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domenica 31 ottobre 2010

Bunga Bunga in salsa islamica

La prova del Bunga Bunga divenga requisito essenziale per la cittadinanza per i Bingo Bongo. Art 1. Al Bingo Bongo che risiede legalmente da almeno cinque anni nel territorio della Repubblica - specie se islamico - sia richiesta la prova sucitata: gli si richieda cioè di accettare ciò che nessun padre o nonno di famiglia decente vorrebbe per sua figlia o nipote, come scrivono quei comunisti di Repubblica. Se l'immigrato resiste alle tentazioni omicide tipiche degli islamici, gli viene conferita la cittadinanza. Art 2. Al minore figlio di genitori Bingo Bongo, di cui almeno uno residente legalmente in Italia senza interruzioni da almeno cinque anni ed in possesso del requisito bunga bungale per il rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, che, anch’egli legalmente residente in Italia senza interruzioni per un periodo non inferiore a cinque anni, vi abbia frequentato una discoteca o vi abbia svolto regolare attività lavorativa per almeno un anno diviene cittadino italiano senza che sia necesaria l'istanza dei genitori o del genitore esercente la potestà genitoriale.

E' una proposta di buon senso, la mia: quando un padre uccide la figlia perché "voleva vivere all'occidentale" (espressione alquanto ambigua e discutibile), i politici fanno a gara sulle agenzie per balterare di "impossibilità di integrazione con la cultura islamica" e le rifattone pasionarie entrano in loop denunciando la "violenza islamica sulle donne". Quando invece la lascia fare come c**** le pare, è colpevole lo stesso perché la figlioletta non ha nessuna colpa se non quella di essersi "fatta cattolica" (anche se il parocco del paese afferma: "mai vista in parrocchia") e - parola di Ruby, la marocchina al centro del Bunga Bunga Gate: "se c'è qualcuno un po' intelligente che sa qualcosa della cultura islamica, può capire cosa pensa un musulmano se la figlia diventa cattolica". Un rapido sguardo comunque alle analisi di Magdi "Cristiano" Allam e ai servizi di Porta Porta, e ne deduco che lei a quest'ora doveva essere sotto terra rivolta verso la Mecca. Ciononostante è ancora - grazie a Dio - viva e vegeta, e si appresta persino a scrivere un libro. Qualcosa non quadra ma evidentemente sono io che non sono intelligente o che non conosco nulla della cultura islamica.

Riesco però lo stesso a cogliere l'umorismo involontario che traspare da diverse dichiarazioni di Karima Muhammad El Marough Heyek, alias Ruby, (leggo su Repubblica che "Sul MailOnline la foto che campeggia offre a chi volesse, uno sguardo su Ruby senza pixel a ingarbugliarle il viso"). Per esempio quando sostiene che rischia "di passare per una zoccola", che non si renderà "ridicola come tante altre nella mia situazione" e ringrazia perché "non è finita sulla strada o a fare lavori indecenti" da un residence che l'Ansa descrive come sito "in un edificio che ha del postribolare, un improbabile residence le cui stanze si prenotano tramite Skype anche per due ore". Oppure ancora quando racconta che il padre avrebbe voluta costringerla, a 12 anni, a sposare uno di 49. Se siete poco intelligenti e non riuscite a capire quest'ultima affermazione perché presuppone il superamento dell'esame di Analisi I, prendete una calcolatrice e fate qualche sottrazione con qualche altra data. A proposito di data, il 27 marzo del 1951, cioè non proprio nel Medio Evo, compariva questo articolo su Il Giornale d'Italia: "La giovane, senza alcun freno, scappata di casa, aveva generato la triste collera del padre il quale, ligio ai principi dell'onore, umiliato e offeso dalla condotta corrotta della figlia, incapace di correggerla, dopo aver tentato in tutti i modi di sottrarla al male, non ha saputo contenere la propria collera che è esplosa nel raccapricciante delitto". Cose che succedono quando non si richiede anche ai propri cittadini il Bunga Bunga richiesto ai Bingo Bongo.

PS: leggete l'articolo di Karima Moual

sabato 30 ottobre 2010

Volgare insulto all'Egitto

«Una menzogna del Primo ministro, aggravata dall'averla detta alla Polizia di Stato e dal fatto che coinvolge un Capo di Stato di un grande Paese come l'Egitto, è assolutamente intollerabile e da sola costituisce un motivo per richiedere le dimissioni immediate di Berlusconi». Lo afferma il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda che spiega: «Giornalisti serissimi e competenti scrivono oggi, su quotidiani autorevoli, che fu Silvio Berlusconi a dichiarare al Capo di Gabinetto della Questura di Milano che Ruby era la nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak. Questa è una menzogna volgare. E sarebbe tra l'altro documentata agli atti dell'inchiesta della magistratura. Esistono innumerevoli motivi politici per chiedere le dimissioni di Berlusconi, a cominciare dal fallimento assoluto del suo governo e dallo sbriciolamento della sua maggioranza».

«È gravissima la telefonata fatta dal premier alla Questura di Milano per esercitare indebite pressioni su organi dello Stato. È grave, inoltre, che abbia mentito spudoratamente tirando in ballo Mubarak. Visto che, come al solito Frattini copre le malefatte del suo dante causa, sentiamo il dovere di chiedere scusa al presidente egiziano per l'indegno comportamento di un indegno Berlusconi». Lo afferma in una nota il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando. «Sta emergendo sempre più chiaramente - aggiunge l'esponente del'Idv - la propensione alla menzogna e all'utilizzo spregiudicato delle relazioni internazionali da parte del capo del governo».

Gradite scuse da Gramellini

Gentile sig. Gramellini,
cc: Dott. Mario Calabresi

Sono un cittadino egiziano residente a Torino, città che mi vede costantemente impegnato nel rinforzare i rapporti bilaterali - soprattutto culturali e scientifici - tra il mio paese d'origine e l'Italia (...) mi lasci dire che sono allibito e costernato dal fatto che, per ironizzare sul suo governo, lei abbia affermato su La Stampa di stamani che "forse solo in Egitto, dove la democrazia affonda nei millenni (i Faraoni della Libertà), il presidente telefonerebbe alla polizia per far rilasciare una minorenne arrestata per furto". Se voleva essere divertente, sig. Gramellini, non lo è stato affatto. Certamente non per un cittadino egiziano. All'offesa recata da chi ha fatto il nome del Presidente Mubarak senza nessun riguardo per il paese che egli rappresenta, lei ne ha aggiunto un'altra, facendo apparire quantomeno come probabile all'opinione pubblica italiana un tale comportamento da parte del nostro Capo di stato. Non è la prima volta che una sua espressione si presta a fomentare la generale ignoranza che riguarda i temi relativi al Medio Oriente in Italia: le ricordo infatti che alcuni anni fa (24/06/2005) ha già definito l'Islam, "la religione dell'undici settembre", definizione – converrà – alquanto offensiva. Mi lasci indovinare: a) le sue parole sono state fraintese b) le sue parole sono state manipolate o c) gli egiziani e i musulmani mancano notoriamente di senso dell'humour? Io propenderei per la d): in quanto a gaffes non ha niente da invidiare agli esponenti politici che la rappresentano.

Cordiali saluti
Sherif El Sebaie

Gentile signor El Sebaie,

Non ricordo il contesto in cui avrei definito l’Islam “la religione dell’11 settembre”. Ricordo invece, e spero anche lei, le decine di volte in cui nei miei articoli e apparizioni televisive ho difeso il multiculturalismo e le ragioni dei musulmani in Europa, polemizzando furiosamente con la Lega. Quello di oggi non era un editoriale, ma un corsivo di satira. E la satira è per sua natura feroce, molesta, contropelo. D’altronde converrà con me che l’Egitto, Paese che adoro e che ho studiato con amore per tutta la vita (posseggo duemila libri sulla vostra storia) è una democrazia particolare, monarchica: c’è un presidente al potere da oltre un quarto di secolo e si parla addirittura di suo figlio come del suo possibile erede. A scanso di equivoci, signor El Sebaie, aggiungo che sono assolutamente convinto che Mubarak non si comporterebbe mai come il nostro premier e immagino che sarà trasecolato nell’apprendere che Berlusconi usa con tanta maldestra superficialità il suo nome. Se ho offeso la sua sensibilità, comunque, le chiedo scusa: a lei, al Presidente ed a tutti i miei amici egiziani. Viva il meraviglioso Egitto, e un caro saluto a lei!

Massimo Gramellini

Gentile Dott. Gramellini,

La ringrazio per la sua attenzione e per la sua sollecita risposta. Voglia scusare il mio risentimento per il suo articolo e i toni forse un po' duri della mia lettera, ma essi sono stati dettati da una crescente preoccupazione per il futuro del multiculturalismo (...).

Voglia gradire i miei più cordiali saluti

Sherif El Sebaie

venerdì 29 ottobre 2010

Integrazione alla Bunga Bunga

Sono rimasto allibito e costernato nell'apprendere dai mezzi di informazione italiani che il nome del presidente egiziano sarebbe stato utilizzato - con grande disinvoltura e senza nessun riguardo per l'importanza strategica di un paese come l'Egitto - in circostanze non particolarmente edificanti, e ancora non meglio chiarite, per permettere ad una minorenne marocchina alquanto disinibita, nonché accusata di furto, di lasciare i locali di una questura italiana con le "modalità più soft possibili".

Come cittadino egiziano, che ha ben presente che la moralità di un capo di governo è un bene collettivo e irrinunciabile, ritengo che il fatto che il nome del presidente sia stato eventualmente associato al profilo di una ragazza come quella che viene descritta e mostrata in queste ore dai media, un'offesa rivolta al popolo egiziano nel suo insieme. Mi auguro quindi vivamente che gli inquirenti facciano luce al più presto su questa vicenda, appurando in particolare se è vero che il nome del Presidente sia stato usato e da chi.

Ringrazio l'Ambasciata egiziana che ha immediatamente smentito queste farneticazioni e spero vivamente che l'ambasciatore italiano venga immediatamente convocato dal governo del Cairo per fornire una spiegazione plausibile a questa vicenda. Mi auguro anche che alla luce delle sue dichiarazioni, vengano assunte le misure conseguenti e adeguate a livello diplomatico e politico.

Al sig. Gramellini de La Stampa, invece, che per ironizzare sul proprio governo afferma che "forse solo in Egitto, dove la democrazia affonda nei millenni (i Faraoni della Libertà), il presidente telefonerebbe alla polizia per far rilasciare una minorenne arrestata per furto" che se voleva essere divertente, non lo è stato affatto. Evidentemente il sig. Gramellini in quanto a gaffe non ha niente da invidiare agli esponenti politici che lo rappresentano, visto che ha già definito l'Islam, in un'altra occasione, "la religione dell'undici settembre".

Detto questo, mi fa un po' ridere (e piangere) il fatto che i poliziotti che hanno gestito il caso, stando ai media, non si siano chiesti come faceva il Presidente egiziano ad avere una nipote marocchina bensi che abbiano addirittura chiesto alla funzionaria che diceva loro che era nipote di Mubarak: "E chi è Mubarak?".

Rilevo, infine, che i Bingo Bongo hanno qualche speranza di reale integrazione a patto che istruiscano le loro figlie sui vantaggi derivanti dal Bunga Bunga. Anche se non ho ancora capito bene in che cosa consiste, la foto allegata a questo articolo me lo lascia intuire. Evidentemente se i Bingo Bongo non vanno bene, il Bunga Bunga con le loro figlie in discoteca va alla grande. Noto inoltre che nessuna pasionaria battagliera si è fatta avanti per difendere una ragazza che - per usare un'espressione cara ai media - "viveva all'occidentale", integrandosi perfettamente (forse anche esagerando) nella società ospitante.

giovedì 28 ottobre 2010

Fatti un Lucano...

"Mi reco almeno due volte al mese per incontrare la Direzione regionale di “Io amo la Lucania” e promuovere delle iniziative che possano avere un’incidenza sulla vita dei lucani. (...) Ci apprestiamo pertanto a svolgere dei convegni e successivamente a indire dei referendum popolari sul cambio del nome della regione da Basilicata in Lucania e sull’iscrizione nello Statuto regionale del riconoscimento della verità storica delle radici giudaico cristiane come fondamento della civiltà laica e liberale dell’Europa".

Magdi "Cristiano" Allam, Io amo l'Italia

"Sapete di che cosa discutono oggi, per che cosa si agitano, parecchi intellettuali della Basilicata, della regione più infelice e più dimenticata d’Italia, dopo la Sardegna? di rimboschimenti? di bonifiche? di sistemi tributari e doganali? di scuole? Oibò! Questi animali si agitano, affinché il nome della Basilicata sia sostituito con quello di Lucania”.

Gaetano Salvemini, 1912

martedì 26 ottobre 2010

Aumentati di 10 volte

In 20 anni, gli immigrati regolari in Italia sono aumentati di 10 volte: erano mezzo milione nel 1990, sfiorano i 5 milioni nel 2010 (7% dei residenti). Insieme al numero degli immigrati, anche a causa della crisi, «sono aumentate le reazioni negative, la chiusura, la paura», nei loro confronti da parte degli italiani. Lo afferma l'annuale rapporto sull' immigrazione della Caritas Italiana e della Fondazione Migrantes, giunto alla ventesima edizione. (Corriere)

lunedì 25 ottobre 2010

Giustizia cieca

L'operaio morto è albanese. Ma la sua vita vale meno di quella di un italiano. Ai suoi familiari, che vivono in Albania, "area ad economia depressa", va un risarcimento di dieci volte inferiore rispetto a quello che toccherebbe ai congiunti di un lavoratore in Italia. Altrimenti madre e padre albanesi otterrebbero "un ingiustificato arricchimento". Questa gabbia salariale della morte, ispirata al criterio del risarcimento a seconda del Paese di provenienza del deceduto sul lavoro, è contenuto in un sentenza shock del Tribunale di Torino. Il giudice civile, Ombretta Salvetti...(Repubblica)

domenica 24 ottobre 2010

Il contrappasso

(Corriere) La cognata di Tony Blair si è convertita all’islam dopo «un’esperienza religiosa» in Iran. La giornalista Lauren Booth, 43 anni, sorellastra di Cherie Blair, indossa il velo quando esce di casa, prega cinque volte al giorno e fa visita alla moschea «appena posso». La donna ha raccontato al domenicale britannico Mail on Sunday di aver deciso di convertirsi all’islam durante un viaggio nella città iraniana di Qom, dopo la visita al santuario di Fatima al Masumech. «Era un martedì sera, stavo seduta e sentivo questa carica di spiritualità, solo pura beatitudine e gioia», ha dichiarato. Al suo rientro nel Regno Unito, si è subito convertita: «Oggi non mangio più carne di maiale e leggo il Corano ogni giorno». Booth lavora per Press Tv, l’emittente iraniana in lingua inglese. Negli anni scorsi ha duramente contestato la guerra in Iraq e nell’agosto del 2008 ha raggiunto la Striscia di Gaza a bordo di una nave partita da Cipro per denunciare l’embargo israeliano. Al Mail on Sunday, Booth ha detto di auspicare che la sua conversione possa aiutare Blair a cambiare il suo atteggiamento verso l’islam. (Fonte Apcom)

sabato 23 ottobre 2010

No perditempo e no Stranieri

Torino è una città razzista? La Stampa

«A parte che la madre degli stupidi è sempre incinta, io chiedo alle autorità competenti che si indaghi. C’è un numero di cellulare in fondo a quel volantino. Bisogna andare sino in fondo perché quello non è lo spirito e l’anima della comunità torinese. La nostra città non ha ancora dimenticato i cartelli con su scritto “Non si affitta ai meridionali” e tanto meno oggi accetta quelli in cui si spiega che non si dà lavoro agli stranieri». E’ livido il sindaco Chiamparino quando alle undici di ieri nella Sala Gialla del Lingotto decide «di chiedere scusa a nome della città per quell’ignobile volantino di cui parlano oggi i giornali». Lo fa davanti ad una platea fitta di telecamere e autorità. In prima fila c’è il questore, il prefetto e il comandante provinciale dei carabinieri. E il primo cittadino chiede aiuto proprio a loro per dare un seguito alla denuncia apparsa due giorni fa su «La Stampa»: «Non è possibile che accadano queste cose. Si indaghi dunque per scoprire chi è l’autore». La platea risponde con un caloroso applauso. Per chi si fosse persa la puntata precedente a scatenare l’ira del sindaco è stato un volantino affisso in più punti del centro in cui c’era scritto che si cercavano commesse, tra i 18 e i 20 anni, per un centro commerciale e per aree pubbliche purché «no perditempo e no stranieri». Per Chiamparino si è trattato di un episodio talmente grave da meritare di essere stigmatizzato durante l’apertura ufficiale del Salone del Gusto e di Terra Madre.

E le motivazioni? (da La Stampa)

Motivazioni che prova a dare Dario Padovan, professore dell’Università di Torino ed autore del libro «Sociologia del Razzismo». «Siamo di fronte ad una fase nuova - dice -. In passato dovevamo confrontarci con un “razzismo sottile”. Una forma di pregiudizio sotto traccia e difficile da studiare. Oggi la realtà è diversa. Il razzismo popola sempre più lo spazio pubblico diventando una cosa ordinaria». Una «normalità» che l’Assessore alle Politiche per l’integrazione del Comune Ilda Curti non accetta. «Chiedo scusa a nome della città - commenta - Segnalerò il caso all’Osservatorio Anti-Razzista di Roma e manderò i vigili a controllare se ci sono state infrazioni delle leggi».

venerdì 22 ottobre 2010

Oltre la scorta, il Segreto

di Armando Spataro, Procuratore Aggiunto della Repubblica, Il Fatto Quotidiano

"Anche altri episodi suscitano le critiche degli accademici e degli osservatori più attenti. Sono forti le preoccupazioni circa la possibile estensione a macchia d’olio del segreto di Stato, già verificatasi in casi di reati comuni. Ci si vuol riferire al processo pendente a Perugia, a carico di due ex funzionari del Sismi, accusati di peculato all’esito di una perquisizione effettuata nel 2006 in una base romana del servizio; a quello pendente a Milano (“processo Telecom”) a carico di varie persone per associazione per delinquere, corruzione ed altro; e perfino al processo pendente a Milano a carico di Magdi Cristiano Allam, accusato di diffamazione nei confronti dell’imam di una moschea di Fermo".

In Italia si svuoterebbero le redazioni

Si è dichiarato «preoccupato e nervoso» se salendo su un aereo vi vede dei musulmani, e per questo è stato licenziato. Protagonista della vicenda Juan Williams, un celebre giornalista delle radio e tv americane. La National public radio di Washington, la radio di stato, un bastione liberal, lo ha licenziato in tronco, pur essendo Williams un suo commentatore di punta. La dichiarazione di Williams, ha affermato la National public radio «è in contrasto con i nostri principi editoriali e lede la sua credibilità di commentatore».

mercoledì 20 ottobre 2010

Trova le differenze

18 ottobre 2010 6 settembre 2010
26 agosto 2010
20 luglio 2010
16 luglio 2010
1 febbraio 2010

martedì 19 ottobre 2010

Sorridi, sei in Carcere.

Finalmente vediamo la faccia - lungamente tenuta nascosta dai media - di Alessio Burtone, il violento che ha mandato Maricica Hahaianu incontro alla morte alla stazione di metrò di Anagnina. Finalmente vediamo la faccia del ragazzo "provato e pentito" tanto da spingere Francesco Giro - un politico dalle posizioni coerenti, specie quando commenta fatti di cronaca che coinvolgono romeni e romani - a lanciare "un appello, credo condivisibile da parte di tutti, a vigilare su questo ragazzo date le sue condizioni di profonda prostrazione". La vedete, la prostrazione sulla sua faccia? Sembra che il Burtone stia sorridendo, ma evidentemente mi sbaglio e l'espressione stampata sul suo volto è di autentica disperazione e paura... Ma se non mi sbaglio, perché lo fa? Per la solidarietà di un centinaio di amici e dei vicini del quartiere, radunati sotto casa per applaudirlo e insultare i carabinieri che lo prelevavano? Perché attaccano "Alemanno che è il sindaco di Bucarest. Difende i romeni in qualsiasi occasione", perché hanno rimesso lo striscione di solidarietà "perchè la donna delle pulizie, romena, lo aveva staccato. Pensa che coincidenza" o perché lo esortano gridando "Ammazzane un'altra"? Uno spettacolo che la dice lunga sul clima in cui è maturato questo atto criminale e che dovrebbe far vergognare tutti, perché sappiamo bene che se l'episodio fosse accaduto a parti invertite, invece delle folle solidali avremmo visto folle lincianti. Sorride - forse - perché un commerciante, dicendo tutto il contrario di ciò che si vede nella registrazione della telecamera della stazione, ha dichiarato: "Il giovane si è girato dicendo 'Ma falla finita' e con una mano l'ha colpita involontariamente. Lei è caduta a terra come un sacco di patate. In 60 anni non avevo mai visto una scena del genere: una donna che picchia in quel modo un uomo. La donna se l'è cercata"? Sorride perché sa che gli daranno le attenuanti, i permessi per buona condotta e in men che si dica sarà fuori, molto prima di Doina Matei? Non lo so. So solo che, per aver espresso indignazione relativamente a questo spettacolo vergognoso che ha visto non solo gli amici del criminale, ma anche politici, media e ignoti commentatori fare a gara per spianare la strada all'assoluzione del "ragazzo" violentemente picchiato da quella che poi è caduta come un sacco di patate (ha fatto tutto da sola), alcuni non hanno esitato a darmi del "razzista" e persino dell' "Islamofascista" (se qualcuno sa cosa c'entra l'Islam, per favore me lo spieghi). Infatti anche un altro noto islamofascista, Gennaro Carotenuto, ha scritto: "Se il buongiorno si vede dal mattino si sta preparando un nuovo caso di giustizia razziale in Italia. (...) Per la povera Maricica, lavoratrice e madre di una bambina piccola, non si terranno fiaccolate. Seguire da vicino il processo Burtone sarà un dovere civile". Qui lo seguiremo di sicuro.

lunedì 18 ottobre 2010

La grazia per Doina Matei, ventenne pure lei.

Ve la ricordate, vero, Doina Matei? Era romena e aveva litigato con una ragazza italiana sul metrò. Aveva con sé un ombrello e durante la lite l'ha puntato al viso della vittima. E' finito in un occhio e la ragazza è morta. Ora, come scrive un mio lettore: "l'ombrello a punta non è considerato un'arma, altrimenti sarebbe vietato portarlo a spasso e le statistiche mediche - di cui probabilmente i giudici del fatto hanno allegramente ignorato l'esistenza - ci dicono che le probabilità che una persona muoia a seguito di penetrazione di un oggetto assimilato alla punta di un ombrello nell'occhio sono di molto inferiori a quelle a seguito di un violento pugno alla mascella con conseguente caduta a terra e sbattimento del capo sul cemento. Inoltre, di solito chi vuole mandare all'altro mondo un suo simile difficilmente sceglierebbe l'ombrello come arma, a meno che non fosse uno di quegli ombrelli dalla punta avvelenata in uso al famigerato KGB, come abbiamo visto in certi film. Le probabilità che la punta dell'ombrello si ficcasse nell'occhio e poi andasse a scovare lì quell'unica venuzza capace di provocare in pochissimo tempo un'emorragia mortale (questo ha provocato la morte, secondo l'autopsia) erano davvero infime, nonché presuponevano - per poter ragionevolmente appioppare alla Matei l'accusa di "omicidio volontario" - un'accuratissima conoscenza dell'anatomia dell'occhio umano che la Matei sicuramente non disponeva". Eppure la prima accusa rivolta alla Matei dai magistrati era proprio quella di omicidio volontario. Nonostante il rito abbreviato e la derubricazione del reato in omicidio preterintenzionale non le è stata riconosciuta nessuna attenuante in nessun grado di giudizio. Aveva vent'anni, nessun precedente penale e due figli piccoli. Ma diciamocelo, che tanto è inutile girarci intorno: era romena, era una prostituta, ed erano i mesi in cui in tutta Italia si gridava "Al Romeno! Al Romeno!". Non mi risulta che nessuno - dico nessuno - abbia speso una sola parola a suo favore. Nessuno ha dato credito alle sue scuse. Nessuno l'ha descritta come una giovane madre provata e spaventata. Nessuno ha pensato ai suoi bimbi, di cui sente la nostaglia, come ha scritto in una lettera al Presidente Napolitano. Nessuno ha tentato di risparmiarle il carcere. Passano gli anni e si verifica un incidente quasi speculare: Alessio Burtone, un ventenne con precedenti di violenza, manda un'infermiera romena incontro alla morte con un pugno dopo una lite scatenata da quel "Ma al tuo paese la fila non la fai?". Ebbene: è ancora a casa a chattare su facebook con gli amici. Gli stessi che hanno appeso uno striscione con la scritta "Alessio libero!" sotto casa. Ampio risalto è stato dato alla sua lettera di scuse (sic) da parte dei media. La madre è ospite di Mediaset per spiegare le ragioni del figlio: "si è sentito minacciato, mi ha raccontato che questa donna era troppo sicura di sé" (e quando mai si sono visti romeni sicuri di sé? Non poteva che essere armata, ndr). Ora, dopo i media, ci si mettono pure i politici. Per Francesco Giro, sottosegretario ai beni culturali e parlamentare del Pdl "Non credo che sia la soluzione migliore gettare in galera un giovane di 20 anni coinvolto in un episodio seppur gravissimo e dagli effetti devastanti". Ma anche Doina Matei aveva 20 anni. Ha sacrificato il suo corpo per dare un futuro ai suoi bimbi. Anche a lei potevano essere concessi i domiciliari o almeno le attenuanti. Mi aspetto un segnale di coerenza: o Alessio Burtone va in carcere subito, con accuse di omicidio volontario aggravato dai futili motivi e dal pregiudizio razziale, senza dimenticare la negazione delle attenuanti nel corso del processo, o si conceda la grazia a Doina Matei.

domenica 17 ottobre 2010

Siamo alle comiche...

«Alessio Libero. Siamo con te!!! Lucio Sestio». È lo striscione che un gruppo di amici di Alessio Burtone, il ragazzo che con un pugno ha causato la morte di Maricica dopo un diverbio scoppiato fra i due per futili motivi alla stazione della metro di Anangnina, ha appeso sul portone del palazzo dove il ragazzo è agli arresti domiciliari.

"È un bravissimo ragazzo spesso andiamo al pub insieme, stiamo sempre in comitiva a Lucio Sestio e a me mi accompagnava sempre a casa. Non voglio nemmeno pensare che possa essere chiuso in carcere, quello non è un posto per lui".Sono le parole di Alessio, uno dei tre amici di Alessio Burtone.

"Il ragazzo non ha precedenti, non è un violento". Afferma l'avvocato di Burtone. "C'è stata una denuncia che però è finita dal giudice di pace, quindi depenalizzata, dell'altra di cui si è parlato non sappiamo nulla. Pare che ci sia ma non c'è nessuna traccia".

«La pressione mediatica ha contribuito a cambiare le cose? Sì penso proprio di sì che abbia influito sul giudizio del pm. Quando noi lunedì abbiamo fatto la convalida in carcere e questa storia non era ancora uscita hanno deciso con molta serenità il gip ha ritenuto che le esigenze cautelari potessero essere garantite anche restando a casa è chiaro che la pressione mediatica, anche con l'intervento di politici ha influito sicuramente sulla situazione del ragazzo complicandola»

La situazione del "ragazzo" è talmente complicata che è ancora a casa...

sabato 16 ottobre 2010

Al tuo paese la fila non la fai?

Maricica Hahaianu, l'infermiera romena assassinata con un pugno da pugile da Alessio Burtone, un ventenne pregiudicato con precedenti di violenza, è morta ieri dopo un lungo coma irreversibile. E il mio sospetto iniziale sul fatto che l'intolleranza e il razzismo c'entrassero non solo con il modo con cui questo delitto è stato affrontato dai media ma anche con il fatto che sia proprio accaduto è confermato. Oggi, finalmente, dopo giorni e giorni in cui è andato in onda una specie di "excusatio non petita accusatio manifesta", con esponenti politici che si sbracciavano per assicurarci che "l'intolleranza non c'entra", si viene a sapere che a scatenare la lite era proprio quel "Ma al tuo paese la fila non la fai?" rivolto da Alessio Burtone alla vittima. Eppure - a leggere le testimonianze dei primi giorni riportate dai quotidiani - sembra che sia stato proprio lui, a non rispettarla la fila. Posso solo immaginare quali insulti e quali provocazioni siano seguite a questa frase. E d'altronde lo sputo che il Burtone indirizza alla donna dopo che questa si è allontanata illustra sufficientemente il suo disprezzo e il suo odio, culminato in quel pugno tanto violento da mandarla incontro alla morte. Chi, come il sottoscritto, monitora costantemente gli episodi razzisti sempre più frequenti che accadono in questo paese, sa che spesso e volentieri le "banalissime liti" degenerano non solo quando si ha a che fare con dei violenti, ma spesso e volentieri perché questi violenti si sentono autorizzati ad eccellere in violenza proprio perché di fronte a loro si trova un cittadino straniero. Chissà per quale motivo, ma questi violenti sono convinti che possono fare di tutto ad uno straniero perché tanto l'opinione pubblica capirà e assolverà, anche inconsciamente, la tua violenza nei confronti di questi stranieri arroganti e prepotenti. Non ci sarà bisogno di andare a minacciare i testimoni, bruciare loro la macchina come è accaduto a Milano. Perché l'omertà scatterà volontariamente. I tuoi vicini saranno in prima fila a descriverti "con una sola voce" - come scrive Repubblica - come un bravo ragazzo che non farebbe male ad una mosca (anche se hai precedenti di violenza). Quelli che hanno assistito al litigio daranno la colpa a lei, che si sà che gli stranieri non devono sbottare di fronte all'ennesima provocazione discriminatoria. Tu dirai che hai avuto paura "perché ha messo le mani nella borsa" e - lo sanno tutti - le donne romene girano armate e per difendersi uno non scappa: sputa e poi si avvicina per sganciare un pugno. I media daranno ampio risalto alla tua lettera di scuse indirizzata alla signor Hahaianu Maricica, con il cognome che rigorosamente precede il nome, come se la signora fosse in Questura e non in un ospedale tra la vita e la morte. E questa patetica lettera che hai scritto sicuramente tu e non l'avvocato, "sarà sicuramente valutata dai giudici" perché chiedere scusa "è sempre un fatto positivo". Sindaco, procuratore, marito e fratello della vittima (ma non l'opinione pubblica) chiederanno per giorni la misura cautelare, perché tutto questo sta succedendo mentre te ne stai comodamente a casa, a discutere dell'omicidio su facebook con gli amici (no, non scherzo: è successo davvero). E se qualche "professionista dell'antirazzismo che sfrutta il dolore di una famiglia" come il sottoscritto è stato descritto da qualche lettore (che implicitamente simpatizza con te anche se non osa dirlo) chiederà per te l'aggravante del razzismo, non ci sarà da preoccuparsi, perché nessuno lo prenderà sul serio. Perché adesso - solo adesso, solo ora che è un cittadino italiano il colpevole - sentiremo il Sindaco di Roma affermare "che ci sono tantissimi immigrati che lavorano seriamente e con grande impegno a favore della comunità italiana. Dobbiamo quindi superare ogni pregiudizio perchè la violenza e le buone azioni possono arrivare da qualsiasi parte". Speriamo almeno che se ne ricordino tutti, la prossima volta che un balordo romeno commetterà qualche reato.

venerdì 15 ottobre 2010

Sarà sicuramente valutato dai giudici...

Commentando la situazione della signora romena aggredita nel metrò di Roma, i medici parlano ormai di "coma irreversibile" e di "nessuna attività celebrale". "Non c'è nulla da fare": stanno per staccare i macchinari e dichiarare la morte. All'avvocato chiedono già di donazione degli organi mentre il Comune parla di contribuire alle spese del funerale. Il colpevole - con precedenti di violenza dello stesso tipo - è ancora a casa. Il Corriere riferisce che il marito della donna, Adrien, non riesce a non pensare al responsabile dell'accaduto: «Perchè lui è a casa e non in carcere?». Ma che domanda: tanto l'aggressore ha chiesto "scusa". E come afferma il Sindaco di Roma: "Chiedere scusa è sempre un fatto positivo. Questo sarà sicuramente valutato dai giudici. Però purtroppo quello che gioca contro l'aggressore è il fatto che anche in altre occasioni abbia dato luogo a gesti del genere". Purtroppo, già. Fortunatamente anche il sindaco si pone la stessa domanda che si pone il marito della vittima e il sottoscritto: perché l'aggressore è ancora a casa? Per il Ministro Maroni quello di Roma "è stato un banalissimo litigio". Non lo mettiamo in dubbio, anche se i toni mediatici all'epoca in cui una ventenne romena ha ucciso una coetanea romana con l'ombrello avevano trasformato un similare "banalissimo litigio" in un vero e proprio scontro di civiltà. Stavolta i giornali hanno velocemente provveduto ad affossare gli aggiornamenti sul caso nel punto più basso delle loro homepage (forse il caso guadagnerà quotazione a morte annunciata), e tutti si affrettano a specificare che l'intolleranza non c'entra. Anche questo non lo mettiamo - per ora - in dubbio: ma la domanda è, sempre in riferimento al famoso litigio dell'ombrello, come mai all'epoca nessuno si è affrettato a specificare che non era il caso rimarcare la nazionalità della colpevole? Nelle testimonianze riportate dalla stampa si fa intuire con parole velate che se la signora romena "si fosse limitata ai ceffoni all'interno del bar..." forse non sarebbe finita cosi. Certo, come no? E' evidente che la signora se l'è un po' meritata. E d'altronde questo sostengono molti commentatori sui siti dei quotidiani che per l'occasione si sono trasformati in esperti del cinema muto e delle liti in metrò (con riferimento al video delle telecamere, ndr). Repubblica ci tiene a farci sapere che nel quartiere Cinecittà dove abita l'assassino, vicini di casa, amici e conoscenti hanno una sola voce: "Alessio non è un assassino, lui e la sua famiglia sono brave persone. Non lo ha fatto apposta". Scusate tanto e alla prossima. Ho l'impressione, come scrive d'altronde una lettrice del blog che "Nessuno si stia strappando i capelli per questa infermiera madre di famiglia (non l'ultima tossichetta, non una ballerina di lap-dance: la classica casalinga di Voghera non dovrebbe dunque avere ostacoli all'immedesimazione, e invece...). E allora un po' ti viene il sospetto che si tratti di antipatia a sfondo xenofobo. Anzi, indifferenza, che è ben peggiore"

giovedì 14 ottobre 2010

Non sono razzista, pagano in contanti.

Si proclama simpatizzante della Lega e il fratello è un politico locale del Carroccio ma ciò non gli ha impedito di affittare un locale a immigrati musulmani per farne una moschea. Mirco Quaggiotto, che dice di essere un ammiratore di Bossi afferma: «Ma non è detto che chi segue una linea politica sposi interamente le tesi del partito. Non sono razzista. Ho affittato il locale a questa società di stranieri che paga regolarmente l’affitto e in contanti. Eticamente sono molto corretti». (Corriere)

Meglio tardi che mai

Ieri me lo chiedevo io. Oggi scopro che è da martedi che il marito della vittima si interroga sul perché l'aggressore della moglie fosse a casa. E ieri, finalmente, è arrivata la decisione della Procura di Roma: farà appello contro la decisione del Gip di concedere al "ventenne romano" (che finalmente ha un nome e un cognome: Alessio Burtone) gli arresti domiciliari. Sono curioso di vedere se anche a lui, come a Doina Matei, daranno - in caso di danni permanenti alla vittima, tuttora in coma - i 12 anni paventati dal suo stesso avvocato difensore.

mercoledì 13 ottobre 2010

Romani e Romeni

"Sono costernato, chiedo umilmente scusa". Parola di "pregiudicato ventenne romano". Almeno cosi viene ostinatamente definito dai media. Nel frattempo, l'infermiera romena che ha colpito in stazione con un pugno in faccia per una banale lite sulla precedenza nella fila, è uscita, in gravissime condizioni, dal coma in cui era stata abbandonata dai viandanti. Il colpevole è ora ai domiciliari, e l'accusa è di lesioni aggravate. Ora - se non sbaglio - alcuni anni fa, è successo un fatto simile a parti invertite: una ventiduenne romena, dopo una lite con una coetanea romana sulla metro, la colpì con l'ombrello in un occhio, provocandone la morte. Ancora non si sapeva con precisione la nazionalità dell'aggressore (si presupponeva che fosse dell'Est) e già il nonno della vittima rilasciava dichiarazioni di questo tipo: "Non sono razzista ma quando succedono certe cose, le si pensa tutte, e sono cose che fanno male, fanno tanto male". Il nome della colpevole, una volta arrestata, era su tutti i media per settimane: Doina Matei, prostituta romena, madre di due figli piccoli rimasti a Ploiesti, vicino a Bucarest. Si è beccata ben 16 anni nonostante i suoi legali abbiano provato a dimostrare che l'accaduto non era intenzionale, che era la tragica conseguenza degli insulti e gli schiaffi che la vittima (che aveva nel sangue tracce di metadone e precedenti problemi di droga) avrebbe dato alla Matei. Ma non è servito a niente. Secondo i magistrati, infatti, l'accusa era di "omicidio volontario aggravato" perché "L'indagata non può dire di non essersi resa conto di quello che aveva commesso. Quando indirizzi la punta dell'ombrello verso il volto di una persona non puoi pensare di non aver fatto nulla". Benissimo. Ora spero vivamente che i media facciano nome e cognome del misterioso "pregiudicato ventenne romano" e che allo stesso venga contestato almeno il reato di tentato omicidio. Perché l'indagato non può dire di non essersi reso conto di quello aveva commesso. Quando sganci un pugno da pugile verso il volto di una donna non puoi pensare di non aver fatto nulla. Soprattutto se hai già a tuo carico denunce per lesioni personali. O sbaglio?

martedì 12 ottobre 2010

Cattolico violenta cadavere della nipote.

Pare che lo "zio" accusato di aver strangolato la nipote quindicenne per poi abusare del suo cadavere fosse un fervente cattolico. Per ben tre volte sarebbe addirittura tornato di fronte alla buca dove aveva buttato il corpo per pregare, recitare l'Ave Maria e farsi il segno della Croce. Che fosse un cristiano praticante lo si poteva intuire già quando il Corriere riferì che il sospettato aveva ceduto, nel corso dell'interrogatorio, sulla leva religiosa, su quel "la vogliamo dare una sepoltura cristiana alla tua nipotina?" rivoltogli dagli inquirenti. Eppure non vedo titoli allarmistici sull' "emergenza cristiani" e tanto meno riferimenti alla "dissimulazione cristiana" che ben traspare dall'intervista strappalacrime in cui il presunto colpevole raccontava la messinscena del ritrovamento del cellulare della vittima. Non vedo giornalisti roteare come dervisci e parlamentari contorcersi come danzatrici del ventre cosi come hanno roteato e si sono contorti quando si trattava di illustrare la cattiveria degli "islamici che uccidono figlie e mogli". E dire che per interi giorni questi stessi giornalisti e parlamentari ci hanno rotto gli zebedei con la storia del pachistano che, nel corso di una lite scatenata dal rifiuto di un matrimonio combinato da parte della figlia, ha ucciso la moglie con un mattone raccolto in giardino. Giù a discutere dell' "emergenza islamici", a farsi domande sulla loro possibile o meno "integrazione". Hanno tirato in ballo l'Islam, il Corano, Maometto "il pedofilo" e chi più ne ha più ne metta. Si è parlato nientemeno che di "lapidazione" (ma lo sanno cos'è?). Alcuni musulmani, come al solito, sono stati gettati nella fossa televisiva, per essere letteralmente sbranati da quelli che su queste disgrazie campano da anni (senza ottenere risultati, anzi). Hanno rispolverato persino "Cristiano" Allam, manco fossimo a Pasqua. Ora invece che lo "zio" - accusato di sequestro di persona, omicidio volontario, occultamento e vilipendio di cadavere - ci illustra benevolemente il suo profondo rapporto con la fede, nessuno si interroga e indaga su questo curioso fenomeno che spinge al pentimento religioso dopo aver praticato la necrofilia sul corpo di una minorenne strangolata. Eppure ce ne sarebbero, di domande da fare: non sulla religione, certo. Lo so anch'io che non c'entra. Ma anche l'Islam non c'entra con l'infibulazione, con i matrimoni combinati, con i delitti d'onore, con la lapidazione delle adultere, checché ne dicano i media e gli "esperti" allamatriciani. Però io qualche domandina su questa televisione che sparge - volontariamente e consapevolmente - pregiudizi e luoghi comuni, alternando i fatti criminali agli spettacolini e ai concorsi degni del mercato delle schiave dove "basta giudicare l'aspetto fisico e la bellezza, che poi sia trans o altro va bene uguale", me la sarei posta. Ma non mi illudo: non lo farà nessuno. Aspetteranno fiduciosi il prossimo pachistano che ucciderà la figlia per spiegarci che gli islamici sono abituati a trattare le donne "come oggetti". E se questa verrà seppellita rivolta verso la Mecca, ce lo diranno con dovizia di particolari, spiegando per filo e per segno il perché e il percome. Non sia mai che qualcuno pensi che l'Islam non c'entra.

lunedì 11 ottobre 2010

Effetto non involontario

In Italia, i fatti criminali occupano uno spazio quotidiano sui telegiornali. Anzi, ogni giorno, in ogni edizione, vengono loro dedicate numerose notizie. Nulla di simile a quanto si osserva nelle altre principali reti europee. Le quali, peraltro, affrontano questi eventi in modo "puntuale" e "contestuale". E, dove è possibile, li tematizzano. In altri termini: l'informazione televisiva, nelle altre reti europee, è limitata, nel tempo, all'evento e ai suoi effetti. Inoltre, se possibile e utile, diviene occasione per affrontare problemi sociali più ampi. L'integrazione degli stranieri, la violenza nelle scuole, l'intolleranza interreligiosa. In Italia ciò avviene raramente. Soprattutto nel caso degli immigrati o di altri gruppi marginali, come i Rom. Con l'effetto (non involontario) di confermare il pregiudizio nei loro confronti. Invece, la regola, nella comunicazione e nei media italiani, è la "serializzazione". Oltre alla "drammatizzazione". (La Repubblica)

mercoledì 6 ottobre 2010

L'affronto del Minareto

“In Italia ci sono oltre 900 luoghi di preghiera islamici, la libertà religiosa è ampiamente garantita (...) Stop quindi alla costruzione di nuove moschee fino a che non avremmo la certezza che quelle che già ci sono non operino nel rispetto assoluto dei valori e delle leggi italiane”. Il ritornello, ribadito a Mattino Cinque da Magdi "Cristiano" Allam è diventato ormai patrimonio comune e condiviso. In tanti, inclusi alcuni amministratori pubblici, lo ripetono senza capire di cosa parlano. Non so perché (forse perché lo ha detto per primo Allam) ho la sensazione di essere preso per i fondelli. Tutti sanno, infatti, che i musulmani non chiedono la costruzione di "nuove" moschee, ma semplicemente di spostarsi in spazi più dignitosi e capienti. Ed è evidente che non si temono le prediche (sicuramente monitorate dalle forze dell'ordine) quanto la visibilità dei musulmani nello spazio pubblico. Questo è il motivo per cui, anche quando vengono approvati i progetti delle moschee, si affrettano tutti - a cominciare dagli Imam - a "rassicurare" che non ci saranno cupole o minareti. Qualcuno si è pure spinto ad affermare che questi elementi architettonici sancirebbero la superiorità dei macellai, fruttivendoli, facchini islamici che pregano alla loro ombra. Altri che deturperebbero il paesaggio. E dire che, in un certo periodo storico, edificare costruzioni esotiche in Occidente andava di gran moda. Io sono convinto, ormai, che da queste parti non si vuole accogliere il "bello" dell'Islam, a cominciare dalla sua arte architettonica. In Francia la moschea di Parigi è un vanto, una meta turistica segnata sulle guide. In Italia no, non può essere. Le moschee vanno bene e la "libertà di culto garantita" purché si preghi negli scantinati bui e maleodoranti. Quelli che si oppongono ai minareti hanno probabilmente qualche complesso freudiano. Non si spiega altrimenti questa particolare avversione ad una torretta, presa a modello tra l'altro dai campanili. Oppure, in maniera più subdola, i minareti sono percepiti come segni evidenti di un radicamento, di una scalata sociale. E gli immigrati vanno bene purché siano poveri in canna e disposti ai lavori più umilianti. Che possano pregare in un luogo stabile, visibile e magari decorato invece di peregrinare per garage e per stadi (come quando si celebra il fine Ramadan) a seconda di come gira al Comune di turno, è vissuto - evidentemente - come un affronto.

venerdì 1 ottobre 2010

Prima i diritti, poi i doveri

Vengono prima i diritti o i doveri? La domanda non è peregrina, visto che ogni volta che si menzionano gli uni saltano fuori gli altri. A sentire i politici e a leggere i quotidiani - soprattutto quando si parla di immigrati - la risposta è categorica: vengono prima i doveri, poi i diritti. Perché un cittadino che voglia definirsi tale deve prima prestare attenzione alla società che lo accoglie, e solo dopo ci sarebbe il naturale ritorno di un bene comune diffuso. Il ragionamento sarebbe ineccepibile se questa stessa società fosse in grado di dare l'esempio: rispettando cioè in prima persona i doveri che si è assegnata. Sarebbe ineccepibile se i diritti fossero poi davvero corrisposti e non oggetto di mercanteggiamento in quanto percepiti come intollerabili rivendicazioni da assoggettare a concessioni arbitrarie. In realtà, i diritti dovrebbero precedere i doveri, perché solo uno che ha la garanzia di essere tutelato può contribuire di buon grado allo sviluppo della società che lo accoglie. Altrimenti "cerca di fotterla", come ha recentemente affermato Moni Ovadia in un incontro dedicato alla parola "libertà" nell'ambito del festival Torino Spiritualità. E sono perfettamente d'accordo con lui: le rivoluzioni scoppiano, le costituzioni vengono scritte, le convenzioni internazionali ratificate per garantire in primo luogo dei diritti. Non dei doveri. Ovviamente è sacrosanto esigere il rispetto dei doveri. Ma gli immigrati arrivati in Italia regolarmente e che hanno un'occupazione li rispettano già. Quali sono i diritti che hanno avuto in cambio? Qualcuno me lo dica. Certo, usufruiscono del welfare (pensioni, sussidi di disoccupazione e assistenza sanitaria). Ma questo è un "diritto" tra vigolette perché essendo gli immigrati regolari contribuenti, essi sono a tutti gli effetti compartecipi del consolidamento e sviluppo di questo stesso welfare (il tasso di evasione degli immigrati è pari al 2%, dice l’Agenzia delle Entrate: sono considerati i contribuenti virtuosi). Al di fuori di questo, allora, dove sono i diritti? Aspettare il rinnovo di un permesso per una media di dodici mesi e vederselo consegnato già scaduto? E' normale che il 57% degli immigrati che richiedono la cittadinanza affermi di farlo "per non dover più rinnovare il permesso di soggiorno"? Si certo, nel frattempo ci sarebbe la ricevuta che attesta la presentazione della domanda e la regolare permanenza sul territorio. Ma questo lo sanno solo le forze dell'ordine. Vallo a spiegare all'unica vecchietta che ha accettato di affittare un appartamento ad un marocchino che la ricevuta vale come un permesso. E poi: dopo venti, trent'anni di residenza è concepibile che uno debba fare la fila per chiedere il permesso di stare in un paese dove sono nati e cresciuti i suoi figli, che non possa scegliere l'amministratore della propria città, che la sua cultura venga insultata quotidianamente sui media, che gli sia permesso di pregare solo in uno scantinato (parlando dei musulmani)? Siamo proprio sicuri che l'astinenza di diritti sia la strada giusta per l'integrazione auspicata? Non è casuale, dico io, se gli unici immigrati saliti agli onori della cronaca (e non parlo di quella nera) siano autentici vu cumprà specializzati nel dire all'opinione pubblica ciò che vorrebbe sentirsi dire in cambio di poltrone e prebende. Negando i diritti, a cominciare da quelli politici, si uccide l'ingegno e la meritocrazia anche nel bacino - sicuramente richissimo di potenzialità - degli immigrati e dei loro figli. Si impedisce che sangue nuovo scorra nelle vene di un sistema allo sbando. L'astinenza di diritti mantiene lo status quo ma alla lunga tira fuori il peggio delle persone. Il problema è che quando chi di dovere lo capirà sarà - probabilmente - troppo tardi.