Notizie

Loading...

giovedì 10 marzo 2011

Caso Egitto o Caos Egitto?

Il "Caso Egitto" che sui media italiani ha ispirato vibranti editoriali e appassionate dirette rischia di trasformarsi in un "Caos Egitto"? Allo stato attuale sembrerebbe proprio di si. Se da un lato il recente assalto alle sedi della Sicurezza di Stato ha pubblicamente mostrato strutture e metodi (celle, strumenti di tortura, attività di dossieraggio) la cui esistenza era nota agli egiziani da anni (bastava leggere "Palazzo Yacoubian" o vedere l'omonimo film), dall'altro ha dato il colpo di grazia all'autorevolezza del corpo della polizia in senso più lato. E in un paese dove per decenni molti problemi venivano risolti in vie "extragiudiziarie" (e cioè con la forza bruta, con il ricorso ai baltagheya - veri e propri "mercenari" - anche da parte dei privati) a causa della lentezza della giustizia e in cui i metodi poco ortodossi usati da alcuni ufficiali erano purtroppo un deterrente tristemente noto, la deligittimazione ad oltranza ed in blocco delle forze dell'ordine si è immediatamente fatta sentire. Oggi, in Egitto, il caos supera di gran lunga quello che imperava nei primi giorni della rivoluzione perché i criminali non rispettano più la divisa: scontri confessionali con decine di vittime e distruzione di chiese, energumeni armati che si impossessano con la forza di appartamenti inabitati certi che nessuno potrà farli sloggiare, altri che assaltano i magazzini delle antichità in giro per il paese svuotandone l'intero contenuto su autocarri, tassisti che rapinano i propri passeggeri, categorie professionali che tentano di linciare i propri superiori con l'accusa di essere "Mubarakiani" (un'accusa che spesso nasconde piccole meschinità personali, e da queste parti ne sappiamo qualcosa). I criminali scorazzano per il paese e se ne vantano, tanto da spingere il governo appena insediato a prospettare la pena capitale per chi causa la morte in seguito ad un tentativo di furto o di aggressione. Wael Ghonim - il dirigente Google diventato uno dei volti più noti dei "ragazzi di Tahrir" - moltiplica post e video sugli abusi del vecchio regime intitolandoli "Non chiedo scusa Presidente" come reazione chiaramente allarmata all'aumento esponenziale delle adesioni ai gruppi facebook pro-Mubarak come "Chiedo scusa, Presidente" oppure "Ammiratori del Presidente Mubarak" (uno di questi è schizzato da 500 a circa 77000 aderenti circa in pochissimi giorni). Ghonim si appella agli iscritti del suo profilo Facebook: "Non dobbiamo accusare chiunque sia contro la rivoluzione di essere un fedele del vecchio regime. Molti lo sono perché stanchi della mancanza di sicurezza nel paese". Un caos che i complottisti attribuiscono alle stesse forze dell'ordine (in vendita per pochi spiccioli sui marciapiedi del Cairo ci sono molti documenti scottanti sotratti alle sedi della Sicurezza di Stato ma il rischio che molti di questi siano falsi e/o creati ad hoc per creare confusione e regolare conti sospesi è assai elevato) mentre molti altri lo attribuiscono, tout court, alla stessa rivoluzione: un rischio che avevo ampiamente presagito e che tutto annuncia fuorché un clima serenamente democratico. Ghonim aggiunge: "la maggioranza silenziosa è con noi oggi ma potrebbe essere contro di noi domani se la sicurezza non torna alle strade e se l'economia non riparte". Un'osservazione che riassume ciò che il sottoscritto ribadisce da settimane, ormai. Mi viene in mente un editoriale di Bilal Fadl, intellettuale dell'opposizione che scrisse alcuni anni fa: "Invitai il mio amico - quello che mi chiedeva quando saremmo diventati un paese democratico - nell'androne di un lussuoso palazzo e gli indicai una lista di nomi attaccata alla porta dell'ascensore. "Quelli", dissi, "Sono i locatari milionari che si rifiutano di pagare le spese condominiali, col risultato che le parti comuni sono ridotte allo stato disastroso che è sotto i tuoi occhi. E se questo accade in un palazzo dove un appartamento costa milioni, ti lascio immaginare cosa succede in tutti gli altri. Quando noi egiziani riusciremo a metterci d'accordo su come gestire un condominio, forse riusciremo a gestire anche un paese democratico".