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sabato 23 aprile 2011

L'Egitto, al di sopra della mischia (I)

Si sarà senz'altro notata una certa rabbia se non addirittura, come ha scritto l'amico Lorenzo Declich, una certa "acredine" nei miei articoli di commento sulla situazione in Egitto. Sentimenti credo comprensibili per chi assiste a pericolosi sviluppi nel proprio paese di origine dopo essersi trovato, nel momento peggiore della crisi egiziana, bersagliato da un branco di pasionarie internettare, le quali - forti una vacanza prolungata in Egitto - avevano coperto il sottoscritto di contumelie e accuse al limite dell'alto tradimento e del disfattismo di sovietica memoria. E tutto questo solo perché avevo espresso legittima preoccupazione, quindi inviti alla mediazione e infine valutazioni critiche su ciò che stava accadendo nel mio paese. Ebbene, sono convinto che un cittadino responsabile debba stare molto attento all'atteggiamento da tenere nei momenti di agitazione parossistica che accompagnano le guerre o le rivoluzioni. Francesco Lamendola, su Arianna Editrice, ha scritto diversi saggi di cui consiglio la lettura su quello che viene spacciato per "disfattismo". Perché durante le rivoluzioni, esattamente come nel corso delle guerre, "Quei pochi intellettuali che tentano di fare uno sforzo di obiettività e di ricondurre il pubblico a un maggior senso di equilibrio e a un sincero sforzo verso la pace, vengono bollati come traditori; vengono insultati, calunniati, additati al pubblico disprezzo, linciati moralmente e, talvolta, processati come «disfattisti» (magari al soldo del nemico)".

Ora, in Egitto accade che man mano che va avanti il processo di riforma radicale (ho buoni motivi per non chiamarla rivoluzione), è diventato di moda rivendicare la propria presenza a piazza Tahrir e fare a gara a montare l'opinione pubblica nei confronti degli esponenti del vecchio regime. Personalmente sono convinto che alcuni di costoro andrebbero impiccati in piazza, ma il punto è che per giungere a questo - come chiede parte dell'opinione pubblica egiziana - dovrebbe essere garantito, persino a questi personaggi, un processo equo. La domanda che sorge spontanea è come garantire un processo equo ad un presidente deposto se la damnatio memoriae, una costante che ha accompagnato la storia dell'Egitto dai tempi dei Faraoni, ha già preceduto il decreto di colpevolezza? Sia chiaro che questa non è una difesa d'ufficio ma una discussione legittima sull'essenza stessa di una democrazia sana. Come garantire questo tipo di democrazia se qualcuno è arrivato al punto di accusare il vecchio regime, non solo dei casi lampanti di corruzione, ma persino di essere responsabile della decadenza dei palazzi e della sporcizia nelle strade come se anche l'applicazione di ogni regolamento condominiale e delle regole del vivere civile
- in una società che si ostina a non volerne sapere nonostante ampie campagne di alfabetizzazione e informazione - fosse di competenza diretta ed esclusiva del presidente della repubblica? Un commento che mi ha colpito su un blog italiano è quello dove l'autore parla "di come la rivoluzione mediterranea abbia cambiato perfino la mia percezione dei cibi esogeni, strano eh, ma adesso guardo al kebab delle pizzerie egiziane con meno diffidenza". Mi spiace ma io non dimentico che alcuni macellai del Cairo spruzzano insetticidi sulla carne esposta per allontanare le fastidiose mosche egiziane. E - vi sembrerà strano - non credo che il governo fosse responsabile anche di questo. Però di certo ritengo quest'ultimo responsabile di aver permesso l'importazione di pesticidi scaduti, spruzzati su migliaia di ettari di terreni agricoli.

E' la capacità di distinguere fra responsabilità istituzionali e limiti endogeni, quello che permette ad una rivoluzione vera di individuare i veri problemi, le loro vere cause e conseguire veri risultati. Sono quindi molto, molto arrabbiato perché l'opposizione in cui potrei identificarmi è caduta proprio in questo tranello: riassumere frettolosamente i problemi strutturali, sociali e culturali di un intero paese in una cricca ristretta che pur ha una parte rilevante di responsabilità morale e materiale nel degrado in cui è piombato l'Egitto. Ma come se ciò non bastasse, questa stessa opposizione non è riuscita e non riesce ancora ad organizzarsi, il che mi ricorda - pericolosamente - la sinistra italiana. In un momento di estrema sensibilità per il futuro del paese, vengo a sapere che le figure più mediatizzate della rivolta si stanno accappigliando a Washington su chi possa legittimamente affermare di essere l'amministratore della pagina facebook "Siamo tutti Khalid Said" (ma ci rendiamo conto? il paese va a rotoli e questi litigano sulla gestione di un profilo virtuale). Sono arrabbiato perché la pagina in questione, che conta più di un milione di iscritti, dopo aver generato la giusta indignazione per il caso del giovane Khalid, massacrato dopo un arresto arbitrario, ora sforna solo slogan ottimistici e privi di sostanza, in un pericoloso scollamento dalla realtà. E questo, in un paese percorso da correnti integraliste (A Qena, nell'alto Egitto, si sta pericolosamente sfiorando la guerra civile, con manifestazioni contro la nomina di un governatore perché è cristiano con la scusa che non sarebbe un "volto nuovo", alla faccia della strombazzata "unione di cristiani e musulmani contro il regime") e in cui ben 17 milioni di cittadini sono analfabeti e quindi facili da strumentalizzare (il numero più elevato del mondo arabo) è un rischio che non concede né margini temporali né tantomeno ottimismo e che soprattutto non va sottovalutato e liquidato come "colpi di coda del vecchio regime". (Leggi la seconda parte)