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domenica 27 marzo 2011

Il Conto (salato) della Democrazia.

A Lampedusa il numero degli arrivi è in crescita esponenziale. Ogni giorno arrivano due o tre barconi di migranti, in maggior parte tunisini. Gente che oggi vive su quella minuscola isoletta in condizioni indescrivibili, che si rivolta pretendendo più cibo, più acqua, più sigarette, che i lampedusani non vedono l'ora di togliersi di torno e di cui il governo non sa che farsene al punto che è arrivato a promettere "una dote" di 1700 euro a ogni immigrato che decide di rimpatriare, visto che tutti gli altri paesi europei fanno finta di guardare altrove. Eppure la Tunisia era il primo paese arabo a rivoltarsi contro il proprio dittatore in epoca contemporanea. L'esempio che ha ispirato l'Egitto, la Siria, lo Yemen, il Bahrain e che ha dato l'opportunità alle tribù avverse a Gheddafi di rivoltarsi contro di lui con l'aiuto delle potenze occidentali. Quindi, secondo i canoni dei media occidentali, la Tunisia dovrebbe trasformarsi prima o poi in una bella democrazia che provvede generosamente ai bisogni di tutti, no? Ma gli immigrati tunisini, a cui presto - inshallah - si aggiungeranno a frotte quelli egiziani e quelli provenienti dalla Libia (africani, ma forse anche libici), sono molto più lungimiranti dei consulenti dei governi occidentali, dei giornalisti di Repubblica e dei bloggers ottimisti del web italiano, e quindi non si fanno illusioni sul futuro dei propri paesi. Un ottimo servizio sul Sole24ore, con interviste agli immigrati tunisini sbarcati a Lampedusa, è altamente istruttivo: quando Karima Moual chiese loro perché scappavano, perché non avevano pazientemente aspettato i "tempi della rivoluzione", per poco non l'hanno sbranata (erano trattenuti dal reticolato :-)). Perché questa gente semplice sa benissimo che il problema dei propri paesi, come ha detto uno di loro, non è tanto "Ben Ali" quanto "il sistema e anche la mentalità". In altre parole sanno bene che le cose non cambieranno e che non si possono permettere di aspettare: questa è l'occasione d'oro per tentare il grande balzo in avanti. Quando uno di loro disse "I paesi europei dovrebbero sopportare un po', e distribuirci sui vari stati" per poco non applaudivo. Aveva ragione: è impensabile che l'Italia da sola si faccia carico di questa fiumana di disperati, tutti i paesi europei devono pagare. Perché questi poveracci non sono l'avanguardia dell'invasione, come qualche mentecatto sostiene, ma il Conto della Democrazia. Non si può giubilare per la democrazia nei paesi arabi guardando Aljazeera English col popcorn in mano e poi, come fa qualcuno, scappare a gambe levate di fronte al primo maghrebino disperato che si aggira nei vicoli sotto casa invitandolo ad "andare a farsi amare un po' più in là". Abbiate pazienza, sopportate un po': i popoli arabi stanno pagando il salatissimo conto della Democrazia e continueranno a pagarlo caro e amaro tra crolli finanziari, fuga di investimenti, distruzione di infrastrutture, assenza di turismo e il rischio di svolte illiberali (non necessariamente di ispirazione religiosa, una svolta illiberale può essere anche laica o uno status quo peggiore di quello precedente). I paesi occidentali che tanto hanno fatto, a suon di bombe e campagne stampa, per giungere a questo brillante risultato devono contribuire anche loro, partecipare ai costi, sganciare i danè. Come diceva l'Imam salafita al Cairo, mentre invitava laici e copti a lasciare il paese (presto anche loro in Europa?): Non è questa la Democrazia che volevate? Eggià...Signori, la cena è servita e anche il salatissimo conto. Pagheremo caro, pagheremo tutto e - nel caso non sia chiaro - pagheremo tutti.