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martedì 26 aprile 2011

Aljazeera, tra professionalità e parzialità (I)

Uno degli stratagemmi adottati per criticarmi pesantemente (o forse sarebbe meglio dire calunniarmi e insultarmi) durante i primi giorni di agitazione in Egitto è stato rinfacciarmi l'aver espresso serie riserve sull'operato della televisione qatariota Aljazeera, diventata nei giorni caldi della cosiddetta "Primavera araba" l'unica fonte di informazione per una schiera di giornalisti occidentali "col culo al caldo". Osservatori e bloggers che si sono trovati di punto in bianco nella scomoda posizione di dover fornire informazioni attendibili su un'area a loro evidentemente non molto famigliare. Purtroppo, nella concitazione degli eventi, non ho potuto approfondire l'argomento nel modo appropriato. Mi sono limitato solo a specificare, fra le altre cose, che "Non mi meraviglia che si sia schierata, Aljazeera: si sa benissimo che tra egiziani e gente del golfo non corre buon sangue: i primi considerano i secondi rozzi beduini e gli altri considerano gli egiziani degli altezzosi". A questa osservazione, tal Fulvia Maria De Feo - diventata autorevole esperta di cose egiziane ma che, in virtù dell'esperienza pregressa, avrebbe fatto meglio a continuare ad occuparsi di cose turche, di "amore ai tempi dell'Islam", ceretta e affini - mi rispose "Su Aljazeera in arabo, vanne a discutere con le centinaia di blogger e cittadini normali che stanno affollando tutti i social network del globo e che, stranamente, ti riderebbero dietro", liquidando il riferimento ai sentimenti di antipatia che corrono fra egiziani e abitanti della penisola arabica come "nonsense". Ebbene, il "nonsense" in questione è l'osservazione fatta nel saggio "I tre imperi. Nuovi equilibri globali nel XXI secolo" da Parag Khanna, definito dal New York Times Book Review "ragazzo prodigio della politica internazionale". Anzi, tengo a precisare che Khanna ha scritto che gli egiziani sono addirittura considerati da quelle parti "infidi accattoni". Purtroppo posso confermare che quest'osservazione è tutto fuorché "nonsense", termine che quindi viene gentilmente rispedito alla mittente e al suo blog che oscilla tra il gossip e lo stalking virtuale nei confronti di diversi malcapitati. Ma il tempo è galantuomo e ha dimostrato che avevo ragione su ogni singola cosa scritta - e a suo tempo ridicolizzata - su questo blog: i danni al patrimonio faraonico, il rischio della deriva estremista, i pericolosi limiti strutturali dell'economia egiziana. Ora dimostra che avevo ragione da vendere anche su Aljazeera.

"Al Jazeera ha abbandonato un ideale di obiettività e professionalità, scadendo in un giornalismo da bassi fondi che ha trasformato il canale da risorsa mediatica a sala operativa per l'incitamento e la mobilitazione". Non lo dice un dittatore arabo o il sottoscritto, accusato dalla signora nientepopodimeno che di "cercare di compiacere chissà quale funzionario del Consolato", ma Ghassan Ben Jeddo, uno dei volti più autorevoli della rete satellitare in lingua araba e capo dell'ufficio di Al Jazeera a Beirut, per spiegare le dimissioni presentate l'altro giorno. Ormai tutti gli esperti di media degni di questo nome concordano sulla faziosità manifesta della rete del Qatar, che io avevo denunciato sin dai primissimi giorni della rivolta in Egitto. Probabilmente ha influito non poco il fatto che ho avuto la fortuna di seguire un workshop sulla gestione dei media, con simulazioni di interviste in studio condotte da un'esperta statunitense, che mi hanno consentito di rendermi conto di come anche il dettaglio più insignificante possa avere un impatto micidiale sul telespettatore. Sulla rivista di geopolitica Limes, Mirko Colleoni analizza molti di questi aspetti cosi come sono andati in onda su Aljazeera, facendo notare come la rete abbia adottato una linea editoriale che di certo non si può definire imparziale: "promo brevi, poco più di trenta secondi, mandati in onda ripetutamente nell'arco della giornata, estremamente diretti, connotati tanto emotivamente quanto politicamente", colonne sonore con "musica dal ritmo incalzante e dai toni epici", sermoni dei predicatori islamici "carichi di pathos". Ora tutto questo sarebbe stato anche legittimo (ma di certo non imparziale) se non fosse che, ad un certo punto, Aljazeera ha assunto anche la brutta abitudine di diffondere informazioni false e tendenziose che descrivono un quadro dei fatti favorevole alla causa dei rivoltosi che però spesso non corrisponde alla realtà, e questo è molto grave per la credibilità di un media. E se in Egitto tale atteggiamento era subdolo e sotto traccia, in Libia è diventato lampante (Leggi la seconda parte)