un romanzo ottocentesco di G.H. Wells. Invece no, c'è un Uomo invisibile in carne e ossa che fino all'altro ieri è vissuto come tante persone in carne e ossa, lavorando, probabilmente faticando, amando, sognando, soffrendo come tutti: faceva il trasportatore di vini nei pressi di Frosinone, forse aveva una moglie e dei figli, forse no. È vissuto da invisibile, e allo stesso modo è morto. Non visto. Ecco la dinamica ricostruita dagli investigatori. Martedì, nei pressi di Colleferro, l'Uomo invisibile era fermo sulla corsia d'emergenza dell'autostrada A1, per verificare il guasto era sceso dal suo furgone: probabilmente invisibile pure quello, poiché un Tir carico di frutta l'ha urtato con violenza, facendo volare l'Uomo invisibile sulla carreggiata, dove sopraggiungeva un camion-bisarca, uno di quei mostri a due piani che trasportano auto. L'Uomo invisibile - essendo invisibile - è stato travolto e trascinato per ben 90 chilometri, perdendo pezzi ad ogni metro di strada, e lasciando sull'asfalto una scia di frammenti organici misti a brandelli dei vestiti che indossava. L'Uomo invisibile, infatti, non era l'entità inconsistente o evanescente raccontata da Wells, non era la pura assenza prodotta dagli effetti speciali cinematografici, ma era un uomo in carne e ossa con l'unica differenza, rispetto al resto del genere umano, di non essere visto da nessuno come a volte capita alla gente comune o meno che comune. Così probabilmente ha vissuto. E così è morto e tale è rimasto dopo la morte. Fatto (fato) sta che il suo destino di invisibilità, come la striscia di materia che ha lasciato sulla strada, si è protratto persino in morte. Al punto che la notizia della sua fine atroce - che se fosse accaduta a un rappresentante del Mondo visibile avrebbe avuto lo spazio e l'eco che meritava - nei quotidiani è stata coerentemente ridotta al minimo, quattro-cinque righe, in colonnini non più che marginali. C'è un altro romanzo intitolato Invisible Man: fu scritto nel '53 da Ralph W. Ellison. Era un libro sul razzismo americano di quegli anni. Raccontava di un nero emarginato dalla società, privato della sua identità pubblica: non era invisibile in sé, semplicemente gli altri si rifiutavano di vederlo. Era un Uomo invisibile, ma in carne e ossa, esattamente come il trasportatore albanese travolto due volte sull'autostrada e dimenticato dai giornali.