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giovedì 6 gennaio 2011

La rabbia (controproducente) dei Copti

E' sempre stata mia intima convinzione che il problema degli Arabi, in questo particolare periodo storico, fosse essenzialmente un problema di gestione dell'immagine e delle relazioni pubbliche. I paesi arabi infatti - a differenza degli Stati Uniti o di Israele, tanto per fare un esempio - sono incapaci di confezionare un'immagine con cui possa identificarsi l'uomo di strada in altre parti del mondo e i cittadini arabi - piazzati davanti alle telecamere occidentali - sono spesso e volentieri un disastro totale: invece di piegare il mezzo a proprio vantaggio, riescono a farselo ritorcere contro. Molti governi arabi, e assieme a loro diversi esponenti politici italiani, sono più impegnati nel sostenere i progetti di costruzione di luoghi di culto invece di far conoscere la straordinaria complessità culturale e ricchezza storica dei paesi arabi, che va ben al di là del dato religioso. A dimostrazione di questa totale incapacità di gestione del quarto potere, basti pensare all'incredibile autogol dell'UCOII che acquistò alcune pagine di quotidiani per pubblicare un annuncio che, invece di contribuire a sponsorizzare la causa palestinese - come era probabilmente nell'intenzione dei suoi promotori - servì a farsi emarginare dall'intero arco parlamentare. O alle infelici battute, per usare un eufemismo, dei musulmani che a vario titolo vengono invitati in televisione a dire la loro sulle questioni tanto care ai media (velo, poligamia, moschee) e che spesso contribuiscono a dimostrare ciò che essi stessi volevano negare. Purtroppo in questi giorni anche i copti egiziani dimostrano di non far eccezione. Dal momento che sono arabi - per lingua, cultura e tradizioni, come scrive giustamente Alain Gresh, firma di punta de Le Monde Diplomatique - sono anch'essi incapaci di gestire mediaticamente una situazione di emergenza, riuscendo a volgere il corso degli eventi a proprio svantaggio, sia all'estero che, soprattutto, in patria. Basti pensare all'infelice uscita del Vescovo copto che ha affermato di "non voler musulmani" (e secondo altre fonti nemmeno gli ebrei) alla manifestazione per la libertà religiosa prevista a Roma il prossimo 9 gennaio, un'uscita che ha sollevato più di una perplessità sui quotidiani italiani, o all'incredibile marcia intitolata "Salviamo i cristiani" messa in atto da alcune decine di copti ortodossi capeggiati da un cattolico ex-musulmano ed ex-egiziano (già, Magdi Allam), sotto uno striscione che titolava "Oggi in Egitto. Domani in Europa". La rabbia della comunità copta è comprensibile, ma la rabbia è cattiva consigliera: slogan e personaggi estranei agli interessi dell'Egitto e della comunità copta non contribuiranno di certo a suscitare la simpatia o la solidarietà dei musulmani egiziani, bensì a radicare i pregiudizi e la sfiducia di alcuni nella lealtà della comunità copta al paese e al suo popolo.