Notizie

Loading...

mercoledì 9 febbraio 2011

Perché mediare in Egitto (II)

Leggi la prima puntata

Molti si scervellano per capire se la rivoluzione egiziana è dovuta ad un'autentica voglia di democrazia o più semplicemente al collasso economico. Io non nego né sottovaluto ovviamente il ruolo giocato da nobili principi quali "Libertà", "Identità", "Dignità" fra i tanti giovani, professionalmente molto ben inseriti e con tanto di profilo Facebook, che sono scesi in piazza. Anzi, sono stati proprio questi ideali ad accendere la miccia, e questo è perfettamente rispondente a quanto ho sempre affermato su questo blog: i grandi cambiamenti avvengono grazie agli ideali di un'élite istruita e benestante. Ma la società egiziana è in larghissima parte povera e analfabeta, nonostante alcuni si siano fatti abbagliare dall'avanguardia di bloggers che manifestano. La gente semplice - quella che sopravvive giorno per giorno con poche lire - spera soltanto che tutto si sblocchi al più presto, non importa come, per riprendre a vivere. Di certo questa gente non è ostile al cambiamento (e chi rifiuterebbe la prospettiva del meglio?), ma non scende neanche in piazza in massa. Non per paura, che ormai la barriera della paura è crollata da molto tempo, ma perché la loro priorità è quella della mera sopravvivenza. La fuga dei turisti e la chiusura delle fabbriche e dei cantieri minaccia seriamente il loro pasto giornaliero nel senso letterale del termine. Poi ovviamente c'è la chiusura di internet e della rete mobile per 5 giorni che ha danneggiato l'economia come fa notare qualcuno (90 milioni di perdite su non so quanti miliardi), ma i poveri non campano mica comprando azioni sul web o al cellulare: campano di mance, di vendita di souvenir, del duro lavoro in un cantiere. Comprano fave e un pezzo di pane giorno per giorno. Dire loro "abbiate pazienza ma stiamo facendo la rivoluzione per il vostro bene, non importa quanto duri" è logico, lo capisco io, ma non è funzionale al raggiungimento degli obiettivi auspicati dai manifestanti perché alla lunga potrebbe far mancar loro proprio il sostegno della maggioranza per cui dicono di combattere. Ecco perché bisogna, ancora una volta, mediare.

Dal punto di vista politico ed economico, molti popoli arabi si trovano oggi in una situazione simile a quella in cui si sono ritrovati tedeschi e italiani dopo la II guerra mondiale: un totale disastro economico. Ma con aggravanti strutturali, culturali e demografiche che in Europa non c'erano, rese ancora più insuperabili dalle conseguenze della recente instabilità. Per di più l'opposizione laica e istruita che piace all'occidente non è affatto organizzata - si sta organizzando, sembra, solo in queste ore - e i suoi esponenti più in vista sono persone, rispettabilissime e capaci senza dubbio, ma che mancano dall'Egitto da diversi decenni. Credere che riusciranno a risolvere miracolosamente gli atavici problemi del paese grazie alle dimissioni immediate di un solo presidente e dopo aver fatto piazza pulita di tutta la precedente classe politica è pura illusione. Chi la storia la conosce seriamente e non parla per slogan sa che un paese retto per trent'anni da un partito non può risollevarsi senza riciclare anche esponenti del vecchio sistema, ovvero quelli capaci - almeno in un primo momento - di "mandare avanti la baracca". Qualcuno cercherà di strumentalizzare questa mia riflessione: pazienza. Ma la verità storica è che Germania e Italia sono oggi economicamente migliori grazie a questa intuizione dei vincitori americani. L'Irak invece è piombato nel caos proprio a causa dello scioglimento totale del partito e dell'esercito di Saddam.

Mi sia permesso di scrivere un'ultima cosa: non mi fido dei sessanttotini europei che si riempiono la bocca con la loro "solidarietà" e "empatia" per il popolo egiziano. Il motivo principale è riassunto nel proverbio arabo "Chi ha la casa di vetro non butta sassi sui vicini". In alcuni paesi civili e democratici, politici inqualificabili e corrotti continuano a governare da almeno un ventennio, imperterriti, con la complicità di media che non hanno nulla da invidiare a quelli di un regime. E stendiamo un velo pietoso su tutto il resto. Dov'è finito il loro ardore rivoluzionario, come hanno funzionato i decantati strumenti democratici? Cosa sono riusciti a fare? Non cambia nulla perché la maggioranza confermerebbe comunque lo status quo. Il più umile degli operai ha da mangiare, la televisione accesa e almeno una settimana di vacanza in programma. E pazienza se qualche giovane si suicida per mancanza di prospettive o muore dopo un fermo, tanto "nelle dittatture i numeri di chi finisce cosi sono molto più grandi" (sic). Ci sono anche i poveri, certo, ma non nelle dimensioni dell'Egitto. Ed è qui che le dimensioni contano sul serio. Mi perdoneranno quindi i lettori se, come egiziano, non sono disposto ad accettare lezioni e consigli democratici da questi falliti (nel senso politico del termine) che ora scrivono o addirittura scendono in piazza o vanno alla volta del Cairo "per solidarizzare con i manifestanti egiziani". I manifestanti egiziani sono molto più capaci di loro: devono solo organizzarsi e anticipare il bene del paese all'entusiasmo giovanile senza prestare ascolto ai suddetti falliti d'importazione. (Fine)