Notizie

Loading...

venerdì 27 maggio 2011

Egitto: si stava meglio quando si stava peggio?

Sono stato recentemente in Egitto dove da alcuni giorni si moltiplicano gli appelli per una seconda "Giornata della Collera" che dovrebbe svolgersi nella giornata di oggi a Piazza Tahrir al Cairo. La Coalizione dei movimenti che sono stati molto attivi nella sollevazione di allora ha infatti lanciato un appello - non condiviso unanimamente, e a cui non intendono aderire i Fratelli Musulmani - per una "seconda rivoluzione" tesa a "porre fine alla corruzione politica" e processare rapidamente gli esponenti del vecchio regime. A dimostrazione, appunto, che ciò che è accaduto in Egitto a Febbraio scorso difficilmente poteva essere qualificato come una vera e propria "rivoluzione". Da una parte quindi ci sono questi giovani irrequieti che hanno la sensazione che la rivoluzione "sia stata scippata" e che i cambiamenti non stiano avvenendo con la dovuta velocità, dall'altra la gente comune che - pur rimanendo sconvolta dagli scandali finanziari scoperchiati dalla caduta del regime (scandali che, secondo me, non hanno nulla da invidiare a ciò che accade alla luce del sole e sotto il naso dei cittadini di alcune cosiddette democrazie) - non capisce "dove vogliono arrivare questi ragazzi" e non ce la fa più a sopportare questo andazzo costellato di manifestazioni, scioperi, scontri, stagnazione economica e insicurezza. Il rischio è che prima o poi sia il popolo stesso a chiedere l'applicazione della legge marziale e che i giovani attivisti si ritrovino isolati: ipotesi triste, certo, ma cosi non si potrà neanche andare avanti a lungo.

Il mio soggiorno e gli sviluppi della situazione mi hanno permesso di constatare l'attendibilità di ogni parola e analisi scritta su questo blog quando i fatti erano ancora in piena evoluzione. Non c'è da meravigliarsi: conosco il paese per esserci nato e vissuto da cittadino, non per averci passato le vacanze come le sciurette (qui e qui) che mi avevano bersagliato all'epoca. Vi ricorderete, infatti, le contumelie che mi avevano rivolto quando esprimevo allarmismo per le conseguenze di una rivoluzione priva di leadership e di agenda programmatica sull'economia e la tenuta sociale del paese. Il 9 febbraio, ancor prima delle dimissioni di Mubarak, scrivevo - rivolgendomi agli appassionati dei profili Facebook, di Twitter e della rivoluzione col culo al caldo - che Piazza Tahrir non rappresentava tutto l'Egitto, che c'era una maggioranza silenziosa composta da "poveri che non campano mica comprando azioni sul web o al cellulare: campano di mance, di vendita di souvenir, del duro lavoro in un cantiere. Comprano fave e un pezzo di pane giorno per giorno. Dire loro "abbiate pazienza ma stiamo facendo la rivoluzione per il vostro bene, non importa quanto duri" è logico, lo capisco io, ma non è funzionale al raggiungimento degli obiettivi auspicati dai manifestanti perché alla lunga potrebbe far mancar loro proprio il sostegno della maggioranza per cui dicono di combattere". Ebbene: ieri, a distanza di quattro mesi da queste mie parole è Wael Ghonim, il volto più noto della rivolta virtuale, a scrivere allarmato su Facebook: "Una rivoluzione popolare ha successo o fallisce a seconda della posizione assunta dalla maggioranza silenziosa. La rivoluzione ha avuto luogo perché alcuni si sono mossi e hanno partecipato, pochi hanno osteggiato e la maggioranza è rimasta imparziale. Se dovessero cambiare queste proporzioni adesso, perderemo tantissimo". Un concetto ribadito da un editoriale del Times di aprile che recita testualmente: "I più saggi fra i leader della protesta capiscono che l'euforia non durerà per sempre, specialmente se non vi sarà un cambiamento apprezzabile nella vita dei poveri". Fortunatamente io non ho dovuto aspettare fino ad aprile o maggio, per rendermene conto.

Un articolo del Washington post riporta il ritornello più ricorrente in Egitto, da me profetizzato (e puntualmente ridicolizzato) mentre la rivoluzione era ancora in corso, ma che poi ho sentito ribadito da ogni tassista, da ogni negoziante, da ogni impiegato: "Si stava meglio quando si stava peggio". E come il sottoscritto, il Washington Post non si riferisce agli ormai frequenti attacchi alle chiese copte e ai sanguinosi scontri tra musulmani e cristiani, altro aspetto preoccupante del dopo-rivoluzione, ma al deterioramento della situazione economica che veniva invece liquidato con sufficienza dai rivoluzionari con il culo al caldo come "un costo prevedibile della democrazia". "I vecchi tempi erano migliori", dice Sabeen Mursi, 30 anni, seduta di fronte a un carretto di frutta e verdura che ha attirato pochi clienti. "Anche se non c'erano soldi, la gente si sarebbe presa cura l'uno dell'altro. Avremmo trovato tutti qualcosa da mangiare, alla fine della giornata. Oggi, a nessuno importa nulla dell'altro". Questo senso di malessere si sta diffondendo in tutto il paese, anche tra i sostenitori della rivoluzione del Cairo. L'esperienza in Egitto potrebbe servire come un avvertimento per rivolte simili in altri Stati autocratici nella regione".

Prosegue il Washington Post: "Mursi dice che riesce a malapena a guadagnare denaro sufficiente per mangiare in questi giorni, e che si preoccupa dell'aumento dei prezzi di beni come i pomodori e il riso. Farid Ahmed, un negoziante in questo villaggio pianeggiante circondato da alberi di agrumi e di terreni coltivabili, ha detto che la crisi economica sta spingendo le persone alla disperazione. "Non possiamo trovare del carburante" ha detto, "Le cose vengono rubate ogni giorno". Nel nuovo Egitto, ci sono lotte all'arma bianca alla pompa della benzina, che scarseggia, così come rapine a mano armata - un livello di criminalità e violenza inaudito nei tempi in cui le forze di sicurezza di Mubarak mantenevano uno stretto controllo". Sono rimasto pervaso da una grande tristezza cogliendo la disperazione e la preoccupazione dell'uomo di strada che scuoteva la testa sconsolato leggendo i titoli sempre più allarmanti dei quotidiani in vendita, guardando in Tv le immagini delle chiese bruciate e gli scontri tra musulmani e cristiani nelle piazze e strade principali del Cairo, camminando per le strade deserte del bazar di Khan Al Khalili dove non si vede un turista manco a pagarlo, notando lungo il percorso le tracce lasciate dalle transenne divelte per essere vendute un tanto al chilo e i cumuli di macerie scaricati nel bel mezzo delle arterie principali, per non parlare dei venditori ambulanti che occupano abusivamente le strade del centro. Anche quel minimo di regole, in una società tradizionalmente disaffezionata alle regole, era saltato. L'andazzo si era capito già all'arrivo all'aeroporto. Indicando le macchine parcheggiate dove prima non avrebbero potuto, chiesi all'addetto: "Ma non era vietato parcheggiare qui?" Al che mi rispose sorridendo a 32 denti: "E' tutto cambiato dopo il 25 gennaio". Non avevo dubbi. Rimane da capire, però, se in meglio o in peggio. In ogni caso, benvenuti nel Nuovo Egitto.