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domenica 6 febbraio 2011

L'Egitto e i tempi che furono

Quando ammiravo le belle fotografie che illustravano i libri delle scuole occidentali in cui ho avuto la fortuna (una fortuna dovuta ai sacrifici dei miei genitori) di studiare al Cairo oppure quando ascoltavo le storie ambientate a Parigi o a Roma che ci venivano raccontate dai nostri insegnanti madrelingua (grazie ai quali oggi mi posso esprimere senza far sorridere alcuni benpensanti per "l'italiano non proprio perfetto") mi chiedevo spesso, pur vivendo in condizioni infinitamente migliori di molti miei connazionali, perché i nostri palazzi storici non fossero cosi curati, le strade di campagna cosi pulite, gli ospedali pubblici cosi efficienti, i mezzi di trasporto cosi puntuali come in quelle città e in quei paesi. Non ce lo meritavamo, forse? Perché c'era tutta questa povertà in giro, questa gente cosi calpestata nei propri diritti e aspettattive ma sempre sorridente, sempre disposta ad essere ospitale ed accogliente nei confronti di tutti, a cominciare dagli stranieri i cui paesi per troppi anni ci hanno sfruttato? O - meglio ancora - come abbiamo fatto a perdere tutte queste cose, che pur sono documentate nell'album dei miei nonni? Quando poi sono partito, ho sempre pensato che se tutto ciò ci fosse stato, in Egitto, non avrei mai e poi mai lasciato il mio paese.

Credete forse che mi sia piaciuto il modo in cui mi squadrò l'addetta dell'ufficio turistico dell'aeroporto di Torino, che mi catalogò automaticamente come "marocchino" dopo aver preso in mano il mio passaporto, fornendomi le indicazioni di quella che poi si è rivelata una stamberga dove tutte le stanze del piano avevano un solo bagno in comune? O le brusche maniere con cui venivo liquidato da quelli che - increduli che non fossi italiano per come mi esprimevo - proponevano appartamenti in affitto non appena mi chiedevano il nome e, in subordine, la nazionalità? O forse mi è piaciuto, io "ragazzo di buona famiglia" riciclarmi come imbianchino e restauratore di un appartamento in pessimo stato solo perché l'unico disposto ad affittarmelo (in nero) era un tizio, segnalatomi per vie traverse da un'italiana d'Egitto? "Non ho mai potutto affittarlo per via dello stato in cui si trova", mi spiegò aprendo la porta e lasciando i barattoloni di vernice e gli attrezzi di lavoro sul pavimento. Dopo due mesi di duro lavoro mi ha chiesto di lasciare l'appartamento perché "ne aveva bisogno". Già.

Mi è forse piaciuto fare la fila dalle 5 del mattino in pieno inverno per chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno? Oppure sentire - strada facendo sul pullman di ritorno - i cittadini lamentarsi di quelli che "vengono a rubarci il lavoro"? Mi fa forse piacere arrabbattarmi con monotone traduzioni dall'arabo e consulenze varie solo perché vivo in un paese dove il lavoro, quello vero e gratificante per le tue competenze - specie se hai un curriculum umanistico - già scarseggia ma se lo trovi è solo grazie alle raccomandazioni di una famiglia o di un politico che ambisce al tuo voto quando tu non hai né l'una né l'altro da offrire? Mi fa forse piacere essere allietato ed illuso con un'assunzione per poi scoprire che era una truffa, col datore di lavoro che sperava che fossi io a pagarlo per garantirmi il rinnovo del permesso? Vogliamo continuare, a parlare della bella "carriera" che avrei fatto, che alcuni mi rinfacciano per dirmi quanto è al caldo il mio culo?

Per quanto mi riguarda, quando uno viene attaccato per una cosa e poi, nel giro di poco tempo, viene attaccato per l'esatto contrario significa che è imparziale e nel giusto. A causa dei miei articoli sulla presenza dei musulmani in Italia ero considerato da alcuni lettori, fino a non molto tempo fa, un amico dei fondamentalisti sul libro paga dei Fratelli Musulmani. Oggi, a causa dei miei articoli sull'Egitto e su Gaza scopro di essere un amico dei dittatori sul libro paga di chi perseguita i Fratelli Musulmani. E - in ogni caso - sarei un arrivista: un punto fermo praticamente in entrambe le versioni. Cosa mi ha portato tutto questo sforzo arrivista - durato anni - al di fuori di qualche riconoscimento, per altro non italiano? Un posto pagato in un partito? Una collaborazione retribuita con un quotidiano? No: inviti del Dipartimento di Stato USA e attestati di benemerenza dell'Ambasciata egiziana che vengono oggi strumentalizzati per dimostrare quanto sia un agiato venduto che pontifica. Sappiate che ho a cuore l'Egitto più di tutti voi messi insieme: mi piacerebbe vederlo voltare pagina, ma so che non sarà il braccio di ferro attualmente in atto a garantire ciò. Perché quando si risolverà questa contrappoisizione tra un presidente che - io credo e spero voglia dimettersi - ma che non lo fa prima della scadenza del mandato perché sottoposto alle pressioni dei governi arabi vicini che se la fanno sotto e dell'esercito a cui appartiene in qualità di comandante supremo da una parte e gli oppositori che hanno il sacrosanto diritto di dire basta ma che per ora non hanno alternative da offrire dall'altra, porterà solo a guai strutturali di natura economica di cui pagheremo, noi egiziani e non i sessanttotini occidentali frustrati in giro per il web, le conseguenze.