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giovedì 24 marzo 2011

Il lupo, il gatto, la Libia (e l'Egitto) (II)


Leggi la prima parte

Secondo quale scenario evolverà la situazione libica? I "volenterosi" saranno costretti a mandare le truppe sul terreno per farla finita con Gheddafi inaugurando l'ennesimo scenario somalo, iracheno o afghano, con tribù e fazioni che si fanno la guerra mentre attaccano anche "i liberatori"? Oppure - come lasciano intendere i tentennamenti italiani e arabi, le tensioni con la Francia, l'astensione della Germania, l'opposizione di Cina, Russia, Iran e America Latina - Gheddafi riuscirà a resistere e magari anche a sottomettere i ribelli? Anche se i media occidentali tendono a liquidarlo come un pazzo scatenato, il Fratello Colonnello è al potere da quando aveva 27 anni. Come giustamente sottolinea George Friedman, un influente esperto di intelligence, "Gheddafi non ha governato la Libia per 42 anni perché era un imbecille, e tanto meno perché non aveva sostegno. Era molto attento a ricompensare i suoi amici e a indebolire i suoi nemici. I suoi sostenitori sono molto motivati. Parte della narrazione attuale afferma che il tiranno sopravvive solo grazie alla forza e che la rivolta democratica lo avrebbe spodestato. La verità è che il tiranno in questo caso gode di molto sostegno, e che l'opposizione non è particolarmente democratica, organizzata e coesa". Un personaggio come Gheddafi verrebbe definito "un gatto dalle sette vite" e se questa volta gliene sarà concessa un'ulteriore, ci sarà da tremare per le sue creative ritorsioni (tanto per incominciare il figlio ha promesso che non accetteranno più immigrati arabi, egiziani, tunisini ecc. La Libia farà come il Qatar: porte aperte solo agli immigrati del sud-est asiatico). Se invece Gheddafi soccomberà, il futuro della Libia sarà tutt'altro che roseo. In entrambi i casi non lo sarà quello dell'Italia nel Mediterraneo: oltre al rischio ritorsioni, alla figura diplomaticamente barbina (che fine ha fatto il trattato italo-libico siglato neanche tre anni fa?), il Bel paese dovrà farsi carico delle decine se non centinaia di migliaia di disperati che inevitabilmente piomberanno sulle sue coste. Probabilmente cominceremo a vedere, in caso di sconfitta di Gheddafi se non prima, anche immigrati libici: una specie che non esisteva - checché si dica - grazie al welfare ghedaffiano. E in cambio? L'Italia otterrà probabilmente il ridimensionamento della propria fetta della torta energetica e di infrastrutture.

In ogni caso ciò che sta succedendo in Libia spiega benissimo perché non ho gioito eccessivamente per le rivoluzioni che si sono scatenate nei paesi arabi. Il rischio che un'agitazione prolungata in paesi geostrategicamente interessanti, politicamente immaturi e magari anche economicamente malmessi, si trasformasse in un invito a nozze con annesso lauto banchetto per ospiti voraci e sgraditi era ed è alquanto forte. Nel caso dell'Egitto si trattava e si tratta di un'ipotesi tutt'altro che remota, considerata la delicata posizione geografica del paese e la spinosa questione dei rapporti interreligiosi, che spesso ha visto lobby di espatriati agire a favore di un intervento esterno. Un rischio che rimane in piedi fin quando non rimane aperta la questione relativa al futuro del paese: come sottolinea ancora Friedman (ma l'avevo già scritto su questo blog): in Egitto, le telecamere si sono focalizzate sui manifestanti e non hanno affatto dedicato spazio alla stragrande maggioranza della popolazione che non si è ribellata. A differenza dell'Iran del 1979, i proprietari dei negozi e i lavoratori non hanno protestato in massa. Se essi sostenevano i dimostranti di Tahrir è tuttora oggetto di congetture. Forse si, ma i dimostranti erano comunque una minuscola frazione della società egiziana". Ebbene, come la pensa questa maggioranza? "Non è chiaro quale sarà l'esito finale", afferma Friedman, "l'Egitto potrebbe rimanere come è, diventare una democrazia liberale oppure una democrazia illiberale" (Friedman intende l'Iran, ndr). La cocente sconfitta del fronte laico dei "giovani di Tahrir" pesa non poco. Il movimento che ha spodestato Mubarak ora mostra i suoi limiti, e si dimostra (proprio perché minoritario e ininfluente, come sospettavo e avevo anticipato) incapace di orientare e influenzare l'opinione pubblica in questa fase di transizione. Al referendum per le modifiche costituzionali che si è svolto pochi giorni fa, ha stravinto il "Sì". Un esito a sostegno del quale si erano schierati il partito Nazional Democratico dell'ex-presidente e i Fratelli Musulmani, ossia i due storici antagonisti della scena politica egiziana, ma anche i Salafiti che sono passati dal buio delle celle ai pulpiti delle moschee. Pulpiti dai quali definiscono pubblicamente i giovani di Tahrir che tanto piacciono agli occidentali e ai rivoluzionari con il culo al caldo "atei e miscredenti". Il recente sermone di un influente Imam ha scatenato il panico sui quotidiani delle forze laiche, che pur esultavano - nonostante l'esito - per questo primo "referendum democratico" (che tra l'altro non aveva niente a che vedere con la religione o un presunto futuro orientamento teocratico del paese, ma che cosi è stato interpretato da molte forze di ispirazione religiosa): "Dio è grande. Abbiamo vinto. Era una battaglia fra la gente della fede e gli altri. Il popolo vuole la religione e l'ha detto nelle urne. Non è questa la loro democrazia, la democrazia che volevano? Ebbene, il popolo si è pronunciato. Dovete seguire i vostri Imam: se l'Imam vi dice di votare si, dovete votare si, anche se non vi piace. Perché l'Imam sa cosa è meglio per voi e per la fede. Adesso quelli del "No" sanno quanto valgono loro e quanto vale la religione e la sua gente. E a coloro che affermano che in questo modo la religione si insinuerà nella vita pubblica diciamo che cosi sarà. E chi non è soddisfatto può anche andarsene: non è vero che hanno i visti d'ingresso per gli Stati Uniti e il Canada? Non abbiate paura, amici miei: il paese è nostro". A favore del Si ha votato più del 70%. degli egiziani. Auguri democratici agli ottimisti laici.