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mercoledì 27 aprile 2011

Aljazeera, tra professionalità e parzialità (II)

Leggi la prima parte

L'elenco degli errori commessi da Aljazeera nella copertura degli eventi in Libia dovrebbe destare non solo stupore ma anche qualche sospetto: la rete ha spacciato immagini di repertorio dei loculi di un cimitero libico per fosse comuni, ha attribuito a un inesistente membro libico della Corte penale internazionale la valutazione (subito ripresa da tutti) di diecimila morti e cinquantamila feriti, si è inventata un bombardamento inesistente della folla da parte di Mig ed elicotteri che è all’origine della decisione occidentale di intervenire in Libia, ha riferito della conquista da parte dei ribelli di una base aerea che era invece saldamente nelle mani di Gheddafi, ha dato credito alla voce di una fuga del Colonnello in Venezuela. Un po' troppo per una rete che ambisce a fare concorrenza alle reti anglosassoni. E indovinate qual è l'unico paese arabo ad aver deciso di impegnarsi militarmente e economicamente a fianco dei ribelli libici? Già, il Qatar. Se a questo punto aggiungiamo il silenzio quasi totale della rete sulla repressione nel Bahrein e nello Yemen, solo un rimbambito col popcorn e una lattina di coca-cola in mano poteva rispondere alle accuse di parzialità da me sollevate invitandomi ad andare a discutere con i "cittadini normali" che mi "riderebbero dietro". Certo che lo farebbero: sono loro i telespettatori a cui Aljazeera si rivolge in maniera subdola e tendenziosa. Questo blog non è certo il New York Times, ma nei limiti del possibile il sottoscritto cerca di scrivere cose serie nella consapevolezza che la maggioranza silenziosa dei lettori sono addetti ai lavori e persone con un livello culturale di tutto rispetto. Ho quindi il dovere di analizzare criticamente le fonti, visto che - a differenza della signora Fulvia Maria De Feo - non scrivo di ceretta all'egiziana e di "quando lui è a letto con l’altra che, a sua volta, sa che lunedì-martedì-mercoledì è il letto di lei ad accoglierlo". Aljazeera la guardo come un media qualsiasi, non come l'Oracolo. E guardandola non potevo che chiedermi: cui prodest?

Riflettere criticamente sull'operato di Aljazeera permetterebbe in teoria agli addetti ai lavori di non far figuracce come quella fatta da Paola Caridi, una signora che scrive(va) articoli sulle rivolte in Egitto stando a Gerusalemme perché - parole sue - stava "scrivendo il suo terzo libro" ma che ha trovato il tempo di scrivermi che non avevo "altre armi intellettuali per combattere opinioni diverse dalle sue". E dire che fino a non molto tempo fa ne apprezzavo persino gli articoli. Ebbene: la signora Caridi ha frettolosamente sostenuto sul suo blog - proprio sulla base di quanto hanno affermato "i medici che parlano con Al Jazeera e i messaggi rimbalzati dagli esuli libici" - che era "improprio" chiamare ciò che succedeva in Libia "guerra civile" poiché si tratterebbe nientepopodimeno che di una "sollevazione popolare". Una definizione che le farebbe - quella si - ridere dietro chiunque, visto che è stata clamorosamente smentita dall'evoluzione dei fatti (La Libia è praticamente divisa in due) e dalle analisi degli esperti e di quotidiani autorevoli come il Washington Post (che confermano un sostegno non indifferente a Gheddafi a Tripoli e dintorni, in contrapposizione con Bengasi e dintorni). In effetti bisogna sempre tenere in mente che Aljazeera, anche se fa comodo per sfornare articoli sulle rivoluzioni arabe da un'opportuna distanza, non è un osservatore superpartes ma una parte direttamente in causa. E che un giornalista che ambisce a godere di una certa credibilità, come Ben Jeddo, si astiene dal fare il tifo per una delle parti impegnate nello scenario descritto ai propri lettori, altrimenti definirlo "fazioso" diventa un eufemismo. (Continua)