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martedì 28 settembre 2010

Non la voleva nessuno

L’oriunda Suad Sbai, svincolata senza contratto, è tornata tra gli Azzurri: «Nessuno mi ha chiesto di restare, di lasciare o di tornare», in sostanza non la voleva nessuno.

Filippo Facci, Libero

Quando Granata ha detto questa frase (Catone è sempre meglio della Sbai, ndr) io ero ancora in conferenza stampa. Il fatto di essere intervenuto così a caldo non è altro che il segno dell’ostilità che nutre nei miei confronti. Lui e gente come la direttrice del Secolo (Flavia Perina, ndr) che ha detto: finalmente ci siamo liberati della Sbai.

Souad Sbai, Panorama

lunedì 27 settembre 2010

Siamo proprio sicuri?

Ho cambiato l'aforisma che compariva sull'intestazione del blog. Prima era "Il mondo va avanti solo grazie a coloro che si oppongono", attribuito a Goethe. Ora invece campeggia la frase di Orwell, più in armonia con l'immagine dell'arabo impertinente che fa le linguacce: "La libertà di stampa è dire alla gente ciò che non vorrebbe sentirsi dire". E in linea col nuovo aforisma, vorrei affrontare un tema che mi sta particolarmente a cuore. Ogni tanto, infatti, alcuni miei commentatori (i soliti noti, ovviamente) non resistono alla tentazione di ricordarmi - con un tono tra il saccente e l'ironico - che provengo dall'Egitto, paese dove succede questo e quell'altro, come se fosse una sorta di colpa di cui vergognarsi. C'è persino chi mi chiede provocatoriamente cosa avrei fatto se fossi rimasto o se tornassi in Egitto, come se quest'ultimo fosse una specie di baratro che non offre "vie di salvezza" o prospettive adatte alla mia formazione. Come rispondere a costoro? Conosco il mio paese ovviamente e sono consapevole che vi sono molti problemi strutturali, congeniti ed ereditari che probabilmente non si riusciranno mai a risolvere. A questo punto quindi, uno non può che dare uno sguardo in giro, ai paesi limitrofi, e tutto sommato provare sollievo: poteva andare molto peggio, vista la situazione socio-politico-econonomica globale. Sicuramente il paese ha fatto molti passi in avanti, anche se non pretendo che chi non è in costante contatto con quella realtà li percepisca. Il mio paese viene accusato, nell'ordine, di essere: un paese dove i figli dei politici sono piazzati nei partiti in modo da ereditare le poltrone che i padri tengono saldamente. Dove i politici non rispondono delle proprie azioni o dichiarazioni, perché cooptati dalle segreterie dei partiti. Dove per eliminare i dissenzienti vengono tirati fuori gli scheletri gelosamente custoditi nell'armadio. Dove i manifestanti possono essere, oltre che manganellati, anche torturati. Dove alcuni arrestati possono morire in prigione per le botte ricevute. Dove i telegiornali trasmettono le veline con un contorno di notizie inutili. Dove la costruione dei luoghi di culto della minoranza, invisa dalla maggioranza della popolazione. viene ostacolata con mille cavilli urbanistici. Dove la meritocrazia non esiste, sostituita da parentopoli e corruzione. Dove alcuni quartieri sono sommersi dai rifiuti, tanto che un lettore mi aveva scritto - tempo fa - che provenivo dal Cairo, "notoriamente una fogna a cielo aperto". Ma siamo proprio sicuri che questo sia il ritratto dell’Egitto?

venerdì 24 settembre 2010

Che nessuno osi

«Che nessuno osi dire che sono stata comprata o che ho fatto tutto per avere qualche poltrona in più. Chi dice questo non mi conosce e non sa la mia storia».

Il ritorno all'ovile di Souad Sbai: lascia Futuro e Libertà e rientra nel PDL. (titolo di Libero)

mercoledì 22 settembre 2010

Il mio passaporto di che rosso è?

di Alice Elliot

L’assessore romano alla scuola Laura Marsilio, in visita ad una scuola elementare, ha dichiarato che i bambini nati in Italia da genitori stranieri non sono realmente Italiani. A me, sinceramente, è salita un attimo di ansia identitaria. Un genitore italiano basta per essere italiana? Qui c’è poco da scherzare. Qui si parla di me, della mia appartenenza. Qui, se si comincia a misurare l'italianità a seconda dei genitori, potrei avere dei problemi pure io. Perché non solo mio padre non è italiano ma io non sono neppure nata in Italia. Però ci ho vissuto 20 anni – vale? Quanti punti ho nella scala da 0 a 100 dell'italianità pura? L'assessore Marsilio dice che i figli di stranieri in Italia sono stranieri. Mi sono guardata allo specchio e ho pensato – oddio, parlava di me?

Poi, però, ho tirato un sospiro di sollievo. Io non sono di origine straniera straniera. Lo sono solo un pochino, sono solo un pochino straniera, perché mio padre non è Straniero ma straniero, un gioco di maiuscole e minuscole che può cambiare tutta una vita. Del resto l’Inghilterra non è veramente ‘straniera’. Certo è più lontana dall’Italia della Tunisia o dell’Albania però non è straniera straniera. Infatti io ne ho pagato le conseguenze. A me a scuola nessuno poneva domande esotiche e favolose sulle mie origini – non ero molto interessante, e a parte qualche domanda d’aiuto durante i compiti in classe d’Inglese, la mia origine straniera era ignorata. Mi rendeva molto più esotica il fatto che non avessi la televisione a casa. In tutte le altre cose, io, ero italiana. Ma in che modo?

In che modo io sono italiana più dei bambini delle elementari incontrati dalla Marsilio? Come si misura l’italianità? Dall’ “aria che si respira in casa”, rispondono sia la Marsilio che la preside della scuola elementare. Ed ecco che scattano di nuovo in me dubbi d'appartenenza. Come si misura l’aria che si respira a casa? In quale percentuale deve essere italiana l’aria respirata per mettere in circolo nel corpo l’essenza dell’italianità? Perché io son cresciuta in una casa un po’ stramba, e non sono sicura se l’aria che ho respirato negli ultimi 25 anni si possa considerare ‘italiana’. Esiste un rilevamento scientifico? Un rilevatore di qualità offerto dal Ministero dell’Interno per misurare in modo quantitativo di che nazionalità sia l’aria di una casa? Quanti punti mi toglie nella scala d'italianità il fatto che tra le mura della casa della mia infanzia non circolasse solo l’italiano? Del resto ora l’inglese va di moda, ma sicuramente i signori misuratori d’identità converranno che la popolarità dell’inglese è solo il risultato di giochi di potere e moderno colonialismo linguistico e che quindi il fatto che questa lingua contaminasse l’aria della mia casa debba togliere molti punti alla misura della mia italianità. O siamo così meschini che chiudiamo un occhio quando la lingua altra che contamina la nostra è quella del più forte, del colonizzatore? Certo che no.

Quanti punti toglie alla mia italianità il fatto che tornassi ogni anno, per tutta la mia infanzia ed adolescenza, al mio paese d’origine? Perché, se ho capito bene, è così che dovrei considerare l'Inghilterra. Così vale per i bambini in fila per entrare in classe che ha incontrato la Marsilio, quindi immagino valga così anche per me. Poco importa se i miei mi han portato via dal mio paese natale che avevo 3 settimane, se ho frequentato l’asilo, la materna, le elementari, le medie, le superiori in Italia, se i miei ‘ritorni’ all’isola britannica li ho sempre considerati vacanza. Poco importa se in Inghilterra sorridevano al mio accento italiano e se sono sempre stata vista dai miei parenti là come la nipote italiana. Secondo le leggi astratte delle appartenenze, un bimbo con genitori marocchini portato in Italia a tre settimane d’età è marocchino e quando e se torna in Marocco d’estate torna ‘al suo paese d’origine’. Questo, a rigor di logica, dovrebbe valere anche per me.

Quanti punti di italianità mi dà il fatto che a casa mia si festeggi il Natale con i tortellini? Ma quanti punti poi mi toglie il fatto che attorno al tavolo del pranzo di Natale ci sia seduto non solo un Inglese, mio padre, ma pure un Cinese, mio zio, il marito di mia zia, la sorella di mia madre? Certo l’aria che respiro fin da bambina non si può definire esattamente italiana. O forse sì? Del resto mentre si mangia si parla solo italiano perché questa è la lingua che tutti capiamo, e mio zio è in realtà cittadino italiano. Dal punto di vista burocratico, l’unico straniero a quel tavolo è mio padre. Che però mangia più tortellini di mia madre (cittadina italiana con genitori italiani e nonni italiani). Mi confondo sempre, quando si utilizza la parola cultura – cosa si intende per ‘cultura italiana’? Cantare l’inno? Essere bianchi? Andare in chiesa? Parlare italiano? Pagare le tasse? Non pagarle? Avere la madre casalinga? Avere la madre lavoratrice? Essere cattolici o almeno cristiani o a seconda del momento storico pure ebrei o pure atei ma comunque non musulmani? Essere italiani vuol dire non essere musulmani? Mangiare i tortellini vale? Essere precari? Mammoni? Mafiosi?

Sicuramente la cittadinanza non basta. La Marsilio non parla della cittadinanza dei bambini in fila fuori dalle elementari ma della loro 'cultura', della loro 'origine' –e probabilmente la sua scelta è stata azzeccata, avrebbe potuto creare delle incomprensioni se avesse parlato solo di bambini non cittadini italiani. Perché alcuni di quei bambini in fila per entrare in classe, etichettati dalla Marsilio come ‘stranieri’, probabilmente sono effettivamente cittadini italiani, figli di cittadini italiani. Per evitare disguidi, per evitare che questi bambini, cittadini italiani, si sentissero in un qualche modo esclusi dal suo discorso e non si sentissero abbastanza stranieri, la Marsilio ha sottolineato che “non è solo un fatto anagrafico, ma un fatto di cultura”. E ha ragione, la signora Marsilio, a dirlo a bambini di 6 anni, nei primi giorni di inserimento a scuola: che sia ben chiaro, nelle loro teste, che sono diversi da tutti gli altri. Nel caso in cui si confondessero o solo provassero un sentimento di appartenenza al Paese, alla città, alla scuola, al quartiere, le cose sono da subito messe in chiaro. E’ evidente dunque che anche la mia cittadinanza non basta come sicurezza, come prova della mia italianità – il discorso della Marsilio suggerisce che ci sono cittadini più cittadini di altri, più italiani di altri, con il passaporto più rosso degli altri. Date le mie circostanze, il mio passaporto di che rosso è?

Se alcuni di quei bambini ‘stranieri’ della scuola elementare erano cittadini italiani, altri non lo erano, perché i loro genitori non possiedono la cittadinanza. Come mio padre, del resto. Che cosa, dunque, mi rende più italiana di questi bambini? Forse il fatto di non dover fare la fila periodicamente in questura per richiedere il permesso di soggiornare un altro anno nella mia casa, nella mia città, nel Paese in cui sono cresciuta? Forse il fatto che, quando ho compiuto diciotto anni, non ho dovuto presentare una motivazione ‘valida’ per rimanere in Italia e non rischiare di diventare clandestina? Ma questa non è una questione di ‘cultura’, questa differenza tra me e quei bambini dipende solo dal fatto che possiedo i documenti giusti, che mi è andata bene con la burocrazia. E, se qui quello che conta e’ la cultura e non la burocrazia, l’appartenenza e non l’anagrafe, cosa mi rende, realmente, più italiana di una ragazza arrivata a tre settimane d'età dal Marocco? O da un ragazzo nato in Italia da genitori che un tempo vivevano in Tunisia?

Certo, qualcuno potrebbe dirmi che la mia 'origine' è più 'europea' della loro. Quando si parla di “aria italiana respirata in casa” però, siamo veramente sicuri che l’aria inglese si avvicini di più all’aria italiana rispetto all' ‘aria albanese’, all' ‘aria marocchina’, all’ ‘aria cinese’? L’aria marocchina respirata in casa da bambini figli di Marocchini ‘inquina’ l’aria italiana che i bambini respirano più dell’aria inglese, americana, austriaca, svizzera respirata da bambini figli di inglesi, americani, austriaci, svizzeri che nascono e crescono in Italia? Forse il Ministero dell'Interno dovrebbe veramente distribuire degli efficaci rilevatori della qualità dell’aria ad ogni casa, roulotte, tenda in Italia. Così tutti potremmo dormire sonni più tranquilli. Perché finalmente sapremmo esattamente chi è italiano puro e chi no, chi è italiano solo per un terzo, chi per quattro quinti, chi per sette noni.

martedì 21 settembre 2010

Non è più rinviabile

"Caro Gianfranco (...) per costruire una grande forza nazionale, legalitaria, Repubblicana e Costituzionale, dobbiamo far si che i mezzi siano all’altezza dei fini: allora va bene il sostegno al programma votato dagli elettori, ma riempiamo immediatamente di contenuto politico il senso delle “mani libere su tutto il resto” che abbiamo rivendicato. Serve immediatamente una rigorosa norma anticorruzione, e non è più rinviabile la concessione di diritti pieni di cittadinanza a tanti bambini e ragazzi nati in Italia da genitori regolarmente qui residenti e che si sentono, e sono, “nuovi italiani”"

Fabio Granata, deputato finiano, in un editoriale pubblicato su Farefuturo

lunedì 20 settembre 2010

Specchio delle mie brame

Dietro le affermazioni e le prese di posizione del sottoscritto c'è solo la fame di visibilità, denaro e carriera politica. Non te ne sei accorto, Specchio servo delle mie brame? Se ne sono accorti invece alcuni miei intelligentissimi lettori: "Lo so che come molti altri qui in Italia vorresti essere candidato di un qualsiasi partito e fare carriera politica, non ci vuole la palla di cristallo, dopodichè finirai col vivere con i nostri soldi e NON risponderai mai alle nostre domande. Mi sembra logico che una persona normale, sottoposta a queste sevizie quotidiane, prefererirebbe andarsene in paesi in cui può condividere e in fratellanza e in comunanza di idee. Solo una ragione lo costringerebbe a rimanere. Azzardo ipotesi: denaro? visibilità? politica?". Ed ecco quindi svelato il segreto: non si possono intraprendere certe battaglie senza ottenere qualcosa in cambio, mica si campa di soli ideali. Mica si fanno certe affermazioni solo per passione o spinti dalla preoccupazione per il futuro. E' in effetti noto a tutti che di questi tempi a finire sulle prime pagine dei quotidiani, a pubblicare libri con le più importanti case editrici, ad essere candidati e ricevere valanghe di voti sono quelli che difendono il diritto dei musulmani a costruire moschee, quelli che auspicano il voto e la cittadinanza agli immigrati, quelli che tifano per una società multietnica, tipo il sottoscritto. Basta leggere gli editoriali del Corriere della Sera, ascoltare gli interventi dei politici nazionali e locali, guardare i risultati delle elezioni in giro per l'Europa per rendersene conto: ho la strada spianata. D'altronde i musulmani controllano tutto ormai: i negozi di kebab, le pizzerie, le macellerie. Se decidessero di scioperare gli italiani morirebbero tutti di fame. Non mi meraviglia quindi il fatto che in una grande città del nord - come afferma una mia informatissima lettrice - un assessore si sia persino "segretamente convertito all'Islam per non perdere la poltrona". E' noto a tutti, infatti, che c'è un Gran Muftì, nascosto in qualche caverna nei dintorni di Kabul, che stila le liste dei candidati politici nelle varie città italiane (Roccacannuccia inclusa) e che decide il posto in lista o in giunta in base alla loro fedeltà alla causa islamica. E' ovvio che ad un musulmano doc - anche se sprovvisto di cittadinanza e diritti politici - sarà invece riservato un posto di riguardo, tipo la presidenza del Senato o della Camera... Poveretti, quelli che vogliono chiudere le moschee ed espellere gli immigrati. Loro non possono ambire alle poltrone all'Europarlamento e al parlamento. Non possono diventare firme importanti dei quotidiani nazionali e ospiti fissi nelle trasmissioni di maggiore ascolto. Non possono pubblicare libri e incassare gettoni di presenza, diritti editoriali e finanziamenti pubblici oltre ai pingui stipendi. Non c'è nemmeno speranza che ottengano una piccola scorta da esibire come status symbol. Io invece tutte ste cose le ho già: non appena ho capito che i musulmani piacevano all'opinione pubblica, mi sono messo al lavoro. Invece loro sono degli sfigati, rosi dall'invidia nei confronti di chi si fa paladino dell'imbastardimento della società italiana. Eppure la soluzione sarebbe cosi semplice, basterebbe cambiare casacca e fare il salto della quaglia. Non è poi cosi difficile, in un paese dalla memoria corta. Basterebbe che si accodassero a noi e alle nostre popolarissime posizioni, che ci raggiungessero nelle affollatissime manifestazioni pro-moschee, che ci applaudissero insieme alle folle oceaniche che vanno in visibilio non appena ne annunciamo la costruzione, che dessero i loro contributi ai nostri best-seller a favore del multiculturalismo, della cittadinanza breve e del diritto di voto agli immigrati. Io non capisco proprio perché non ci arrivano, questi qua. Perché non capiscono che se il clima generale è pro-immigrazione e pro-musulmani basta davvero poco per fare tanti soldini e gran carrieroni? Sono proprio tonti. O forse degli idealisti. Io, invece, si che sono un gran furbetto. Tiè!

domenica 19 settembre 2010

Idem in Italia

"Le moschee diventeranno un elemento consueto nel paesaggio tedesco. Sono certa di una cosa: il nostro Paese continuerà a trasformarsi e l’integrazione è un dovere per una società che accoglie gli immigrati"

Angela Merkel, intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung

sabato 18 settembre 2010

Avvenne domani

Ogni tanto, qualche deficiente (nel senso di colui a cui manca qualcosa) mi rivolge la seguente domanda: "Se questo paese è razzista e xenofobo, che ci fai qui? Perché non ti togli dalle balle e vai, chenessò, in Afghanistan?". La domanda presuppone che si risponda negando categoricamente che questo sia un paese razzista e xenofobo, dando quindi manforte al deficiente in questione nel minimizzare e ridimensionare l'entità del problema e permettendogli di croggiolarsi nella sua supposta superiorità oppure che si risponda affermando invece che questo è un paese razzista e xenofobo, prestando il fianco ad accuse di alto tradimento e mancata integrazione. La risposta a questa domanda, invece, è molto più semplice e al contempo preoccupante: questo non è un paese razzista, ma rischia fortemente di diventarlo. Lo dimostra la domanda stessa che sottintende "se non ti piace come gira qui, vattene" o - in altre parole - o ti adegui e accetti tutto in nome di ciò che "la gente" pensa sia giusto, oppure te ne vai. Non ti è permesso di dire come la pensi, se non è in linea con ciò che pensa "la massa". Poi questi custodi della Democrazia liberale hanno anche la faccia tosta di rinfacciarti che tu, invece, provieni da un paese dove questi diritti (non si capisce quali) "non sono garantiti".

L'altro giorno proprio uno di questi deficienti riportava le parole di un tal Sarazzin che afferma che: "Gli immigrati musulmani, sempre più numerosi in Germania e nel resto d´Europa, hanno ben meno capacità e volontà d´integrarsi di altri gruppi, sono meno istruiti e meno operosi, costano al welfare alle cui spese spesso vivono, portano una mentalità retrograda. Tra qualche decennio, visto che si moltiplicano veloci, saranno più numerosi dei tedeschi e degli altri europei doc, e sarà la fine. Intanto con questo processo la Germania sta già diventando più povera e più stupida". Conclusione (del deficiente): "I fighetti del politicamente corretto si stanno stracciando le vesti e stanno gridando al crucifige, ma la GENTE ritiene le parole di Sarrazin vere dalla prima all'ultima". Quando ho umilmente fatto notare che la GENTE, sempre in Germania, riteneva vere - dalla prima all'ultima - anche le parole di Hitler che affermava che gli ebrei, in aumento come i ratti, avevano meno volontà d'integrarsi, campavano succhiando il sangue tedesco e rischiavano di imbastardire la società del Reich rendendola più povera e stupida, apriti cielo!

Un altro commentatore infatti, non meno deficiente, ha aggiunto che, ecco qui "la profonda differenza fra europei e arabi: l'impermeabilità alla nostra storia, l'averla letta e basta. E' un abisso che non si può colmare con letture. Eì parte integrante dell'essere europeo" perché lui sì che non può "sentire o leggere il nome di Hilter senza provare un brivido". E grazie. Vale poco, il brivido, se non si smette di far passare come pagliacciate e buffonate folcloristiche i pericolosissimi segnali di disprezzo per la patria e la bandiera, i tentativi di inculcare persino nei più piccini la fedeltà a simboli e colori che sono sinonimo di razzismo e odio per l'altro. Era divertente e faceva ridere persino gli ebrei, Hitler. Poi si è visto come è finita. Io preferirei che invece di provare un brivido nel leggere il nome di Hitler, quel deficiente provasse vergogna per le dichiarazioni e le azioni di molti suoi connazionali, inclusi quelli che rivestono posizioni di responsabilità e prestigio che da Hitler non hanno imparato nulla. O forse troppo. Perché il brivido sentito nel leggere il nome di Hitler vale come un due di picche, se non si è in grado di attualizzarlo e scorgere - in mille segnali - la direzione nazionalsocialista già imboccata dalla "gente" guidata da alcuni personaggi senza scrupoli che continuano a buttare benzina e soffiare sul fuoco incuranti delle conseguenze.

Eggià, le conseguenze. Quante volte alcuni commentatori - deficienti pure loro - mi hanno ricordato, come se non lo sapessi, che cosa succederà il giorno in cui "gli italiani si sveglieranno". E invece lo so benissimo, quello che succederà. Succederà come è successo in Etiopia, dopo l'attentato del 1937 a Graziani. La più forsennata caccia al negro che l'Etiopia avesse mai visto. E uno dei testimoni, A. Dordoni, raccontò: "Molti di questi forsennati li conoscevo personalmente. Erano commercianti, autisti, funzionari, gente che ritenevo serena e del tutto rispettabile. Gente che non aveva mai sparato un colpo in tutta la guerra e che ora rivelava rancori e una carica di violenza insospettabili". Figuriamoci, quindi, cosa farebbero oggi, questi rispettabili commercianti, autisti e funzionari. Dopo oltre un decennio di manifesto rancore e violenza nei confronti degli immigrati: quelli che rubano il lavoro, le donne, le case popolari, i posti all'asilo e chi più ne ha più ne metta. No, l'Italia non è un paese razzista. Ma ha tutte le carte in regola, a cominciare da quelle storiche, affinché diventi il prossimo teatro di un pogrom o di un genocidio europeo nel XXI secolo, dopo la Bosnia. E siccome "l'unico modo perché il male trionfi è che le persone di buona volontà stiano in silenzio", io non ho la minima intenzione di stare zitto. Nè tanto meno di andarmene.

giovedì 16 settembre 2010

16/09/1982. Il Ricordo della Fallaci

Mentre il Corriere commemora la "latitante"* Oriana Fallaci con la solita Fiera dell'Islamofobia, io preferisco ricordarla - come da tradizione su questo blog - con la sua testimonianza sulla strage di Sabra e Chatila: un ricordo che verrà perpetrato ancora più a lungo del suo.

“Erano piombati alle nove d’un mercoledì sera, i falangisti di papà Gemayel…E con la complicità degli israeliani, sempre lieti di soddisfare la loro inesauribile sete di vendetta, avevano circondato i due quartieri per bloccarne ogni via d’uscita. Una manovra cosi’ veloce, perfetta, che pochi avevano avuto il tempo di nascondersi o tentare la fuga. Poi, fieri della loro fede in Gesù Cristo e in San Marone e nella Madonna, protetti dai figli d’Abramo che gli illuminavan la strada coi riflettori, erano irrotti nelle case. S’erano messi ad ammazzare I disgraziati che a quell’ora cenavano o guardavano la televisione o dormivano. Avevano continuato tutta la notte. E tutto il giorno seguente. E tutta la notte seguente, fino a venerdi mattina. Trentasei ore filate. Senza stancarsi, senza fermarsi, senza che nessuno gli dicesse basta. Nessuno. Nè gli israeliani, ovvio, nè gli sciiti che abitavano negli edifici attigui e che dalle finestre vedevano bene l’obbrobrio. E fortunati gli uomini uccisi subito a raffiche di mitra o colpi di baionetta, fortunati i vecchi sgozzati nel letto per risparmiare le munizioni. Le donne, prima di fucilarle o sgozzarle, le avevano violentate. Sodomizzate.

I loro corpi, zangole per dieci o venti stupratori per volta. I loro neonati, bersagli per il tirassegno all’arma bianca o da fuoco: intramontabile sport nel quale gli uomini, che si ritengono superiori alle bestie, hanno sempre eccelso e che da qualche secolo viene chiamato strage-di-Erode. Un ragazzo ferito era riuscito a scappare malgrado il blocco delle vie d’uscita e a rifugiarsi nel piccolo ospedale che tre medici svedesi gestivano di fronte a Shatila. Ma I soldati di Erode lo avevan raggiunto e liquidato mentre giaceva sul tavolo operatorio. Spintone al chirurgo che estrae la pallottola, revolverata alla tempia dell’infermiera palestinese che cerca di opporsi e via. All’alba di venerdi, stanchi di dargli la caccia e ammazzarli uno a uno , avevano minato le case nelle cui cantine s’erano nascosti i superstiti. Quasi tutte case di Chatila. Poi avevano lasciato il quartiere cantando spavalde canzoni di guerra e lasciandosi dietro un carnaio da film dell’orrore. Bambini di due o tre anni che ciondolavano dalle travi delle case esplose come polli spennati e appesi ai ganci di una macelleria. Neonati spiaccicati o tagliati in due, mamme intirizzite nell’inutile gesto di ripararli. Cadaveri seminudi di donne coi polsi legati e le natiche sozze di sperma e di sterco. Cataste di uomini fucilati e coperti di topi che gli mangiavano il naso, gli occhi, gli orecchi. Intere famiglie riverse sulle tavole apparecchiate, vecchi sgozzati nei letti rossi di sangue rappreso, e un fetore insopportabile. Il fetore della decomposizione accelerato dal caldo greve di settembre. Cinquecento morti, s’era detto all’inizio. Ma presto i cinquecento erano diventati seicento, i seicento erano diventati settecento, i settecento erano diventati ottocento, novecento, mille. C’erano voluti due bulldozer per scavare la fossa comune, quasi un giorno per buttarceli tutti…”

Oriana Fallaci

* Nel novembre 2002 un giudice svizzero emise un mandato d'arresto nei confronti della Fallaci per la violazione degli articoli 261 e 261bis del Codice Penale Svizzero e ne richiese l'estradizione o, in alternativa, il processo da parte della magistratura italiana. Non se ne fece nulla. Ministro della Giustizia all'epoca, Roberto Castelli. Lega Nord.

mercoledì 15 settembre 2010

O macellaio 'nnamurato

L'altro giorno, Il Corriere della Sera ha resuscitato nientepopodimeno che Magdi Allam, l' "esperto di Islam" "costretto ad approfondire la conoscenza del Corano e di Maometto" solamente a partire dal 2003 (ovvero dopo averci personalmente informato di essere destinatario di una fatwa che gli permette di aggirarsi con la scorta a spese dei contribuenti). Sì, esatto, quello che si fregiava dell'etichetta di "musulmano moderato" salvo poi farsi battezzare in diretta televisiva e a reti unificate, dopo "un percorso di spiritualità interiore che, a partire dall'età di quattro anni, sfocerà oltre mezzo secolo dopo nella conversione in Cristo". Inutile dire che trovo vergognoso che si permetta a questo "inquietante figuro" e "mediocrissimo scriba, i cui argomenti sono ingiurie criminalizzanti e banalità stupefacenti, all’insegna di un manicheismo penoso", per dirla alla Angelo D'Orsi, di riprendere a spargere veleni dopo che - con la complicità del Corriere stesso - ha preso per i fondelli i suoi lettori per qualche annetto. Ma tant'è, ormai ci tocca: ogni 11 settembre il Corriere deve tirare fuori dall'armadio qualche scheletro: che sia Allam o la Fallaci non fa differenza. Stavolta, però, il De Bortoli ha superato se stesso sfornando un incubo degno di un videoclip in salsa horror. Nel suo pezzo, infatti, Allam ci descrive per filo e per segno cosa farebbe se si trovasse di fronte la defunta Fallaci: "Di slancio ti abbraccerei forte fissandoti dritto negli occhi", "Tenendoti per mano ti accarezzerei i capelli così come mi è capitato di fare durante i nostri lunghi colloqui (...) Tu mi lasciavi fare senza alterarti, mai svelando i tuoi sentimenti", "Accarezzandoti la mano e custodendola come un bene prezioso tra le mie mani, ti donerei ancora una volta quel modo di essere che mi appartiene profondamente, una presenza partecipata e avvolgente che percepisco come l’essenza della mia umanità. E’ questo il vero amore? Tra noi è stato molto di più dell’amore tra i comuni mortali. Il sentimento che si era creato tra noi, così come l’ho vissuto, è un evento indelebile che resterà scolpito nel mio cuore e nella mia mente fino all’ultimo respiro", "Avrei avvicinato un bicchiere d’acqua alla tua bocca". Il crescendo rossiniano lasciava presagire un bacio clou se non qualcos'altro, ma il pudore di Allam e il rispetto per la defunta - che non si può difendere - ce l'ha evidentemente risparmiato. Devo prendere atto, però, delle doti descrittive e altamente suggestive di Allam: mi piacerebbe tanto quindi, che ci descrivesse - per filo e per segno - come si svolge la vivisezione degli animali sdoganata dal Parlamento Europeo con il suo voto favorevole e cristianamente convinto.

PS: Nello stesso numero del Corriere, c'era anche un editoriale molto meno poetico di un tale Panebianco. Stavolta è il mio, di pudore, ad impedirmi di commentarlo, quindi segnalo due ottime risposte: quella di Lorenzo Declich e quella di Andrea Franzoni.

Illustrazione: o macellaio 'nnamurato, di Lorenzo Pasqua

sabato 11 settembre 2010

Nessuno tocchi il Corano

Vivere in armonia, Ed. San Paolo, di Paola Rinaldi

“Per i musulmani il Corano è la parola diretta di Dio – spiega Sherif El Sebaie, studioso di storia e cultura del Medio Oriente e del mondo islamico – che è stata ‘dettata’ a Maometto attraverso l’arcangelo Gabriele. Non si tratta dunque di uno scritto, ma della Sua parola testuale. Un po’ come dire, in parole molto semplici, che mentre per i cristiani Dio si è fatto uomo, per i musulmani Dio si è fatto libro, nel senso che il Corano rappresenta la principale fonte per conoscerlo”. In più, "si è appena concluso il mese del digiuno, che quest’anno ha coinciso con il capodanno del calendario ebraico, e questa conclusione non è certo gradita".

“I musulmani vivono con maggiore intensità il proprio credo religioso rispetto ad altre confessioni – riprende El Sebaie – per cui qualsiasi cosa tocchi questa sfera è vissuta come una grande umiliazione e provoca rabbia. Rabbia che viene alimentata anche dalle scene di violenza che si perpetra continuamente in Medio Oriente. Basti pensare alla recente notizia dei cinque soldati americani incriminati perché in Afghanistan uccidevano civili per divertirsi‎”. Per cui, "sommando le provocazioni teologico-mediatiche alla realtà che si vive sul campo in numerosi Paesi tutt’oggi scenari di guerra, ne deriva un risultato critico".

Eppure i punti di incontro ci sono. “Le fedi monoteiste hanno il terreno comune del riconoscere un unico Dio – sottolinea El Sebaie – In più, nell’Islam c’è profondo rispetto sia per la figura di Maria sia per quella di Cristo. E’ vero che per la teologia musulmana Cristo è ritenuto un grande profeta ma non il figlio di Dio, però entriamo nel merito della teologia più profonda, mentre la regola dovrebbe essere quella di cercare ciò che ci unisce e non ciò che divide”.

Eppure in occidente continua a prevalere l’idea del Corano come mezzo di incitazione alla violenza. “Ci sono versetti riferiti a determinati contesti storici e geografici che possono essere interpretati in vari modi – specifica El Sebaie – Questo vale anche per la Bibbia, che contiene numerosi episodi di battaglie e massacri, ma questo non significa che si tratta di un libro per schiavisti. Gli inviti alla violenza arrivano sempre dagli esseri umani e non dai libri, tanto meno da un testo che è stato quello fondante di una fede”

Id mubarak

“Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della conclusione del mese di Ramadam, rivolge ai mussulmani residenti oggi in Italia, siano essi cittadini italiani o immigrati, i migliori auguri per questa festività, con l'auspicio che il nostro Paese sia per tutti luogo di pace e serenità”.

venerdì 10 settembre 2010

Futuro e Libertà (per gli immigrati)

Il Presidente Fini, nel suo discorso a Mirabello, ha chiesto alla platea se è una colpa dire che "bisogna integrare lo straniero onesto". La platea ha applaudito, quindi evidentemente condivide le idee del Presidente in materia di immigrazione. La domanda rievocava, infatti, un tema già toccato durante i lavori di direzione del PDL poche settimane prima dell' espulsione del Presidente Fini dallo stesso, quando quest'ultimo disse: "si dà corso a ipotesi di intervento in materia di immigrazione per le quali un bambino che è figlio di un immigrato che perde il lavoro e quindi il permesso di soggiorno è cacciato dalle scuole come se si trattasse di un bambino serie b. Il rispetto della dignità umana! Non potete dire che non è vero, perché chiudere gli occhi di fronte alla verità non è saggio". I dirigenti del Pdl sono rimasti impassibili ed era quindi evidente che non condividevano. Tutto questo è coerente con le posizioni assunte in passato, a partire dal 2003, quando il Presidente propose di concedere il diritto di voto, alle elezioni amministrative, agli immigrati regolari. Chi legge questo blog sa benissimo che il sottoscritto non può che condividere ogni singola parola del Presidente Fini, soprattutto quando disse: "Non contesto una politica all'insegna della legalità e del rigore, del controllo delle frontiere: il problema non è il rigore, ma accanto a questo serve un'altra politica altrettanto sentita all'insegna dell'integrazione". Politica che, purtroppo, non c'è ancora. Ora però che la rottura con la maggioranza è ufficiale, le parole e le proposte ad effetto non bastano più. Servono fatti e passi concreti. Futuro e Libertà faccia una proposta di legge per abolire la Bossi-Fini. Souad Sbai, deputata finiana e autrice del libro "L'Inganno. Vittime del multiculturalismo", si adoperi per approvare una legge che consenta ai musulmani di costruire una moschea in ogni quartiere, come suggerito dal Cardinale Tettamanzi. Gian Mario Mariniello*, direttore di Generazione Italia, thinktank finiano, si impegni di più per appoggiare le idee del presidente Fini sull'immigrazione, senza suggerire "con estremo buon senso" di spostare la cosiddetta "Moschea di Ground Zero" difesa dal Presidente Obama (e che a Ground Zero non è) ad Upper East Side. Un po' di coerenza non guasta: o si è con gli immigrati o si è contro gli immigrati. I deputati di Futuro e Libertà, sull'immigrazione, stanno con il Presidente Fini o contro?

* Per un attimo ho avuto il dubbio che il Mariniello in questione fosse lo stesso che, 5 anni fa, commentando gli attentati di Londra scriveva sul suo blog in grossi caratteri cubitali - scatenando un appassionato dibattito con il sottoscritto nei commenti - "BASTARDI MUSULMANI" (diceva fosse riferito ai terroristi, ma quest'ultima parola purtroppo non era in caratteri cubitali), dichiarando - tra i commenti - che alle prossime elezioni (ormai passate) avrebbe votato Lega. Secondo voi, è lo stesso?

martedì 7 settembre 2010

La normalità fa notizia

I protagonisti di questa vicenda sono un italiano di trent'anni residente a Seriate, in provincia di Bergamo, e un cittadino ivoriano che viaggiava in scooter davanti alla sua auto. A un certo punto, mentre andava al lavoro a Zanica, l'italiano si è reso conto che dallo scooter erano caduti un portafoglio e un bel po' di banconote. Quasi mille euro - 920, per la precisione - che il giovane ha raccolto a una a una insieme con il portafoglio contenente il passaporto, la carta d'identità e altri documenti dell'immigrato. (...) "Lei è un signore", ha detto un carabiniere all'italiano - come riferisce il sito bergamonews.it - e l'ivoriano ha fatto il resto contattandolo per ringraziarlo di persona. (Repubblica)

lunedì 6 settembre 2010

Il Fascismo e i Diritti delle Donne

La sporca guerra di Libia, di Michele Strazza*

"Cufra fu sottoposta a tre giorni di saccheggi e violenze: 17 capi senussiti furono impiccati, 35 indigeni evirati e lasciati morire dissanguati, 50 donne stuprate; si registrarono anche 50 fucilazioni e 40 esecuzioni con ascia, baionette e sciabole. Le truppe vittoriose si abbandonarono a ogni atrocità: alle donne incinte venne squartato il ventre e i feti infilzati, giovani donne furono violentate e sodomizzate con le candele, teste e testicoli mozzati portati in giro come trofei, tre bambini immersi in calderoni di acqua bollente, ad alcuni vecchi vennero estirpate le unghie per essere poi accecati".

* Professore incaricato presso la Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario (SSIS) dell’Università degli Studi della Basilicata, si è occupato di Storia delle Istituzioni Giuridiche e Politiche Contemporanee, pubblicando numerose opere sul periodo fascista. La sua produzione storica ha ricevuto vari riconoscimenti tra cui il Premio Internazionale UNLA-UCSA 2007

domenica 5 settembre 2010

Moschea subito, Santo subito!

«Le istituzioni civili milanesi devono garantire a tutti la libertà religiosa e il diritto di culto. I musulmani hanno diritto a praticare la loro fede nel rispetto della legalità. Spesso però la politica rischia di strumentalizzare il tema della moschea e finisce per rimandare la soluzione del problema, aumentando il livello di scontro, mentre potrebbe diventare uno stimolo per migliorare il livello della convivenza civile». L’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, ha ancora indosso i paramenti sacri dopo la messa e il rito per la professione perpetua delle religiose in Duomo. E a chi gli chiede del Ramadan e della moschea invano attesa da anni dalla folta comunità islamica milanese, risponde come un fiume in piena: «È un problema grave, che bisogna risolvere urgentemente. La questione interroga la città nel suo complesso. Le autorità locali devono cercare di trovare una soluzione in tempi brevi: rimandare il momento in cui la questione sarà affrontata, può solo incancrenire la situazione e aumentare la tensione». (Repubblica)

venerdì 3 settembre 2010

Donne e Corano da Mr. Bombastic

"L'Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l'Europa". Lo dicesse l'imam di una sgangherata moschea di periferia sarebbe scaraventato fuori tra strilli di indignazione. Lo dice lui? Spallucce.
Gian Antonio Stella, Corriere
Con colpevole ritardo, vorrei esprimere - ancora una volta - la mia più profonda costernazione per il modo con cui è stato accolto il Fratello Colonnello Gheddafi. Se è vero che l'Italia è, forse, l'unico paese in cui è possibile impartire - a pagamento - una lezione di Corano a qualche centinaio di "ragazze scollate e scosciate" (copyright di Gianmario Mariniello, già dirigente nazionale di Azione Giovani), è altrettanto vero che questo è l'unico paese in cui un Capo di Stato viene accolto dai quotidiani con l'epiteto di "Cammelliere" e da scenate isteriche degne dei bassi napoletani, assimilato da qualche politicante in miniatura ai pagliacci. Sulla lezione di Gheddafi, ho sentito dei discorsi assurdi in cui si invocava il femminismo e il rispetto della donna che il Fratello Colonnello avrebbe calpestato. E quando mai? Se in questo paese è possibile reclutare un uditorio di ragazze "bombastiche" (Il copyright è sempre di Gianmario Mariniello) a botte di 80 euro, bene ha fatto il Colonnello a ordinarne qualche centinaio tramite un'agenzia professionale. Mica le ha reclutate fra le ambiziose compagne di scuola dei figli o per farci i festini e le porcate. Le ha reclutate per un fine superiore: illustrare loro il Corano e permettere loro di comprendere meglio la religione islamica. E poi qualcuno dovrebbe spiegarmi, un giorno, come funziona questo femminismo in salsa italiota, che può essere indistintamente invocato sia per difendere donne a rishio lapidazione sia per proteggere le mignotte in carriera (copyright di Carlo Vulpio) dalle riviste di gossip. Al Colonnello viene negata la libertà di espressione condita da una buona dose di folclore provocatorio, concessa invece - anche troppo - a molti politici italiani. E se è comprensibile che i vescovi siano indignati per la sua battuta su un' "Europa inesorabilmente destinata all'Islam" (in fin dei conti è il loro lavoro), lo è meno che un Mariniello si chieda "quanto rende onore all’Islam la ragazza bombastica che si fa fotografare con il Corano appoggiato sulla scollatura?". Fossi in lui non mi preoccuperei: Belle donne e Corano non sono in contraddizione, anzi. Purché, come ha detto Gheddafi, si convertano e sposino uomini islamici. Inutile andare in fibrillazione per la quantità di "carne" italiana esposta al "Cammelliere". Ne farà buon uso: d'altronde il Fratello Colonnello è sempre stato bravo a far saltare i nervi ai "macho" italioti.

giovedì 2 settembre 2010

Sfregiata con l'acido

Un gesto criminale, maschilista e retrogrado
La Repubblica, Federica Cravero

Una grave condanna dell' aggressione alla giovane marocchina arriva anche dalla comunità islamica che si è trasferita in città. «Il problema - dice Nadil, marocchino di 28 anni, di cui gli ultimi cinque passati a Torino - è che qui alcune donne si comportano in modo diverso rispetto ai loro paesi e alcuni ragazzi perdono la testa. Poi, in televisione, vedono modelli di integralismo come quelli pakistani e vogliono imitarli». Di diverso parere Sherif El Sebaie, di origini greco-egiziane, che insegna lingua e cultura araba al Politecnico. «Questo è sintomo di una cultura maschilista e retrograda - afferma - Vedere in tv certi servizi sul Pakistan non equivale a imitarli. Questi comportamenti non hanno nulla a che vedere con la religione, anche se è vero che ci sono già stati altri episodi simili in paesi islamici. Si tratta di puri atti criminali, che partono da una concezione sbagliata della donna e che a mio avviso maturano soprattutto in contesti culturali e sociali degradati». Younes Amir, egiziano, responsabile del centro islamico Mecca, è d' accordo: «Non credo che ci sia un' attrazione di certi giovani verso forme di integralismo religioso. E poi il rispetto verso la donna è molto forte nell' Islam».