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martedì 8 febbraio 2011

Perché mediare in Egitto? (I)

Fortunatamente il popolo egiziano non è monolitico come lo vorrebbero dipingere i media e i blog italiani che delineano un quadro in cui si sta "O con la feroce dittattura o con la piazza unita". Le opposizioni scese in piazza contro Mubarak sono fra le più disparate. Non è vero che sono tutti "Fratelli Musulmani" né che essi siano solo "Bloggers e ragazzi laici per bene". Anzi, in questo frangente, spesso e volentieri gli antidemocratici sembrano essere proprio questi ultimi, anche se non se ne rendono conto: a più riprese giovani manifestanti hanno dichiarato che "non accetteremo di essere governati da una corrente islamista". E se a volerla fosse il Popolo? Leggo su La Stampa che un gruppo di manifestanti che intonava "L'islam è la soluzione" è stato accerchiato e costretto a scandire lo slogan "Musulmani e cristiani per l'Egitto". Non so voi, ma a me non sembra tanto democratico, tecnicamente parlando: obbligare la gente a gridare ciò che tranquillizza l'occidente e i laici egiziani non è democrazia e maschera quella che potrebbe essere la volontà del popolo. Se la vuoi davvero, la democrazia, devi essere diposto ad accettare anche ciò che non ti piace. Ecco perché presentare la piazza come una "piazza unita" solo perché adesso ha una sola richiesta è davvero pericoloso. Tant'è vero che le differenze diventano più evidenti quando si parla proprio dell'obiettivo finale: c'è chi vorrebbe processare Mubarak, chi lo vorrebbe esiliare, chi vorrebbe solo le sue dimissioni e chi è disposto, anche fra le opposizioni con buona pace di chi non ci crede, ad aspettare altri 200 giorni. Ci sono copti che sono andati in piazza e altri che hanno accolto l'invito del loro Papa - schieratissimo con Mubarak - a non partecipare alle manifestazioni.

C'è quindi anche chi - e qui mi spiace andare controcorrente - Mubarak lo sostiene convintamente o che si è rassegnato ad accettare l'idea che si dimetta "purché non venga umiliato" senza per forza essere "criminali pagati dal regime", "poliziotti in borghese" o gente "interessata" come hanno ingenuamente (?) lasciato intendere i media occidentali. Basterebbe leggere i giornali e i forum egiziani per capirlo o gli stessi commenti sotto gli articoli del sito di Aljazeera in arabo (mi raccomando: imparate l'arabo prima di occuparvi di mondo arabo, è utile per andare oltre i commenti in inglese fatti ad uso e consumo dell'occidente). Tra i miei ex-compagni delle superiori, tutti trentenni "con facebook", si è scatenata la bagarre fra chi vorrebbe rovesciare Mubarak e chi vorrebbe una nuova Tienamen (Dio ce ne scampi) giudicando Mubarak "troppo morbido con un branco di agitatori", chi non lo sopporta affatto ma lo ritiene comunque "un simbolo trentennale dell'Egitto" ed altri che vogliono che "il casino finisca e basta" non importa come "purché si torni a vivere". Proprio questa babele di posizioni dovrebbe spingerci a cercare la via della mediazione, invece che soffiare sul fuoco della guerra civile, come irresponsabilmente fanno quelli che dipingono un quadro di contrapposizione tra sgherri pagati dal regime e un piazza monolitica.

Il fatto che un governo autoritario abbia sostenitori convinti non dovrebbe sorprendere nessuno, soprattutto nell'Italia che ha conosciuto la popolarissima dittattura mussoliniana e la successiva Repubblica di Salò. Con questo non sto paragonando il governo egiziano a quello fascista, ma cerco semplicemente di chiarire che un governo non dura venti o trent'anni basandosi solamente sulla repressione: nel bene o nel male gode di un margine di sostegno o quantomeno di apatia rassegnata che va al di là delle forze armate o di sicurezza controllate non tanto dal presidente di turno ma da un ben più largo e radicato sistema di potere. Nemmeno la più feroce delle dittatture - quella nazista - sarebbe riuscita a reggersi sulla sola Gestapo e le prigioni. Il quadro cambia quando i popoli cominciano a percepire il baratro. Durante la seconda guerra mondiale, il malcontento - soprattutto in Italia - è venuto fuori con la fame e la distruzione generata dalla sconfitta, non perché ci fosse una generica "voglia di democrazia" e un'autentica solidarietà con la Resistenza. La cruda verità è che se Mussolini non fosse andato in guerra, o non l'avesse persa, probabilmente oggi ci sarebbe stato qualcuno della sua famiglia a governare l'Italia. (Leggi la seconda e ultima puntata)