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mercoledì 31 marzo 2010

Un Arabo impertinente in Padania (V)

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Parlare di un Presidente di origine straniera, magari anche nero, in un' Italia dove spadroneggia la Lega è ovviamente una provocazione. Qualcuno, giustamente, ribatte "io mi accontenterei di un bravo presidente, indipendentemente dalle sue origini". Giusto, sacrosanto, siamo d'accordo: infatti ho scritto "l'uomo giusto al posto giusto". Ma non mi risulta che nessuno abbia risposto allo stesso modo al leader della Lega che ha affermato che "Non ci sarà mai un presidente nero in Italia. Finché c'è la Lega, il voto sarà concesso solo agli italiani, che non sceglieranno un nero". Si badi bene: gli italiani non sceglieranno un nero per il solo fatto che è nero. La cui elezione sarebbe quindi possibile solo se lo votassero i suoi simili. Se è condivisibile il discorso di Bossi (e evidentemente, alla luce dei risultati elettorali, viene ritenuto tale), io non riesco a capire perché non lo possa essere il mio, il cui succo è che "a differenza degli italiani di cui parla Bossi, io non avrei nessun problema a scegliere un nero solo perché è nero". E' chiaro che non si elegge un Presidente per il solo colore della pelle o per le origini "esotiche." Ed è altrettanto chiaro che prima che ci sia un Presidente di origine non autoctona, ci dovranno essere ministri, senatori, deputati, sindaci etc di origine straniera che hanno dimostrato le loro capacità sul campo. Il punto è dare loro l'opportunità di dimostrarlo, e fare in modo che l'opinione pubblica contempli l'idea di eleggerli senza pregiudizi "razziali" perché, al giorno d'oggi, ciò non è né amministrativamente né tantomeno psicologicamente possibile, come ha detto lo stesso Bossi. Comincio ad avere il vago sospetto che non si concede il diritto di voto agli immigrati e in particolare ai loro figli (decisamente più preparati dei figli di altri) proprio per evitare che il "sangue nuovo" faccia emergere il tanfo di quello vecchio.

Deve essere altrettanto chiaro che escludo dalla su citata categoria chi, negli ultimi anni, si è fregiato del titolo di primo esponente politico di questa o quella origine straniera. Sia perché sono stati scelti dalle segreterie dei partiti e quindi non legittimati dal voto (né italiano né tantomeno straniero) sia perché nessuno di loro si è distinto per idee e propositività, anzi direi che tutti loro si sono distinti o per essere dei "Yes-man" fatti con lo stampino del "tutto va bene Madama la Marchesa" oppure per essere addirittura feroci nemici del multiculturalismo e dei diritti degli immigrati. Cosi come credo sia chiaro che dalla categoria "uomo giusto al posto giusto" escludo definitivamente il personaggio che risponde al nome di Magdi "Cristiano" Allam. Colgo l'occasione per spiegare quella che sembra un' "ossessione" personale, ma che in realtà risponde alla percezione profetica di un pericolo incombente. Innanzittutto sono convinto che se dobbiamo a qualcuno il clima di pregiudizi e paura che circonda la comunità islamica, lo dobbiamo molto più ad Allam che alla Lega. E persino una laica come Afef l'ha scritto: "Non c’è stato alcun esponente della destra, anche la più estrema, che abbia fatto un lavoro tanto negativo". Quando lo storico Angelo D'Orsi si chiese: "Come, un tale mediocrissimo scriba che intinge la penna nell’odio, i cui argomenti sono ingiurie criminalizzanti e banalità stupefacenti, all’insegna di un manicheismo penoso, ha potuto crearsi uno spazio simile di manovra?" risposi che ciò è stato possibile nel silenzio di chi avrebbe dovuto parlare prima, Angelo D'Orsi - che stimo e ammiro - incluso. Motivo per cui non sono stato e non ho intenzione di stare zitto. Il fatto che Allam si sia convertito al Cristianesimo in mondovisione, che i suoi commenti sull'Islam non siano più all'ordine del giorno o che abbia preso, nelle ultime elezioni regionali, le stesse preferenze che prenderebbe un rappresentante degli studenti nelle elezioni universitarie, non si traduce automaticamente in una sottovalutazione del personaggio. Perché a preoccuparmi non è tanto lui quanto il paese in cui vive (viviamo). Il nome di Allam, per esempio, è stato effettivamente preso in considerazione come candidato presidente del PDL, seppure per un istante e per una regione data per persa. Ma quando è sfumata questa possibilità, è riuscito - in appena due mesi - a creare un partitino in una regione che non lo conosceva né lo riconosceva, a racimolare l'8% dei voti e a permettere la rielezione di un esponente politico sotratto al PDL. Quanto basta affinché, la prossima volta, sia incoraggiato a ripetere il gioco altrove, magari in qualche altra regione politicamente più sensibile e pretendere in cambio una nomina ministeriale diretta. Io temo che con Magdi si ripeta la stessa sottovalutazione che ha accompagnato il percorso politico di Bossi e del suo movimento, descritto fino a non molto tempo fa come puro "folclore". Abbiamo visto come è finita. (Leggi la sesta puntata)

lunedì 29 marzo 2010

Un Arabo impertinente in Italia (IV)

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Coerentemente con la mia concezione della politica intesa come il perseguimento del bene comune (di cui io stesso sono compartecipe attivo e passivo), mi "occupo" di politica pur non avendone in teoria "il diritto" in quanto non riconosciuto formalmente come cittadino di questo paese. Per lo stesso motivo non vado in giro - come centinaia di immigrati fanno ogni giorno in Italia - a spacciarmi come "rappresentante" di questa o quella comunità o fazione, avendo cura di deligittimare i miei potenziali "concorrenti" in previsione del giorno in cui potrò esserne beneficato politicamente. Non solo ritengo che questo sia controproducente per gli immigrati e per gli italiani (raggirati per meri interessi personali), ma sono anche profondamente convinto che nemmeno il più attivo dei mediatori culturali in Italia può affermare di essere "riconosciuto" dal mondo dell'immigrazione, foss'anche a livello strettamente locale. Lo stesso vale per gli stranieri muniti di cittadinanza che sono stati indicati unilateralmente dal ceto politico italiano come referenti politici del mondo dell'immigrazione: nessuno di loro è passato da una tornata elettorale che coinvolgesse davvero gli immigrati, tuttora privi di diritto di voto. E guarda caso sembrano fatti con lo stampino: inodori, incolori, insapori, in poche parole inutili. Tutti loro agiscono in un senso contrario agli interessi degli immigrati e solo apparentemente in linea con gli interessi dell'Italia. Ribadisco quindi che tutto quello che dico e scrivo, in qualsiasi sede, lo faccio a livello strettamente personale. Non avanzo pretese di rappresentatività ma sono al contempo portatore di un "interesse diffuso" e di idee largamente condivise dalla maggioranza degli immigrati e da chi ne sostiene le battaglie. Questo significa che non ho un'agenda politica? Certo che ce l'ho. D'altronde solo uno cieco non può scorgere le linee generali del "Piano per la Rinascita Multietnica dell'Italia" che ho a cuore, un piano che deve portare l'Italia un giorno ad avere un Presidente di origine straniera, magari anche nero. Non a caso me la sono presa con l'immigrato ghanese che sogna questo futuro per il figlio senza però essere minimamente consapevole dell'ambiente in cui si trova. Uno che non sa che Bossi ha dichiarato, dopo l'elezione di Obama: "Non ci sarà mai un presidente nero in Italia. Finché c'è la Lega, il voto sarà concesso solo agli italiani, che non sceglieranno un nero".

Un mese fa, circa, proprio un reponsabile locale della Lega Nord mi ha risposto "Un posto nel listino del PD non glielo toglie nessuno" quando, in diretta televisiva su un canale locale, ho avuto l'ardire di ricordagli che i meridionali, a Torino, sono stati accolti con cartelli che recitavano "Non si affitta ai meridionali". Altrettanto imperdonabile era ricordargli che se l'immigrazione è ancora percepita come un problema se ne deve chiedere conto a chi ha governato negli ultimi anni, visto che la Sinistra è riuscita a stare al governo per due anni scarsi. Cosa c'entrasse il posto nel listino PD (a cui non posso certamente ambire essendo privo di diritti politici attivi e passivi) con due verità fattuali, non l'ho ancora capito. Ho capito però che quelle due semplici battute erano totalmente inaspettate da uno straniero in un confronto sull'immigrazione, tanto da valere nientepopodimeno che una candidatura nel PD. E la cosa non mi sorprende, visto che gli immigrati in televisione normalmente finiscono per essere demonizzati o ridicolizzati e mai osano dire pane al pane. Certo, un eventuale impegno diretto in politica è in linea con il fine perseguito, ma sono anche perfettamente conscio che sarà molto difficile che ciò accada, vista l'impopolarità del tema e soprattutto del modo in cui io lo affronto. Questo il motivo per cui consigliavo ai musulmani interessati a fare politica (ma il discorso può essere tranquillamente esteso a tutti gli immigrati) di smetterla di "candidarsi e finire per essere ridicolizzati, deligittimati o bruciati per racimolare, se va bene, un pugno di voti. I tempi non sono maturi (...) per fare politica si deve aspettare una nomina dall'alto oppure farsi furbi e lavorare nel retropalco".

Non ho nessun problema a dichiarare che, personalmente, faccio tutto il mio possibile per influenzare il corso degli eventi, l'opinione pubblica, la classe politica e gli stessi immigrati nella direzione di un'Italia multietnica dove ai doveri corrispondano dei diritti. Ogni parola scritta su questo blog, ogni articolo, ogni partecipazione televisiva, ogni incontro pubblico, ogni meeting privato va in quella direzione. Nel caso non sia chiaro, lo ribadisco: qui tutto è attentamente calcolato. Se scrivo o parlo c'è un motivo e se non lo faccio c'è un motivo altrettanto, se non addirittura più, valido. I processi di cambiamento istituzionale, politico, sociale e culturale non si attuano e tantomeno si estinguono nel giro di qualche mese o qualche anno, ma procedono per tappe lunghissime. E il "lobbismo" in questi contesti consiste in piccole azioni sul campo in previsione di un risultato da conseguire nel lungo periodo. Il mio contributo, quindi, in questo complesso processo è infinitesimale e difficilmente percepibile nell'immediato. Per questo vado particolarmente fiero del fatto che, nonostante ciò, ho avuto modo di affrontare il multicuturalismo e l'integrazione nell'ambito dell'International Visitors Leadership Program, programma governativo statunitense che, a detta delle autorità diplomatiche che mi hanno sponsorizzato, "si basa sull’idea di dare la possibilità a giovani che noi pensiamo possano diventare dei leaders nei propri paesi, di soggiornare negli Stati Uniti". Vado fiero di questa esperienza perché ritengo sia l'unico riconoscimento "ufficiale" del mio impegno civile in Italia, al di là ovviamente della stima, l'amicizia e la fiducia che mi hanno concesso tantissimi cittadini italiani, dagli esponenti politici ed accademici ai lettori di questo blog che ho avuto la fortuna di conoscere. Trovo però assai significativo che l'unico riconoscimento "pubblico", per cosi dire, del mio impegno (e non della mia persona) provenga dall'estero e non dal paese in cui vivo, quasi a voler confermare che da queste parti si predilige lo status quo mentre oltreoceano si guarda - giustamente - al futuro. Sia chiaro: il futuro di questo paese. Personalmente non ho ambizioni da "leader". Non sogno di diventare il "primo Presidente o Ministro" di origine straniera in Italia, come tanti immigrati che sgomitano per o semplicemente fantasticano un futuro simile. Mi basta però essere quello che lavora perché ci siano le condizioni affinché ciò accada con la persona giusta al posto giusto. (Leggi la quinta puntata)

domenica 28 marzo 2010

Premio Lista Pazza

di Marco Damilano, L'Espresso

Io amo la Lucania.
Il partito di Magdi Cristiano Allam in Basilicata, premio lista pazza 2010 (nel 2008 toccò alla lista anti-aborto di Giuliano Ferrara che prese lo 0,3). Imperdibile la poesia in dialetto lucano pubblicata sul suo sito: «C’è fjrtin ca’sim avit ho, ho! Lè arrvèt a Matar Magdi Cristién Allam, lo mannet u Patràtarn o la Madenn? L’aspjttam como’ppen» (traduzione: «Che fortuna che abbiamo avuto ho, ho! È arrivato a Matera Magdi Cristiano Allam, Lo ha mandato il Padre Eterno o la Madonna? Lo aspettavamo come il pane!»). Che fortuna, sì.

sabato 27 marzo 2010

Un Arabo impertinente in Italia (III)

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Un recente commento che afferma che "Sherif è ospite - ben poco gradito - in CASA NOSTRA, ma invece di dimostrarci la sua gratitudine sta dalla mattina alla sera a lamentarsi, ad alzare la voce e ad insultarci. Ci vorrebbe proprio una legge che consentisse di rispedire soggetti del genere A CASA LORO", seguito da un ottimista "Brucerà molto di più il giorno in cui ti si potrà finalmente rispedire a casa tua a calci in culo!" mi sollecita a riprendere la "serie" che ho cominciato più di dieci giorni fa e che ho sospeso in quanto impegnato in un soggiorno di formazione professionale in un altro paese europeo. Nell'ultima "puntata" di questa serie parlavo della mia insofferenza per i cosiddetti "italioti", di cui il signore sopra citato è un più che soddisfacente esemplare. Un'insofferenza ricambiata, ovviamente, dagli stessi, motivo per cui non mi turbano affatto simili commenti. Ma mentre io non riesco a reggere la loro insopportabile convinzione di essere "superiori" solo perché casualmente nati in Italia, ogni giorno mi convinco che a rendermi insopportabile ai loro occhi è proprio il mio essere "cosmopolita" sia di origine che di formazione e quindi - non giriamoci intorno - infinitamente più "preparato" ad affrontare determinate sfide.

Più passano i giorni e più mi rendo conto che a costoro l'immigrato può anche risultare simpatico a patto che si trovi comunque in una posizione di eterna subalternità e sottomissione. Risulta simpatico, per esempio, anzi - con "dignità da vendere" - l'immigrato ghanese che lavora duramente in una fabbrica, a cui "non interessano" le leggi sull'immigrazione e che si illude di poter vedere il figlio - che difficilmente diventerà cittadino italiano - "presidente dell'Italia". L'idea di un immigrato non costretto ai lavori manuali possibilmente forzati, mal retribuiti e considerati "degradanti" dagli italiani (e quindi, come nel mio caso, "produce solo prosopopea e chiacchiere"), che è informato sui meccanismi e le leggi del paese in cui vive quindi difficilmente può essere raggirato dalle migliaia di italioti che sullo sfruttamento dell'immigrazione campano, che critica e persino rivendica diritti è ovviamente del tutto inconcepibile. Per gli italioti, "integrato" è colui che lavora silente o mostrando la giusta dose di servilismo. Forse proprio per questo alcune persone perdono totalmente il controllo di sé quando leggono i miei scritti. Perché se l'immigrato ideale è quello del "Tutto va bene Madama la Marchesa", l'Arabo impertinente - cioè io - deve per forza avere "un'agenda politica" che potrebbe, seppur lontanamente, scalfire lo status quo.

Siccome siamo in periodo elettorale e so che molti immigrati sono stati inclusi nelle varie liste candidate, val la pena fare un discorsetto su come intendo io la politica. Sono per metà greco (eggià) e quindi mi piace partire dall'etimologia del termine: deriva dal greco πόλις, "città". Secondo Aristotele, "Politica" significava l'amministrazione della "polis" per il bene di tutti, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano. Pur non avendo la cittadinanza formale, ritengo - e a ragione - di essere un cittadino a tutti gli effetti. Vivo la città e l'intero paese con tutti i suoi pregi e difetti ormai da anni. E, in quanto cittadino straniero, sono anche soggetto a ulteriori doveri (tipo giustificare la mia presenza) e meno diritti (poiché non posso eleggere i miei amministratori quantomeno locali). Parlo quindi di politica in una condizione di assoluta scomodità. Già parlare di diritti di immigrati non è esattamente "popolare" in Italia, tant'è vero che persino i partiti della Sinistra lo fanno sottovoce. Figuriamoci farlo senza diritti politici. Eppure io trovo assolutamente normale parlare di politici, aspiranti politici, leggi e disegni di legge, dal momento che tutto questo influenza direttamente la mia vita quotidiana. Oppure in questo paese "civile e democratico" c'è chi vorrebbe togliermi anche il diritto alla parola?(Leggi la quarta puntata)

venerdì 26 marzo 2010

Della serie "aiutiamoli a casa loro"

Almeno tre anni di triangolazioni proibite, per rifornire segretamente gli arsenali dell'Iran. E un carico parallelo di fucili in partenza per l'Eritrea. Con un politico lombardo che si fa pagare mediazioni su un conto svizzero: Pier Gianni Prosperini, assessore regionale della giunta Formigoni fino al 16 dicembre, quando è stato arrestato per corruzione. A collegare le guerre internazionali alle tangenti italiane sono due indagini separate, che si sono incrociate proprio mentre la Guardia di Finanza ammanettava l'ex leader di Nordestra, la corrente da lui creata per contendere alla Lega i voti razzisti. Prosperini, quella sera, sta per registrare l'ennesimo show anti-immigrati, quando si vede arrestare per aver intascato 230 mila euro (L'Espresso)

giovedì 25 marzo 2010

Immigrati di destra. Cornuti e mazziati.

Un perfetto esempio di integrazione, come viene comunemente intesa in Italia, è finito ieri su Il Corriere: un immigrato del Ghana, operaio metalmeccanico che vive a Modena, ha chiamato il figlio, di cinque anni, Silvio Berlusconi. Anzi Silvio Berlusconi Boahene. Il sig. Boahene, in Italia da 8 anni, spiega: «Credo di dovere a Berlusconi il mio permesso di soggiorno. Volevo dare a mio figlio il nome di un grande capo politico. Mi piace, mi piace tutto di lui. Mi piace come persona, anche se non seguo molto la politica». E infatti, riguardo alle politiche del governo in materia di immigrazione, taglia corto: «Non mi interessano queste cose». Eppure questo stesso padre immagina per il figlio un futuro luminoso nel paese dei balocchi che evidentemente esiste solo nella sua testa: «Sarà presidente. Del Ghana o dell'Italia, non importa. Voglio che studi politica, che si prepari». Non so voi, ma io trovo davvero curioso che dopo 8 anni di duro lavoro in Italia, il sig. Boahene sia convinto di dovere il permesso di soggiorno ad una persona, e che questa persona sia nientepopodimeno che il Presidente del consiglio. Non so da quali considerazioni derivi questa convinzione ma anche se il permesso è dovuto al Presidente in persona o, più probabilmente, ad una sanatoria varata da un suo governo, il rinnovo del documento è certamente dipeso dal lavoro e dal redditto generato dall'immigrato stesso. Altrimenti, ciccia. E addio permesso. Evidentemente, però, il "culto del capo", assai radicato in Africa, non permette al signor Boahene di riconoscere questa elementare distinzione fra diritti concessi e diritti guadagnati con il proprio impegno. Ciò che più soprende però, è che il signor Boahene non sia interessato alla politica e tantomeno alle politiche del governo in materia di immigrazione. Eppure è proprio lui, e dopo di lui suo figlio, l'oggetto prediletto di queste leggi. Vittima di questa ignoranza (non saprei come chiamarla diversamente), il sig. Boahene continua a fantasticare un futuro meraviglioso per il figlio. Evidentemente non sa che il bambino, nato in Ghana 5 anni fa e in Italia da un solo mese, difficilmente diventerà cittadino italiano. A 18 anni, infatti, dovrà trovarsi un lavoro (o una moglie italiana) per giustificare la sua permanenza in Italia. Altrimenti, "Camel e barchetta e turnan a casa" come diceva il buon Prosperini, ora ai domiciliari. L'esempio del sig. Boahene, però, è la dimostrazione che l'equazione immigrato uguale centrosinistra è soltanto un luogo comune. Gran parte degli immigrati, se potessero, voterebbero la destra, come ribadito da una ricerca recente dell'Ismu. Dico "ribadito" perché l'Ismu conferma le impressioni riportate in un articolo de La Stampa del 2005 (che vi consiglio di rileggere). Una volta "stabilizzati", foss'anche con un permesso, questi immigrati si dimenticano le pene patite e credono che il peggio è passato. In realtà sono proprio questi immigrati "stabilizzati" a rischiare di più: perché dopo 8, 10, 20 anni di sacrifici possono benissimo ritrovarsi su un aereo diretto al paese di origine, contro la loro stessa volontà. A suo tempo definii, sollevando appassionate polemiche, l' immigrato intenzionato a votare a destra "un pazzo, o un ignorante o un ingrato". Chiedo venia. Non è niente di tutto questo. E' solo che gli piace essere "cornuto e mazziato". Tutto qui. Viene per esempio spontaneo chiedersi come faccia il signor Boahene a pensare - con le leggi in vigore e senza che lui faccia niente per rivendicare i suoi diritti e quelli di suo figlio - che il bambino possa diventare un giorno nientepopodimeno che presidente dell'Italia. E' già tanto se sarà sicuro che il figlio stia qui dopo il compimento dell'età legale. Lo vuole preparare? Allora è meglio che gli prepari le valigie già da ora. Dato il contesto, ci sono molte più probabilità che Bohanene Junior diventi presidente del Ghana. E, se tanto mi dà tanto, è meglio che lo stesso sig. Boahene prepari le sue, di valigie. Se in questo clima di crisi, Dio non voglia, la fabbrica dove lavora dovesse chiudere, difficilmente il suo permesso verrà rinnovato. A meno che il Presidente non intervenga nuovamente. Campagna elettorale (e calcoli elettorali) permettendo, of course.

lunedì 15 marzo 2010

Io onesto, loro razzisti

«Mi hanno scritto con la vernice sull'auto "sporco negro infame" la scorsa estate. Un anno fa mi hanno spaccato la porta d'ingresso del locale. A gennaio mi hanno minacciato dicendomi "ammazziamo tuo figlio e tuo fratello". Adesso mi hanno distrutto il bar. Sono sicuro che sono razzisti...». È terrorizzato Mohamed Masumia, bengalese di 51 anni, a Roma dal 1986 e cittadino italiano dal 2006. Suo fratello, Mia Maabub, 38 anni, è finito al pronto soccorso del San Camillo con la testa rotta da qualche randellata, insieme a due clienti del locale che prepara cibo asiatico in via Murlo, alla Magliana. Gli aggressori, una quindicina tra i 20 e i 30 anni, hanno risparmiato una donna bengalese incinta che aspettava di cenare. «Sono razzisti - ripete Masumia -, sennò perché tutta questa violenza? Io sono una persona onesta, lavoro. E, come me, lavorano qui a Roma tanti bengalesi, che fanno molti sacrifici per mandare i soldi alle famiglie in Asia». (Il Corriere)

sabato 13 marzo 2010

Un Arabo Impertinente in Italia (II)

Leggi la prima puntata

"Un polemista graffiante, provocatorio e spesso sopra le righe"
. Cosi, quindi, mi definiscono molti miei lettori. Anche se non credo affatto di essere "sopra le righe", ho scelto come header del blog un fumetto tratto dalle avventure del reporter belga Tintin (che hanno accompagnato la mia infanzia) che raffigura un principino del golfo mentre tira fuori la lingua in atteggiamento di sfida. Volevo - e voglio - essere l' "Arabo impertinente", quello che dice pane al pane e latte di cammella al latte di cammella (tiè!), in un'Italia in cui gli immigrati "buoni," quelli "integrati" e meritevoli di ammirazione sono quelli del "Tutto va bene Madama la Marchesa". Vi chiedo perdono, davvero, ma non ci sto a comportarmi da ospite in un paese in cui sono venuto volontariamente, senza essere - appunto - invitato da nessuno. Non ce la facio a cantare le lodi di chi non mi concede sacrosanti diritti in cambio dei sacrosanti doveri che pretende e che, soprattutto, ottiene. E, cosa ancora più grave, non riesco a sentirmi obbligato e riconoscente a qualsiasi deficiente (nel senso di colui che manca di qualcosa) che passa per strada solo perché ci distingue una cittadinanza. Soprattutto quando i deficienti sono quelli che ti offendono o che vorrebbero sfruttare la tua condizione di "extracomunitario".

A proposito di cittadinanza ed origini, vorrei spendere due parole in merito, visto che a gennaio scorso una commentatrice ha lanciato una provocazione che fa sentire i suoi effetti ancora oggi, tra lettori e commentatori. La lettrice in questione mi aveva scritto (qui, nei commenti): "Devo riconoscere che mi sembra un uomo amante del confronto democratico, anche se ho il sospetto che questo suo amore le derivi più dalla sua componente greca che da quella araba. Essendo la Grecia la culla della democrazia, ci mancherebbe solo che un uomo greco per metà non l'amasse. Senta, facciamo una cosa: poichè mi risulta che nessun italiano abbia qualcosa da ridire sui greci, lasci tranquillamente qui una sua metà, portandosi via l'altra. Che ne dice di questa salomonica soluzione? Anche se penso che, essendo lei proprio un bell'uomo, le donne italiane preferiscano tenerla qui intero". Al che risposi che "ho scoperto che il mio nome, cognome e passaporto mi indicano chiaramente come egiziano e musulmano. Alla gente che mi conosce superficialmente non importa se ho madre greca, se sono osservante o meno o qualsiasi altra considerazione che vada al di là delle apparenze e delle formalità. Quindi, anche se volessi (e non lo voglio perché non ho nulla di cui vergognarmi, anzi) tralasciare una parte e mantenerne un'altra, la parte che potrei tenere è proprio quella che non le piace, e che traspare invece dalle formalità. Ma, come ha giustamente sottolineato, il sottoscritto e non solo ;) trovano molto più interessante il mix in cui affondano le mie radici. Motivo per cui non ho nessuna intezione di sacrificare foss'anche un'unghia della mia identità complessiva".

A dimostrazione di "Quante volte ho avvertito il disagio nelle persone, o il disagio in me, l'incapacità e l'impossibilità di renderli pienamente partecipi di quello che sono" come scrisse Randa Ghazi in un suo libro, lo stesso giorno, un lettore di origine araba mi ha scritto: "Mi meraviglio di lei, Sherif, che non la avesse ripresa in modo "deciso" per il suo "gentile" invito ad abbandonare la parte malefica in lei, quella Araba e tenere l'unica parte buona....". Circa tre mesi dopo, cioè ieri, un altro lettore, questa volta italiano, mi ha scritto:"Su questo blog hai specificato che, di fronte ad una ipotetica rinuncia rinunceresti alla tua radice greca ed opteresti per quella araba". Come vedete nessuno dei due è contento e, purtroppo, non posso accontentare nessuno di essi. Non ho un braccio greco e un piede arabo, e anche se avessi gli arti "etichettati", non ho nessuna intenzione di mollare una parte di me in giro perché a questo piace e a quell'altro no. Eppure l'ho già scritto qui, quello che sono e quello che non sono: "Mi chiamo Sherif: non sono egiziano, non sono greco, non sono italiano, non sono francese. E nel contempo io sono tutto questo, sono il risultato dell'incontro - anche fortuito, anche superficiale, anche lontano nel tempo - di tutte queste nazionalità, queste scuole, e delle tre confessioni monoteiste. Sono un essere umano, che ha vissuto molte vite, che ha avuto molte esperienze e che ha fatto proprie molte identità. Io ho una, nessuna e centomila identità". Ciò non toglie però che l'identità che mi è stata formalmente data dal destino, a cui non posso rinunciare anche se ipoteticamente volessi, è quella di un "cittadino egiziano, nato musulmano". Identità che è una croce, di questi tempi. Ma che fa di me ciò che sono. E dal momento che sono orgoglioso di ciò che sono, sono orgoglioso anche di quella identità formale. La quale, però, non esaurisce quello che sono. Non so se mi sono spiegato: credo di valere, come essere umano, più di un passaporto e di un'etichetta. Ecco il perché della mia insofferenza per quelli che chiamo "italioti," quelli che credono di essere superiori, nel senso più lato del termine, solo perché sono stati frettolosamente e casualmente scodellati su questa penisola.(Leggi la Terza Puntata)

venerdì 12 marzo 2010

Un Arabo impertinente in Italia (I)

Vi devo confessare che non sono ancora riuscito a capire il motivo per cui, chi mi legge, o apprezza e condivide pienamente ciò che scrivo oppure mi odia visceralmente in prima persona. Ciò che ho pubblicato ieri dimostra però che, per qualche arcano motivo, do' sui nervi a parecchi lettori che quasi quotidianamente mi sommergono di insulti. Qualcuno mi chiede come faccia a sopportare queste aggressioni e persino a pubblicarle in prima pagina, come se niente fosse. Semplice: mi diverto tantissimo a sapere che c'è chi, semplicemente leggendo un articolo pubblicato qui, perde completamente il controllo di ciò che pensa e scrive dando libero sfogo alle proprie flatulenze. Per quanto mi riguarda, infatti, le "considerazioni", se cosi si possono chiamare, elaborate da questi personaggi sono come dei gas intestinali liberamente rilasciati in aria - magari durante una cena - accompagnati da suoni esilaranti e vibrazioni comiche che costituiscono motivo d'imbarazzo innanzittutto per coloro che le emettono oltre che per l'opinione pubblica che essi dicono di rappresentare. «Del cul» hanno «fatto trombetta», come scrisse Dante.

Non mi sono mai considerato un "polemista", parola che trova la sua origine nel greco antico polemikos, aggettivo derivato da polemos che vuole dire "combattimento, guerra". Almeno fino all'istante in cui un mio commentatore mi scrisse la seguente email: "Voglio farti i miei complimenti per il tuo lavoro. Sei rimasto sulla breccia con pazienza e dedizione, hai resistito quando altri hanno ceduto e sei un punto di riferimento nell'ambito di coloro che si occupano di tematiche sociali, di integrazione, di studio dei fenomeni xenofobi. La qualità delle informazioni che offri è sempre alta e i tuoi interventi da polemista sono sempre stimolanti. Ammiro inoltre la tua costanza nel reggere lo stuolo di troll e provocatori che sembrano diventati oramai parte della famiglia che è il tuo blog. Consolati, ti evitano l'imbarazzo di essere beccato a auto-incensarti, anche il loro punto di vista in polemica permanente con te è utile come riferimento. Conto di leggerti ancora per molto tempo e che tu rimanga ancora per un po' di tempo a onorarci della tua presenza; c'è bisogno di persone come te, contro la fuga di cervelli italiani verso l'estero è piacevole pensare che qualcuno venga in Italia nonostante tutto".

Per fortuna, quindi, non vengo solo insultato. Fa piacere sapere che c'è chi stima il tuo impegno e scoprire di essere davvero diventato, con un semplice blog, punto di riferimento su tematiche sensibili e delicate, quali quelle dell'immigrazione e integrazione. Proprio oggi un docente dell'Università di Torino mi ha detto che consiglia sempre ai suoi studenti di comunicazione e relazioni internazionali di leggere il blog. Lo ringrazio di cuore per la stima e l'amicizia e la rivelazione che conferma la recensione che il portale Media e Multiculturalità, sviluppato dal Cospe (uno dei principali centri di ricerca su questi temi in Italia) ha fatto di questo sito: "Il blog tratta di varie vicende legate all’attualità internazionale, con una particolare attenzione all’ Islam in generale, all’ Islam italiano nello specifico e alle questioni mediorientali. Numerose sono le sezioni tematiche che compongono il sito, fra queste Medio Oriente, che tratta di tematiche inerenti ai paesi mediorientali, Democrazia Export, sull'attività militare occidentale in medioriente, Islam Italiano, sulle comunità islamiche in Italia e Religioni, in cui si discute di fedi e spiritualità. Il commento alle vicende legate all’area mediorientale, e la conseguente critica alla rappresentazione che ne viene fornita dai media occidentali ed in particolare italiani, è uno dei focus principali del sito. Con uno stile giornalistico graffiante e provocatorio, Sherif segnala notizie riprese da varie fonti italiane ed internazionali e ne rielabora spunti ed interrogativi per ottenere articoli originali e spesso sopra le righe". (Leggi la Seconda Puntata)

mercoledì 10 marzo 2010

Un moderato mi scrive

Con questo post inauguro una nuova sezione del blog: La Galleria degli Orrori. In essa sarà raccolto, gradualmente, il "best" dei commenti moderati dal sottoscritto. Come sapete, io non "censuro " mai niente: Io modero. In altre parole "trattengo" e lo faccio solo momentaneamente. In effetti, ogni tanto pubblico in prima pagina molti dei commenti che di norma altri non pubblicherebbero mai. Il motivo è molto semplice: se lascio passare queste schifezze sotto i miei post, devio la discussione che essi potrebbero originare e, soprattutto, privo i miei lettori - tutti - dalla possibilità di apprezzare le espressioni auliche della cività occidentale che ho l'onore di leggere in anteprima. Questa erigenda galleria degli specchi riflette benissimo i motivi per cui il sottoscritto parla spesso di "Italietta" e "Italioti", termini che normalmente fanno sobbalzare molti lettori di questo blog. Altrimenti il sottoscritto sembra uno squilibrato che provoca senza motivo. Oggi il "menù" consiste in una selezione di commenti lasciati da un solo individuo, un tale che si firma con il nick Mauro e che scrive da una postazione che porta l'IP 87.5.145.47. La stringa numerica di identificazione è qui riportata a futura memoria. Non si sa mai. Ho catalogato i commenti "tematicamente". Buona lettura.

Teologia e Spiritualità

"Siete una razza insulsa siete setta non una religione e il vostro profeta era un maiale bastardo fuori dall italia"

"Siete delle scimmie siete invasati senza di voi sarebbe un mondo migliore. Dei 500 cristiani in nigeria non ne parla nessuno pero".

"Continuate cosi. Ricordate che ancora un po e vi cacceremo a calci in culo in mezzo al mare".

Geopolitica for dummies

"Ritiro delle truppe mandare l'aviazione e sganciare una bella supposta nucleare. I giapponesi dopo sono diventati i piu buoni al mondo".

"Razza e setta satanica l'unica soluzione è lanciargli l'atomica. Vedi giappone da rompicoglioni sono diventati i piu buoni al mondo"

"Fuori dai confini europei voi e la vostra setta il popolo non vi vuole la vostra religione è frutto della ignoranza della vostra razza. Adolf ha sbagliato razza".

"Continuate a romperci i coglioni cosi stermineremo pure voi maomettiani maiali"

"La storia insegna vedi yugoslavia tornatevene in africa".

Luci Rosse (Solo adulti e consenzienti)*

"Islamico del cazzo. Torna in africa e lasciami quella troia di tua moglie e delle tue figlie".

"Islamico censuratore del caiser torna in africa e lasciami quella troiadi tua moglie e delle tue figlie"

"Perche le guerre sono tutte nei vostri cazzo di merde di paesi? perche tagliate il clitoide alle donne? Avete paura di non riuscire a farle godere? Ma i pompini li fanno pero ho trovato una egiziana mussulmana che si doveva sposare. Non mi dava la figa ma il culo. A cornutiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii".

*Non sono sposato e non ho figlie. Tiè!

sabato 6 marzo 2010

Il cingalese, i down e i disturbati

Il promotore del gruppo "Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down" è stato identificato. Trattasi di un dicianovenne con problemi psichici, affetto da disturbi comportamentali e da tempo sottoposto a trattamento psichiatrico. Ha promosso l'iniziativa soltanto per fare 'trolling' ed ottenere il maggior numero di iscritti possibile. Basterebbe questo per smontare il "caso" che ha monopolizzato i media per giorni, dando la possibilità a politici e opinionisti di occupare, foss'anche per qualche secondo, il flusso mediatico che si scatena in simili occasioni. E' preoccupante, però, che anche questa volta i media non abbiano avuto remore nel sottolineare le origini del dicianovenne, che - ovviamente - non è italiano. Probabilmente perché gli italiani disturbati non aprono pagine simili. Eppure sono migliaia le pagine web che invocano i vagoni piombati per gli immigrati e l'olocausto per i musulmani. Probabilmente, quindi, tanto disturbati, quelli là, non lo sono. Anzi. sono talmente lucidi che c'è persino chi cerca di accappararsi i loro voti. E così, sui giornali, quello che ha aperto l'odiosa pagina facebook non è - banalmente e tristemente - un ragazzo disturbato. No, quello è un dettaglio marginale, da riportare nel sottotitolo o nel corpo dell'articolo. La vera notizia, per i media italiani, è che si tratta di "un cingalese". Cosi recitano quasi tutti i titoli, e a caratteri cubitali. Immediatamente dopo si ricorda che il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna era intervenuta parlando di "atto indegno di persone civili, inaccettabile e pericoloso". Con il risultato che il lettore identifica immediatamente il "cingalese" con gli "incivili" che commettono "atti pericolosi". E invece è molto più pericoloso, secondo me, il gioco dei media che - implicitamente - diffondono pregiudizi etnico-razziali persino attraverso una storia come questa. Sorge spontanea una domanda: i 1300 individui che si sono iscritti al gruppo del "cingalese" in poche ore erano tutti cingalesi oppure erano tutti disturbati? Se facessimo una statistica, sono sicuro che in mezzo a loro ci sarà una maggioranza di italianissimi cittadini. Probabilmente giovani bulli, esaltati di ispirazione neonazista e ragazzini alla ricerca di provocazioni che procurino un attimo di effimera notorietà virtuale. Ma sicuramente non disturbati nel senso clinico del termine, come lo era - appunto - il "cingalese".

mercoledì 3 marzo 2010

Primo Marzo. La piacevole sorpresa.

Quando venne lanciata l'idea di uno sciopero degli stranieri residenti in Italia in contemporanea con quello previsto in Francia ed altri paesi europei, aderii in prima persona e invitai a sostenere l'iniziativa pur scrivendo: "Mi auguro con tutto il cuore che funzioni: non vorrei che si riveli un flop controproducente. Difficile coinvolgere gli irregolari, i domestici, figuriamoci avere il sostegno di media, sindacati e partiti". Avevo ragione: non c'è stato uno sciopero nel senso tecnico del termine (decisamente non nelle dimensioni auspicabili per oltre 4 milioni di immigrati), anche perché non c'è stato il sostegno dei sindacati (almeno non nel senso tradizionale del termine) mentre quello dei partiti è stato del tutto marginale e comunque tardivo. Ma, nonostante tutto ciò, il Primo Marzo non è stato affatto un flop controproducente: migliaia di persone si sono comunque mobilitate in tutta Italia dando vita ad una giornata di sensibilizzazione e di orgoglio antirazzista di grande impatto mediatico. Oggi ci ritroviamo quindi con un grande capitale: una rete capillare di comitati locali, con ottima visibilità mediatica, che si fa interprete di un problema reale: dove sono i tanto decantati diritti degli stranieri in questo paese? Ditemelo. I permessi di soggiorno di validità annuale impiegano un anno per essere rilasciati, le regolari richieste di cittadinanza prendono la muffa per decenni nei corridoi delle prefetture, i giovani nati in questo paese sopravvivono rinnovando ricevute, tasse e contributi versati (il 10% del Pil e oltre 5 miliardi di euro versati all'INPS) non danno nemmeno diritto al voto amministativo, in totale spregio al detto liberale "No taxation without representation", slogan settecentesco coniato in quel paese bolscevico che sono gli Stati Uniti. Il Primo Marzo ha ribadito tutto questo, forse per l'ennesima volta e attraverso le solite manifestazioni, cortei, presidi e incontri ma comunque in modo originale, partendo dal basso e senza il sostegno tecnico-organizzativo delle grandi strutture politico-sindacali di questo paese e nemmeno dei suoi occasionali capi-popolo di derivazione cine-circense. Questo è un dato di fatto che non si può negare. Il Primo Marzo è, in un certo senso, il bollino che garantisce l'esistenza di un' "opinione pubblica" spontaneamente sensibile al tema e che non ha bisogno dell'appello di un partito, o di un sindacato per scendere in piazza. Ma è anche un segnale preoccupante per la sinistra e il sindacalismo in questo paese: sembrano non essere più in grado di fornire risposte convincenti ai propri iscritti ed elettori. Tant'è vero che, dopo i registi, gli attori e i comici, basta che alcune donne, che non sono né politiche né sindacaliste, lancino una pagina facebook per mettere in moto una macchina che ha occupato le pagine dei giornali e i canali televisivi per ore e ore. Mi complimento sinceramente con loro per il loro impegno e la loro caparbietà, cosi come mi complimento con la miriade di persone e realtà che hanno permesso tutto questo, inclusi i sindacati di base e molti politici locali che hanno aderito prima che i loro stessi partiti aderissero. A Torino, che si conferma città-laboratorio di integrazione, con un assessorato specificatamente dedicato, c'è stata anche l'adesione del consiglio comunale. Spero che il popolo del primo marzo sia in grado di influenzare il corso degli eventi in futuro, di fare pressione per far approvare quantomeno la proposta bipartisan sulla cittadinanza e il diritto al voto per gli immigrati. Eppure non penso che sia normale che un movimento nazionale nasca da una pagina facebook, anche se siamo nel 2010, anche se mi sono personalmente prestato a pubblicizzarlo qui, sui quotidiani e sui canali televisivi locali. Ma è accaduto e - se è accaduto - c'è da riflettere. Ecco: la Sinistra e i sindacati riflettano. Seriamente. Prima che sia troppo tardi.