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domenica 17 aprile 2011

I Limiti della Libertà (I)

Miguel Martinez è un fine intellettuale il cui blog è sempre fonte di importanti e approfondite riflessioni. Non sempre, però, mi trovo d'accordo con lui: stavolta è una di queste. In un suo recente articolo intitolato "Caterina vigila e altre storie di burqa e niqab", egli critica la recente legge emanata in Francia per vietare il velo integrale, il niqab appunto, comunemente e erroneamente indicato in occidente come burqa. Miguel infatti sostiene - e qui riassumo superficialmente un ragionamento complesso e ben argomentato - che si tratti di una libertà individuale, poiché di questi tempi "il diritto alla propria invisibilità è importantissimo. La Costituzione non garantisce in alcun articolo il mio diritto di conoscere le rughe tue". Sarà anche vero che i padri costituenti non si erano neanche lontanamente immaginati che un giorno alcune donne avrebbero voluto aggirarsi per le strade italiane mascherate da tende nere ambulanti, ma è altrettanto vero che questo mascheramento impedisce a chiunque il diritto sacrosanto di riconoscere chi sta varcando la porta di casa o del proprio negozio.

Un gioielliere non permetterebbe mai ad un soggetto che porta uno dei passamontagna indicati da Miguel sul suo blog di entrare nel proprio negozio, anche se questi sembrasse disarmato: chiamerebbe immediatamente la polizia, poiché un passamontagna di quel tipo in quel contesto suscita immediato allarme sociale. Però cosa dovrebbe fare se comparisse una munaqqaba (una che porta il niqab, appunto)? Come farebbe a capire se sotto questa tenda c'è una donna o un uomo con la mitragliatrice nascosta lungo il fianco? Dovrebbe chiamare la polizia e richiedere l'intervento di un poliziotto-donna per procedere con l'identificazione del soggetto? Non è vero, infatti, che una donna che porta il niqab si lascia controllare da chiunque: accetta di farlo solo al cospetto di un'altra donna, il che significa che si deve reperire immediatamente un rappresentante femminile delle forze dell'ordine per procedere - con congruo ritardo - all'identificazione di quello che potrebbe rivelarsi, a disastro compiuto, un kamikaze imbottito di esplosivo sotto una tunica comoda e spaziosa (già capitato). Miguel sostiene che questo problema non si pone in Italia poiché "la possibilità che un gruppo di massici malandrini napoletani si travesta da pie musulmane per fare una rapina in banca sia tecnicamente improbabile", anche per via del fatto che un niqab è altamente visibile e che le donne che lo portano in Italia sono un'esigua minoranza.

Ma in questo caso il legislatore non emana la legge per prendersela con l'attuale minoranza di portatrici di niqab, bensì per evitare preventivamente che il costume di questa minoranza diventi, con l'aumento del numero degli individui che la compongono e attraverso la costrizione sociale che ne consegue, una maggioranza opprimente. In altre parole questa è una legge che tutela eventuali future minoranze (all'interno della stessa comunità islamica, sia ben inteso) e che garantisce che questa veste continui, come è giusto che sia, a suscitare allarme sociale. L'evoluzione della situazione in Egitto dimostra molto bene che cosa accade quando costumi di questo tipo si diffondono: un numero sempre maggiore di donne comincia a portare il niqab perché altrimenti sarebbero considerate delle "poco di buono". Ma fra di esse si mimetizzano anche terroristi, rapinatori, trafficanti di droga, studenti che si sostituiscono ai propri colleghi durante gli esami, e persino prostitute e amanti che si ricongiungono con le amate mentre il marito segue la partita, convinto che la pia amica stia intrattenendo la moglie: tutti casi realmente accaduti che rendono molto più concreta l'ipotesi che un gruppo di malandrini si travesta con il niqab per rapinare una banca. Va ricordato che la mia avversione al niqab è supportata dal consenso dei teologi musulmani sul fatto che esso non sia un obbligo religioso. Recentemente (parlo prima della rivoluzione e dell'escalation salafita) si parlava persino di vietare il niqab per legge anche in Egitto e il grande Imam di Al-Azhar chiese personalmente ad una studentessa della prestigiosa facoltà teologica di rinunciare a questa "usanza tribale". Quindi se una donna vuole davvero essere invisibile ricorrendo ad una veste folcloristica della penisola arabica, fa prima - secondo me - a stare a casa e a non andare in giro pretendendo magari di fare pure il bagno (ed annegare) in piscina con questa veste ingombrante. (Leggi la seconda parte)