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sabato 5 febbraio 2011

L'Egitto e la memoria corta

Una delle foto trionfalmente sbandierate da molti manifestanti dell'opposizione egiziana dimostra, purtroppo, quanto può essere corta la memoria di un popolo. Mi riferisco alla foto del Colonello Nasser, secondo presidente della Repubblica Araba d'Egitto e vero artefice della rivoluzione del 1952 che ha portato l'Esercito al potere nel paese. Ebbene, Nasser viene oggi osannato come un eroe d'altri tempi soprattutto dai poveri che ricordano o hanno beneficiato dai provvedimenti di redistribuzione dei terreni agricoli confiscati ai ricchi latifondisti. Uno scrittore egiziano dell'attuale opposizione - che è pur finito in carcere sotto il regime nasseriano - spiega in un'intervista al Corriere che allora si stava meglio economicamente "Perché ai suoi tempi ho trovato lavoro in sei mesi". Evidentemente, come molti egiziani, non riesce a capire che Nasser aveva ereditato un paese con le casse ancora piene e che gli effetti di ciò che avrebbe combinato negli anni della sua presidenza si sarebbero sentiti solo sotto Sadat per poi esplodere violentemente sotto Mubarak con la crisi finanziaria globale.

E' a Nasser, infatti, che dobbiamo la totale distruzione delle basi dell'economia egiziana nel lungo termine, aggravata ovviamente da decenni successivi di corruzione e ruberie. Fino al 1952 anche i centesimi della lira egiziana erano coniati in argento, dopo si è passati alle banconote e la riserva aurea della Banca centrale è servita a finanziare guerre di "liberazione panaraba" a destra e a manca. Non parliamo poi delle nazionalizzazioni che hanno ridotto l'economia egiziana ad un inefficiente carrozzone statalizzato. E come se non bastasse, Nasser era - lui si che lo era sul serio - un feroce e spietato dittatore, uno che gli oppositori (tutti: dai Fratelli Musulmani ai Comunisti) li buttava in prigione dimenticando la chiave (se ti azzardavi a dire una barzelletta sul presidente o a criticare la sua politica al bar il giorno dopo eri prelevato dai Servizi di Sicurezza e non si sapeva dove eri finito, altro che bloggers e scrittori contrari al regime, pur tra mille difficoltà). E infine, la ciliegina sulla torta: è a lui e alla sua brillante retorica panaraba (leggasi "parole") che dobbiamo una lunga guerra con Israele che ha privato l'Egitto del Sinai, della sua forza militare e dei suoi giovani, bloccati sul fronte per sette dolorosi anni, fino al sacrificio di sangue finale nella guerra del 1973.

Ecco chi era l'eroe riformatore il cui ricordo viene oggi invocato da molti manifestani dell'opposizione. Ma a Nasser si è evidentemente disposti a perdonare tutto perché lui si è opposto fermamente ad Israele. Per contrapposizione, quelli che invece sono stati costretti a bloccare le frontiere con Gaza sono dei codardi e dei venduti. Il dramma è che molti manifestanti, figli di trent'anni di pace, credono davvero che la guerra sia una passeggiata e che Israele se ne starà li ad assistere all'abbraccio fraterno fra egiziani e palestinesi. L'ipotesi che Israele possa reinvadere il Sinai con la scusa di creare "una zona cuscinetto" e chiudere la striscia di Gaza in una morsa ancora più stretta di quella di Mubarak non li sfiora nemmeno. Già all'epoca spiegai (rileggetevelo, quell'articolo) che la decisione presa dal governo egiziano era la "meno peggio" e che se la si voleva cambiare si doveva fare pressione sulla comunità internazionale che l'ha imposta all'Egitto. Eppure, in questi giorni, qualcuno mi rinfaccia questa analisi facendola passare - anche questa, mica solo il fatto che ho curato eventi culturali in collaborazione con le istituzioni egiziane - come "sostegno al regime" e "vile collaborazionismo".

Cosa e chi c'è dietro queste patetiche accuse è presto detto: non c'è solo, per dirla con un commentatore, "Quella che andava in piscina in Egitto nell'hotel a cinque stelle, quella tanto rivoluzionaria che appena ha avuto il posticino fisso in Italia, ha mollato l'Egitto veloce come una saetta, quella che ha cambiato città per lavoro con il certificatino che diceva che Milano l'angustiava" e che ce l'ha con me per motivi strettamente personali ma - cosa ancor più grave - gente che vuole dipingermi come agente di una dittatura per impormi, d'ora in avanti, di "smetterla di dire a noi italiani come ci dobbiamo comportare con gli immigrati". Spiacente di deludervi: la battaglia per la democrazia in Egitto combattuta da gente che l'Egitto l'ha visto sul catalogo dell'agenzia viaggi o come temporanea opportunità lavorativa per fare la vita da nababbi a basso costo non c'entra molto con quella contro il razzismo in Italia combattuta da un immigrato che in questo paese ci lavora e ci vive da anni tra mille difficoltà.

Si sa molto bene che, anche se si presenta bene, un immigrato arabo in Europa non gode dello stesso trattamento di favore - economico e sociale - di cui gode un immigrato occidentale nei paesi arabi. Il modo in cui l'ultimo degli europei viene trattato al Cairo è largamente più dignitoso del modo in cui è stato trattato un membro dell'ex-famiglia reale egiziana quando era in esilio in Europa. Un soggiorno a proposito del quale affermò: "Mon cher, en Europe tu es un chien", sei un cane. Ed è altrettanto evidente che c'è un enorme differenza fra chi incita alla divisione in un paese che non è il proprio e chi invece invita a evitare la guerra civile perché il suo paese ce l'ha a cuore. Paragonare i rivoluzionari col culo al caldo con chi il culo non ce l'ha al caldo affatto, semplicemente per esortarmi a "non fare la morale sul razzismo in Italia" è un gioco sporco e fa vedere come alcuni la intendono veramente, la democrazia per cui combattono a distanza. Finita questa crisi in Egitto (insciallah), tornerò quindi a fare la morale come e più di prima. Democrazia permettendo, of course.