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sabato 26 febbraio 2011

Le rivoluzioni arabe e l'economia per Dummies.

David Rieff su Internazionale ha scritto un articolo magistrale il cui succo è riassunto "nella forza dell’amara osservazione di Brecht nell’Opera da tre soldi: “Prima viene lo stomaco, poi viene la morale”. Ne consiglio vivamente la lettura, con una dedica particolare a coloro che hanno deriso la mia immediata e allarmatissima preoccupazione per i disastrorsi danni economici conseguenti alle rivoluzioni arabe (specie in Egitto) con la scusa che tali danni erano "un rischio e un costo accettabile quando si fanno le rivoluzioni". Mentre questi rivoluzionari con il culo al caldo cianciavano di "Rete", "Facebook", "Tweet" e di concetti astratti come "orgoglio" e "fierezza", io ero ben consapevole che la maggioranza della gente era scesa in piazza per bisogni molto più terreni e concreti. Mi ero quindi posto il problema del come accontentare le migliaia di egiziani, politicamente immaturi, che avrebbero chiesto l'impossibile e cioè immediati abbassamenti dei prezzi, immediati aumenti di stipendio, immediate assunzioni a tempo indeterminato e in alcuni casi - e con buona pace della meritocrazia invocata dalla rivoluzione - promesse di assunzione dei figli.

La cruda verità però è che gli arabi semplici, poveri e bisognosi sono sempre stati al di fuori dei piani mentali dei sessantottini frustrati. Questi erano talmente presi dalla loro personalissima crociata internettiana e dall'avanguardia di bloggers, da dimenticarsi la tremenda realtà, ricordata invece saggiamente da Rieff: "La democrazia, la libertà di espressione, i diritti sono cose molto belle. Ma senza giustizia economica – cioè senza la speranza di una vita decente, di avere un’assistenza sanitaria adeguata e di non vivere nello squallore – quei sogni democratici rischia di goderseli solo una minoranza della popolazione. (...) Certo, sarà una gran bella cosa se l’esercito manterrà la promessa, fatta sia in Egitto sia in Algeria, di mettere fine allo stato d’emergenza in vigore da decenni. Ma questi cambiamenti dall’alto, che porteranno vantaggi quasi immediati al ceto medio-alto serviranno a dare un destino migliore a tutti i Mohamed Bouazizi del mondo? È ancora tutto da vedere". Sarà bene quindi aprire gli occhi - soprattutto dopo la batosta economica - perché, come scrive ancora Rieff: "quest’anno le rivoluzioni del mondo arabo faranno molto per alcuni, ma lasceranno emarginata e sofferente la maggioranza dei cittadini. Con tutte le conseguenze, sia morali sia politiche, che ne deriveranno".

Ad essere pessimisti però non è solo Rieff o il sottoscritto ma anche "I tunisini poveri non sembrano molto ottimisti. Nelle settimane successive alla caduta della dittatura di Ben Ali, migliaia e migliaia di loro sono salpati a bordo di gommoni per cercare di raggiungere l’Europa e una vita migliore, e sono sbarcati nell’isola italiana di Lampedusa. Questa gente non sembra nutrire una grande fiducia di ottenere migliori prospettive economiche in una Tunisia democratica. Perché giustamente "i ragazzi che salgono a bordo di quelle carrette del mare non si mettono certo a fare la cronaca della traversata con la videocamera del telefonino, non scrivono su Twitter o su Facebook per far sapere agli amici che hanno deciso di tentare la sorte in Europa. E oggi, nel Medio Oriente arabo, questi ragazzi sono ben più numerosi dei giovani attivisti per la democrazia che noi occidentali abbiamo giustamente elogiato in queste settimane". Sorprendentemente, sembra che io e Rieff siamo più vicini ai desiderata della maggioranza dei giovani arabi degli attivisti democratici e dei loro sostenitori in occidente.

Sostenitori che - nel totale sprezzo del ridicolo - fanno campeggiare sui propri blog "la diretta Twitter dal Cairo", tre quarti della quale è in arabo: una lingua che non capiscono. Il perché assistiamo a queste scene ridicole è ben presto spiegato da Rieff: "nella narrazione dei ciberutopisti, i gesti di auto-immolazione non trovano posto: sono troppo lontani dalla mentalità di noi occidentali. Invece Twitter e Facebook sono considerati indispensabili per il nostro stile di vita. In realtà quando facciamo il tifo per i tweet di piazza Tahrir, tifiamo per noi stessi. A questo punto potreste rispondere: che c’è di male, se poi ciò per cui facciamo il tifo a Tunisi o al Cairo sono gli ideali ai quali tendiamo come persone e come società, cioè la libertà personale e la democrazia rappresentativa? E io risponderei: niente, basta non confondere la nostra condizione con la loro. E invece lo stiamo facendo". Ma quando l'ho scritto io, che le condizioni non erano confrontabili qualcuno ha avuto l'ardire di dire che ero un "contro-rivoluzionario neconservatore". E dire che si credono pure democratici.