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martedì 15 febbraio 2011

Simbolo e Sistema.

Dopo aver allegramente festeggiato le dimissioni dell'ottantaduenne Mubarak, diventato simbolo e ricettacolo di tutti i mali del paese - dalla povertà alla burocrazia - i manifestanti hanno quasi completamente svuotato piazza Tahrir, ad eccezione di duecento irriducibili che sono stati invitati - pena l'internamento militare - a sgomberare. L'Esercito egiziano al controllo degli affari del paese, guidato dal Feldmaresciallo Tantawi (ministro della difesa dal 1991), ha chiesto al governo in carica, lo stesso nominato dal presidente uscente una settimana fa, il disbrigo degli affari correnti fino alle prossime elezioni. Il primo ministro, Generale Ahmad Shafiq, ha dichiarato che la priorità è la sicurezza mentre il ministro delle Finanze, in un'intervista alle reti arabe, ha dichiarato che "le dimissioni del Presidente Mubarak non cambieranno né modificheranno la politica di riforma economica del paese che proseguirà normalmente e senza alcun cambiamento". L'esercito ha comunicato che garantirà il rispetto dei trattati regionali e internazionali, con buona pace di chi voleva chissà quale sconvolgimento geostrategico. Il paese - in cui l'esercito ha giocato un ruolo da protagonista dal 1952 - sembra quindi, al momento, solido e stabile. E come egiziano nazionalista (e me ne vanto) non posso che essere contento: non voglio che la mia patria si trasformi in un altro Iraq e, detto fuori dai denti, non auspico nemmeno che si trasformi in un circo i cui abitanti sono convinti di vivere in una democrazia solo perché un branco di politici si scanna ogni sera in diretta TV. Spero che l'esercito riesca a riportare un po' d'ordine in un paese che è sull'orlo del collasso.

In questo nuovo Egitto che tanto ha entusiasmato il mondo, si pone una domanda cruciale: quanto è maturo politicamente, il popolo egiziano? E' una domanda a cui preferisco rispondere senza ricorrere a slogan e ancor meno con parole mie, se non altro per evitare i democratici tentativi di deligittimazione di alcuni squadristi virtuali. Lo farò quindi con le parole di Amr Osman, uno degli intellettuali che hanno portato la gente in piazza e che l'11 febbraio scorso, a rivoluzione conclusa, ha scritto su Al Shorouq, noto quotidiano dell'opposizione egiziana (non addomesticata), un lungo articolo di cui mi piacerebbe estrapolare alcune frasi. Primo: "Gli accadimenti recenti hanno dimostrato che ampie fasce del popolo egiziano non sono preparate a sopportare il peso del cambiamento. Evidentemente il popolo egiziano pensa che le rivoluzioni durano pochi giorni dopo di ché se ne raccolgono i frutti. Ma la storia ci dice che le rivoluzioni sono processi molto lunghi con molte vittime e perdite che possono essere immense. La rivoluzione francese, per esempio, è durata una decina d'anni, morirono centinaia di migliaia di francesi e la democrazia si potè dire acquisita solo dopo ottant'anni". Secondo: "La storia, a partire dal 1952, ha rivelato che gli egiziani non hanno fatto i conti con la legittimità del governo autoritario individualistico. Quando alcuni egiziani sfilano con le foto di un dittatore precedente allo scopo di rovesciare il dittatore attuale, significa che sono incappati in una contraddizione che induce sia al riso che al pianto. Una contraddizione che indica chiaramente una forte debolezza nella cultura politica che rende il popolo incapace di rinunciare ad un governo autocratico". Terzo: "l'empatia di diverse fasce del popolo egiziano nei confronti del presidente Mubarak dopo il discorso di mezzanotte del 2 di febbraio (quello in cui diceva che voleva morire nella sua patria, ndr) indica chiaramente l'incapacità di queste fasce di considerarlo un impiegato pubblico che serve il popolo e non il padre del popolo".

Tutto ciò che Osman ha scritto a rivoluzione conclusa è stato affrontato in diversi post pubblicati su questo blog mentre i fatti erano ancora in pieno svolgimento. Osman conferma sostanzialmente quanto dissi circa il fatto che la maggior parte del popolo egiziano sperava e spera in una rapidissima conclusione di questi eventi, non importa come: la gente vuole stabilità e pane. E il problema è insito proprio nel fatto che questa gente non ha la maturità di aspettare: le manifestazioni ora in corso (dai poliziotti ai dipendenti del museo egizio) per l'aumento degli stipendi - dopo un'incredibile batosta economica - ne sono la piena dimostrazione, altro che "embrione della democrazia". Osman conferma anche quanto affermai circa la memoria storica corta e l'incapacità di valutare criticamente l'operato dei presidenti che hanno governato il paese dal 52. Cosi come conferma la presenza di fasce popolari disposte a solidarizzare con Mubarak per convinzione e non necessariamente perché "pagate" e quindi la predisposizione endogena ad un governo autocratico. A questo punto non rimane che porsi la stessa domanda con cui Osman conclude il suo articolo: "Il popolo egiziano è pronto a farsi carico del peso della libertà e dell'esercizio democratico che necessita di scegliere tra più opzioni?". E' alquanto singolare e indicativo che nel 2011 ci si ponga la stessa domanda su cui il consiglio militare rifletté dopo la deposizione di Re Faruk nel 1952, arrivando alla conclusione che no, il popolo non era pronto.