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giovedì 21 aprile 2011

Delusi dalle rivolte: i nuovi rischi

di Karima Moual, Il Sole 24 Ore.

«Le rivoluzioni necessitano di una leadership riconosciuta e capace di prendere il testimone. Ma è sotto gli occhi di tutti che l’opposizione - giovani, laici, occidentalizzati, internettiani - dopo aver scatenato tutto questo non è riuscita a proporre figure e partiti in grado di proporsi come valida alternativa alla guida del paese».
Non sono le parole di un occidentale scettico, ma di un giovane blogger egiziano di 28 anni (ormai ne ho 30, ndr) che mette nero su bianco nel suo blog Salamelik, quello che è ancora difficile da accettare per coloro che hanno voluto cambiar pagina cacciando Mubarak. Umori analoghi serpeggiano in Tunisia, davanti alle migliaia di ragazzi che si imbarcano per Lampedusa, ma c’è più ottimismo. E questo per l’Italia è certamente un bene. A mente fredda, dunque, si iniziano a tirar le somme sulle rivolte del Nord Africa: come si fa a far una rivoluzione e poi emigrare? (l’ondata migratoria dei tunisini a Lampedusa). Come si fa a lottare per la libertà e la democrazia per poi mettersi nelle mani dei salafiti? (il referendum egiziano sul cambiamento della costituzione che ha messo ko con il 77% dei sì la voce degli intellettuali e della borghesia). E in Libia? Rivolta contro il dittatore o guerra tra fazioni, con tanto di bombardamenti Nato. Non è solo sulle coste del Sud Italia che rischiano di naufragare le speranze delle rivolte del Nord Africa. «Dopo le nostre rivolte e rivoluzioni, a quando l’agognata evoluzione? Non era quest’ultima che cercavamo?» Gli amari interrogativi compaiono tra i commenti di facebook su un gruppo di sostenitori della rivolta in Egitto. La voce della speranza sembra perdersi. Certo è troppo presto per dirlo. Si pensi alla madre delle rivoluzioni, quella francese: durò almeno 10 anni e ce ne vollero almeno altri 80 per dar vita a uno stato democratico. Ma c’è anche chi si domanda se siano state propriamente rivoluzioni quelle a cui si è assistito. Su Jadaliyya.com, dell’Arab Studies Institute, Asef Bayat in un’analisi sul caso della Tunisia e dell’Egitto conia un nuovo termine: REFO-lutions. Tradotto: Rifo-luzione. «Rivoluzioni che vogliono spingere per le riforme in e attraverso le istituzioni degli Stati in carica». Per lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun «Quello che è successo in Tunisia e in Egitto è una protesta morale ed etica. Non è una rivoluzione ideologica. Non c’è un leader, non c’è un capo, non c’è un partito che porti avanti la rivolta. Milioni di persone sono scese in piazza perché quando è troppo è troppo ! È una rivoluzione di tipo nuovo: spontanea e improvvisa». In Tunisia la delusione per le ondate migratorie e i primi disordini è forte. E tuttavia il paese sembra reggere meglio dell’Egitto. Un elemento che può rassicurare l’Italia su una evoluzione positiva nel medio periodo degli esodi dal paese. Su Nawat.org. vengono annunciate passo dopo passo riforme e proposte. Si è capito che ci vuole stabilità per ricominciare e in questa direzione si sta avanzando. L’Egitto è un caos e un’incognita. L’instabilità è la regola. Inghiottire il rospo, per la perdita di credibilità con il referendum costituzionale, è difficile per i rivoltosi ma è anche una forma di politica. A cercare infatti qua e là nei blog e nei social network degli attivisti, non si trova traccia di un’autocritica ma solo ottimismo nell’arrivo del cambiamento. Arriverà. Come non si sa, ma arriverà. L’unico blogger che ha osato contraddire e criticare il potere attuale dell’esercito Maikel Nabil Sanad rischia 3 anni di carcere. Per trovare qualche analisi e riflessione bisogna lasciar da parte gli internauti della rivolta e spostarsi sulla stampa nazionale. Ecco allora che si scopre uno Stato allo sbaraglio, senza sicurezza (vista la perdita di autorità dei poliziotti egiziani con la rivoluzione) un’economia al collasso, e una paura messa nero su bianco dell’oscurantismo religioso, che potrebbe travolgere l’intero paese. Una paura che trova conforto nel solo esercito che per tagliare la testa al toro ha dichiarato che l’Egitto non sarà governato da un Khomeini. Applicando di fatto modifiche legislative che vietano la costituzione di partiti su base confessionale. «Il vero problema - dice il blogger Sherif El Sebaie - è che prima della cosiddetta "rivoluzione" politica c’è bisogno di una rivoluzione culturale. L’Egitto non è solo piazza Tahrir. E quel 77%, che ha fatto passare il no degli altri come empietà, dimostra quanta strada c’era ancora da fare».