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martedì 19 aprile 2011

I Limiti della Libertà (II)

Leggi la prima parte

Credo fermamente nel principio secondo cui "la tua libertà si ferma dove comincia la mia". Nel caso del niqab, la libertà di indossare un capo di abbigliamento si è fermata, secondo me, nel momento esatto in cui è diventato impossibile riconoscere minimamente l'interlocutore, valutare se aprirgli o meno la porta di casa, rivolgergli o meno la parola per strada, capire se sta ascoltando quanto gli viene detto o se invece sta facendo le linguacce. Il principio di "libertà vincolata" può (e deve) essere esteso anche in altri ambiti: la libertà di esprimere idee e pareri si ferma laddove si comincia ad offendere le sensibilità e i sentimenti altrui. Non è possibile, tanto per fare un esempio, permettere a docenti in cerca di visibilità di propagandare l'antisemitismo (sia nella variante anti-ebraica che nella variante anti-islamica) nelle aule a loro affidate o sui propri siti, con la scusa che questa sarebbe "libertà di espressione" e che un impiegato pubblico andrebbe giudicato solo per le sue capacità in aula e non per le "idee" che esprime fuori, ammesso che queste possano essere definite tali. Perché un insegnante, a differenza di molte altre figure professionali, è investito di un ruolo formativo e la sua immagine e credibilità è parte integrante del suo profilo professionale.

Ora, che razza di formazione viene garantita alle future generazioni se al loro insegnante è permesso di sindacare liberamente, celandosi magari dietro la questione palestinese o i principi dell'analisi storica, sul numero e i modi in cui milioni di persone sono morte nei campi di concentramento? Che razza di educazione si radica nei giovani se ad un insegnante è permesso di insultare a ruota libera la fede di milioni di immigrati con lo scopo evidente di spianare la strada per un altro pogrom? Se anche fosse vero che nessuno di questi concetti fa capolino in aula, e che tutto va invece in onda in rete e non a scuola, va ricordato e sottolineato che gli studenti potrebbero comunque rimanere influenzati da ciò che il loro docente scrive senza contegno alcuno nello spazio virtuale. La libertà dell'insegnante di dare sfogo alle proprie paranoie si è fermata quindi laddove l'educazione dei figli altrui risulta a rischio. Ecco perché, in questi casi, uno si aspetta una presa di posizione chiara ed inequivocabile del Provveditorato e del Ministero dell'Istruzione che purtroppo non arriva senza un'adeguata denuncia mediatica. Per carità, le accuse - in particolare quelle mediatiche - devono essere prima dimostrate in sede di giudizio, e vige sempre la presunzione d'innocenza: sappiamo bene di cosa sono capaci coloro che vorrebbero semplicemente infangare gli altri per motivi e screzi puramente personali. Per questo ci sono, appunto, le ispezioni ministeriali e la magistratura.

In passato rimasi sconvolto nel sapere che alcune insegnanti sono rimaste in cattedra nonostante siano approdate sui quotidiani più letti in Italia, quindi in tribunale o sotto ispezione, perché avevano diffuso in rete dettagli piccanti sulle proprie abitudini sessuali. Ebbene, facciamo un esempio assurdo: se un insegnante, un impiegato pubblico, cercasse di ricattare il proprio ex-amante secondo l'assioma «Se non mi dai i soldi faccio un articolo sul giornale, rivelo tutto ai tuoi, chiamo tua moglie, racconto tutto ai tuoi amici» - anche se non fosse condannata per estorsione - non dovrebbe continuare a salire in cattedra, sostenendo che i suoi erano "fatti esclusivamente privati" finiti chissà come sui quotidiani. Se minacci di rivolgerti ai media, e fai di tutto per fare del tuo caso un caso pubblico, non puoi lamentarti dopo se questi fatti - per una qualsiasi variabile impazzita - finiscono sui media sul serio. Un conto è se le tue vicende finiscono in rete contro la tua volontà, un'altro se sei stata tu stessa a mettere in movimento l'infernale macchina mediatica. Il fatto che un insegnante sia "impiegato pubblico" che lavora per conto dello Stato non è uno scudo, semmai un'aggravante. Altrimenti anche il potente di turno potrebbe sostenere che va giudicato per il suo operato e non per i suoi sfrenati festini privati. Sono privati, i festini, fin quando non è l'interessato a vantarsene, fin quando non si commettono reati e fin quando non hanno ricadute sul prestigio e l'integrità delle istituzioni rappresentate. E su questo, almeno, la Costituzione è chiara: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore".