Notizie

Loading...

lunedì 25 aprile 2011

L'Egitto, al di sopra della mischia (II)

Leggi la prima parte

Sono arrabbiato, certo, perché percepisco segnali preoccupanti nel mio paese: è forse piacevole assistere a manifestazioni volte a destituire il governatore di una città perché è cristiano (parole testuali dei rappresentanti dei manifestanti) e che per tranquillizzare costoro si debba ricorrere ai buoni uffici di un personaggio come questo? Accusare i paesi vicini di finanziare le correnti estremiste è un atteggiamento miope e pericoloso: sarà anche vero che il serpente ha la testa all'estero ma il suo corpo è vivo e vegeto perché ha trovato un terreno fertile dentro il paese, anche nella stessa comunità copta. E allora come farà l'Egitto a "diventare meglio dell'Europa", come sostengono sull'onda dell'ottimismo i giovani egiziani di piazza Tahrir, con i limiti e i problemi di natura sociale, culturale e strutturale che ci portiamo appresso da almeno sessant'anni, aggravati dalla situazione attuale? So benissimo che le rivoluzioni hanno un costo, come recita il mantra dei rivottimisti, la domanda è: l'Egitto se lo può permettere? Ho qualche dubbio in merito, purtroppo. Limitiamoci ai dati economici: la banca di sviluppo africana parla di "un quadro economico già fortemente compromesso". Il PIL è crollato dal 5,3 al 3,7, sono calati gli investimenti esteri ed è scomparso il turismo. Oggi l'Egitto è costretto a chiedere aiuti per 10 miliardi di dollari perché ha dovuto spendere miliardi di ghinee per accontentare masse di incoscienti che hanno inteso la "rivoluzione" come uno sciopero salariale. Siamo arrivati a dover chiedere agli Stati Uniti di cancellare il debito per sentirsi dire "Spiacenti, siamo conciati male anche noi". Questioni superabili nel lungo periodo? Non credo proprio. Non è questione di ottimismo e di pessimismo, ma di realismo.

Ma per essere realisti bisogna guardare, come diceva Romain Rolland, al di sopra della mischia, vedere le cose come stanno e non come vorremmo che fossero. Per aver espresso questi dubbi già nei primissimi giorni di agitazione e per aver manifestato allarmismo circa il previdibile peggioramento della situazione economica (che di fatti avrebbe vanificato qualsiasi riforma politica nel lungo periodo), sono stato letteralmente linciato. Ma Jacopo Turri, che di certo controrivoluzionario non è, su Limes ha riassunto egregiamente il quadro, invitando a non lasciare l'Egitto solo se davvero vogliamo che ci sia un cambiamento sostanziale perché: "ad arricchire la miscela e a renderla esplosiva, c'è l'elemento più volatile e pericoloso di tutti: una massa di giovani che si è battuta per settimane per conquistare un futuro e che è ora convinta, con l'ingenuità e l'entusiasmo della giovinezza, che il trionfo della rivoluzione significhi la fine immediata di tutti i problemi. Invece i problemi dell'Egitto rimangono e sono purtroppo talmente gravi da risultare quasi insolubili. Il paese è innanzitutto afflitto da una demografia galoppante cui la religione vieta di porre rimedio. Non c'è alcun controllo delle nascite. Il numero degli egiziani cresce a un ritmo valutato fra un milione e duecentomila e un milione e cinquecentomila abitanti in più ogni anno. Sino ad ora l'emigrazione aveva funzionato come valvola di sfogo almeno parziale, ma tale possibilità sta progressivamente riducendosi, anche per le prevedibili restrizioni dei paesi verso cui sono diretti i migranti egiziani. Non è poi più possibile aumentare ulteriormente con costosi lavori di irrigazione la percentuale di territorio utilizzabile per l'agricoltura. Il programma di "land reclamation" sviluppato per decenni ha conseguito indubbi successi ma ha ormai raggiunto il proprio limite. Il risultato è che ogni anno l'Egitto è costretto a importare circa l'85% del proprio fabbisogno alimentare. Onere che in parte ricade sulle famiglie ma che per buona parte resta sulle spalle dello Stato, condannato dalla povertà generalizzata a sostenere ancora quel sistema di distribuzione gratuita o semigratuita dei beni indispensabili agli indigenti avviato quasi sessant'anni fa da Nasser. Fino a quando i prezzi mondiali dei generi alimentari restano stabili, l'Egitto riesce a reggere, sia pure al limite. Allorché invece i prezzi aumentano per motivi contingenti o strutturali, l'intero edificio inizia a scricchiolare pericolosamente. È successo nel 2008, allorché la fiammata dei prezzi agricoli mondiali si mangiò tutto il pur elevato tasso di crescita annuale del paese (8%). È un pericolo attuale. L'episodio tunisino che ha innescato l'effetto domino delle rivolte in Nordafrica e oltre ha origine da una rivolta del pane, motivata dal rincaro del 20% delle derrate alimentari.

L'Egitto ha solamente tre grandi risorse: idrocarburi, Canale di Suez e turismo. La prima è destinata progressivamente a esaurirsi e non richiede molta mano d'opera. La seconda necessita anch'essa di pochi operatori e inoltre i prezzi del transito non possono essere elevati oltre un certo livello, altrimenti si rischia che le grandi navi trovino più economico fare il giro dell'Africa.
Rimane il turismo, che è in crescita e ha un grande bisogno di mano d'opera. Ma l'Egitto non può aspirare a produrre novanta milioni di dragomanni. Quanto allo sviluppo industriale esso è iniziato da tempo, e con prospettive anche buone. Ma non riuscirà a produrre in tempi accettabili nuovi posti di lavoro in quantità adeguata alla domanda. Al gravissimo problema della disoccupazione si somma quello della sottoccupazione. Ai suoi tempi Nasser emanò, per incrementare il bassissimo livello medio di istruzione dei suoi concittadini, una legge secondo la quale un posto di impiegato statale veniva garantito a chiunque riuscisse a conseguire una laurea. La legge è rimasta in vigore per un numero di anni troppo lungo prima che Mubarak trovasse qualche anno fa il coraggio di abrogarla. Nel frattempo essa aveva dato vita a una burocrazia elefantiaca, farraginosa, malpagata e quindi facilmente corrompibile. Aveva creato altresì una classe media di piccoli impiegati dotati di un elevato titolo di studio e di un reddito ridottissimo, brodo di coltura intellettuale dello scontento. Per i giovani le prospettive sono dunque di disoccupazione o al massimo di sottoccupazione. Quadro piuttosto fosco, se non disperato, per il loro avvenire". Ma se provi ad esporre questi fatti e a non parlare per slogan come è di moda questi giorni, ti senti rispondere che non hai "altre armi intellettuali per combattere opinioni diverse". Che volete che vi dica? Come diceva Bertrand Russell: Il problema dell'umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi". (Fine)