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giovedì 14 aprile 2011

Egitto: rivoluzione o rifo-luzione? (II)

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Le rivoluzioni, per essere definite tali, necessitano di alcuni elementi di base, il primo dei quali è una leadership riconosciuta e capace di prendere il testimone. Ma è sotto gli occhi di tutti che l'opposizione giovane, laica, progressista, occidentalizzata, internettiana e di moda (e pertanto minoritaria) che ha scatenato tutto questo non è riuscita a proporre figure, partiti e organi dotati dell'autorevolezza richiesta e della credibilità necessaria per proporsi come valida alternativa alla guida del paese. Tant'è vero che sono stati proprio gli esponenti di questa realtà a chiedere all'Esercito di prolungare il periodo di transizione, nella speranza di riuscire ad inventarsi qualcosa prima delle elezioni. Ma con quali speranze, se non sono stati nemmeno capaci di orientare l'opinione pubblica verso il "No" durante il referendum per le modifiche costituzionali? Vale la pena ricordare che il "Si" ha vinto con il 77%, anche grazie ad una sapiente propaganda di stampo religioso che ha bollato il "No" come segno d'empietà. Una sonora sconfitta politica che ha sensibilmente eroso la legittimità del fronte intellettuale e borghese: scrittori, giornalisti, giovani laureati dell'Università Americana del Cairo, manager Google e via dicendo hanno tifato, appunto, per il "No". E dire che sono stati proprio loro il principale propulsore della "rifo-luzione". Ma, come giustamente affermava un influente Imam salafita: "Non è questa la democrazia che volevano?".

Ora, così come l'escalation salafita non può essere derubricata a spauracchio "a uso e consumo dell'Occidente" (solo i fan dell'estremismo possono sostenere questo), anche l'invasione del campo e la caccia all'arbitro durante la partita Egitto-Tunisia (due popoli che avrebbero dovuto festeggiare insieme il proprio successo) non può essere catalogata - in questo particolare momento storico - come mera agitazione calcistica. Entrambi i fenomeni, infatti, sono stati percepiti sui quotidiani egiziani per quello che effettivamente sono: pericolosi segnali di allarme lanciati da un paese sull'orlo dell'abisso. Per "non doversi pentire di aver partecipato alla rivoluzione" anche le pagine dei principali attivisti democratici moltiplicano gli appelli che invitano alla calma, a concentrarsi sulla ripresa economica (l'economia è infatti al collasso) e ad aiutare la polizia di riprendere le redini della sicurezza. Siamo tutti consapevoli - ad esclusione delle teste calde - che l'Egitto odierno, come sostiene un noto intellettuale egiziano, assomiglia sempre più "ad una vecchia casa di legno traballante, pianificata male e costruita peggio (il riferimento è alle colpe di Mubarak, ndr). Negli ultimi due mesi sono stati distrutti tutti i pilastri che la sorreggevano: il Presidente, il Partito Nazional Democratico, le camere, le forze dell'ordine, l'economia. Sul fronte estero si accumulano segnali preoccupanti: Israele bombarda lungo la frontiera e si prospetta persino un duro confronto con i paesi africani per le risorse idriche". Le Forze Armate sono l'ultima frontiera e l'ultimo baluardo. Una linea rossa che non è saggio né opportuno oltrepassare. Evitare la contrapposizione con l'Esercito, e non contribuire a provocare una rottura al suo interno (alcuni ufficiali residenti all'estero, già sospesi anni fa per gravi demeriti, sono comparsi sul web alla vigilia dell'ultima manifestazione per incitare alla rivolta contro il Consiglio Militare), è un imperativo morale prima ancora che politico: in gioco non è più la "rivoluzione" o la "rifo-luzione", ma l'Egitto stesso. (Fine)