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giovedì 24 febbraio 2011

Le rivoluzioni arabe e la scuola ottimista.

Prima la Tunisia, quindi l'Egitto. Ora la Libia. Poi il Bahrein, lo Yemen, l'Algeria, il Marocco. Non si fa in tempo a capire che cosa sta succedendo da una parte che scoppiano manifestazioni dall'altra. Paesi diversissimi per forme di governo, situazione demografica, condizioni economiche e background culturale sono in preda all'agitazione. Una differenza che si rispecchia nelle reazioni dei propri leader: c'è chi fugge, chi si dimette, chi aumenta gli stipendi, chi cambia i ministri, chi è disposto a sterminare migliaia di vite. Eppure in alcuni di questi paesi la popolazione è esigua e il reddito procapite è altissimo, quindi un maggiore benessere economico non può essere invocato come elemento scatenante del caos: nessuno avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe scoppiata una rivolta, figuriamoci una rivoluzione. Davvero tutti i popoli del mondo arabo hanno deciso di sollevarsi in massa, nel giro di poche settimane, nel nome degli ideali della democrazia e della libertà? Credo sia alquanto ingenuo ridurre un fenomeno di questa portata a parole d'ordine a cui l'Occidente è aggrappato come uno scimpanzé all'albero di banane. Temo che il furore ideologico che sta animando diversi giornalisti, bloggers ed osservatori occidentali in queste ore stia impedendo loro di analizzare tutte queste rivoluzioni caso per caso e con le dovute cautele. Qualcuno paventa Califfati islamici guidati da barbutissimi fanatici, altri profetizzano democrazie laiche migliori di quelle occidentali ma pochi sono quelli che si fermano per riflettere seriamente, considerando ognuna di queste rivoluzioni in sé, valutandone attentamente origini e probabili sviluppi sulla base dei precedenti storici, delle forze in campo, delle strategie attuate, della situazione economica e dei tassi di alfabetizzazione e crescita demografica.

Lucia Annunziata, alcuni giorni fa, ha scritto su La Stampa un articolo in cui è partita da un esempio sbagliato (lo stupro di una giornalista americana in piazza Tahrir, un episodio tragico le cui responsabilità non possono essere accertate in modo univoco e che pertanto è inutile ai fini di un'analisi) per giungere comunque ad una conclusione giusta su come i media occidentali stanno seguendo questi eventi: "parte la grande macchina dei media, si forma una catena totale e globale, che crea un circuito virtuoso perfetto, in cui ogni immagine e idea rimbalza su se stessa, confermandosi a vicenda, e presto siamo tutti lì ad accettare questa rappresentazione come realtà, dimenticando ogni dubbio, ogni dato, conoscenza e studio acquisiti in precedenza". Siamo davvero sicuri che dietro tutte queste rivoluzioni ci siano veramente nobili ideali e non regolamenti di conti tra apparati, lotte tra tribù, tentativi di destabilizzazione che sfruttano l'onda dell'attenzione mediatica scatenata dalla "Rivoluzione del Gelsomino", secondo il dettame che recita "le rivoluzioni le pensano gli idealisti, le attuano i coraggiosi e le sfruttano i mascalzoni"?

Ma se io per ora sono scettico sul domani, quelli che in queste ore stanno facendo il tifo partendo dal presupposto "Quando c'è una rivoluzione è bello a prescindere e indipendentemente da ciò che succederà domani" non saprei se definirli ingenui o irresponsabili. Mi riferisco in particolare a quelli che David Rieff su Internazionale definisce i "ciberutopisti", che Miguel Martinez sul suo blog chiama "bloggers progressisti della scuola ottimista" e che io, molto meno prosaicamente, chiamo "Rivoluzionari col culo al caldo". Come quei bloggers e giornalisti che si sono "sciolti" non appena hanno visto, in Egitto, persone intente a ripulire e ad abbellire Piazza Tahrir. Secondo loro, il popolo avrebbe deciso di affermare che tutto quello che c'era prima - la sporcizia, l'incuria, la negligenza - era colpa di Mubarak (Ma dai...). Mi viene allora spontaneo fare un'affermazione che svela l'immaturità politica sia di coloro che sono scesi adesso a pulire le strade che di quelli che hanno lacrimato vedendoli: In un'intervista di 5 anni fa Mubarak disse chiaramente che non sapeva neanche come erano fatte, le strade. Quindi come la mettiamo con il fatto che noi, cittadini comuni, siamo vissuti nella negligenza per anni? Siamo proprio sicuri che il senso civico acceso dalla dipartita di Mubarak non scomparirà di colpo a telecamere spente, come quando è scomparso con la dipartita dei colonizzatori inglesi, odiati pure loro, dal paese? Spero vivamente di no, ma in ogni caso Lucia Annunziata non ha tutti i torti quando afferma che "C’è un eterno fanciullino nei nostri cuori di occidentali, sempre bisognosi di pensare che il mondo è molto meglio di quello che vediamo. Abboccando a ogni momento di felicità, a ogni bandiera che sventola, a ogni lacrima che si versa. Ma se la rivolta araba in corso in tanti Paesi è destinata a durare, sarà bene osservarla con occhi molto aperti".