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sabato 28 maggio 2011

La ramanzina a stelle e strisce

Il ministro Calderoli, in un'intervista rilasciata ieri al Corriere, afferma - a sostegno dell'idea di spostare i ministeri (e persino la Presidenza della Repubblica) al Nord - che "Si ricorda che cosa dicevano i coloni americani, niente tassazione senza rappresentatività? Noi potremmo cambiarlo così: no representation? No taxation». Ebbene: per aver affermato, circa un mese e mezzo fa, la stessa cosa in occasione del mio intervento nell'ambito del convegno sull'integrazione organizzato dal Consolato generale degli Stati Uniti presso la Provincia di Milano, e per aver rivendicato il diritto ad una maggiore partecipazione politica per gli immigrati e soprattutto per i loro figli, qui nati e cresciuti, questo fu il paginone, con tanto di foto e titoli a caratteri cubitali, riservatomi il 14 aprile scorso da La Padania. Il quotidiano della Lega Nord - come al solito quando si tratta del sottoscritto - strumentalizza e manipola per farmi passare come uno che "minaccia". Complimenti per la (mancata) coerenza. Un motivo in più per votare Pisapia.
Rivolta islamica anche qui da voi

In un convegno alla Provincia di Milano organizzato dal consolato Usa, una serie di attacchi contro la presunta emarginazione degli stranieri. E il rappresentante della comunità cinese quasi giustifica la rivolta di via Sarpi e chiede il diritto di voto per i suoi connazionali.

Sherif El Sebaie, egiziano, docente al Politecnico di Torino: i giovani vogliono partecipare alla politica, questa generazione è la stessa delle rivoluzioni.

Doveva essere il racconto dell'esperienza Usa nella gestione del fenomeno immigrazione. Si è trasformata in una allucinante ramanzina a stelle e strisce condita da preoccupanti segnali di fondamentalismo rivoluzionario. La sede della Provincia di Milano, Palazzo Isimbardi, è stata l'involontaria scenario di una polpetta avvelenata confezionata dal Consolato generale degli Stati uniti che aveva chiesto ospitalità per un convegno su un tema di estrema attualità: "Immigrazione e integrazione: l'esperienza degli Stati uniti proposta a Milano in un momento particolare per l'Italia". Presente il console Carol Perez, gli assessori provinciali alle Pari opportunità, Cristina Stancari e alle Politiche sociali, Massimo Pagani, e il segretario generale della Fondazione Ismu Vincenzo Cesareo, l'incontro avrebbe dovuto concentrarsi sulle "buone pratiche" illustrate da Emira Habiby Browne, fondatrice del CIANA, Centro per l'Integrazione e la Promozione dei Nuovi Americani. Una guru in materia, 25 anni di esperienza nell'integrazione dei cosidetti "nuovi americani", ovvero immigrati e rifugiati provenienti dal Medio Oriente, dal Nord Africa e dal Sud dell'Asia. Chi ha messo piede negli Stati uniti sa benissimo come l'integrazione passi dal rispetto delle regole e lo stesso console, nazionalità polacca e marito messicano, non esita a parlare contemporaneamente di "diritto e dovere di difendere i propri confini". Ma è al termine dei saluti istituzionali che va in scena la tirata d'orecchie al Governo italiano. Con un messaggio che si può riassumere così: l'emergenza immigrazione è pura fantasia di qualcuno che alimenta paure inesistenti, l'Italia impari a integrare tutti e subito, acceleri sulla cittadinanza, faccia votare tutti e stia attenta a non snobbare le richieste degli stranieri, perché il vento del Nord Africa soffia anche qui. Un'esagerazione? Sherif El Sebaie, egiziano, benedetto dal Politecnico di Torino con un corso di lingua e cultura araba, passa senza mezzi termini alle minacce (fa niente se il suo intervento avrebbe dovuto parlare di "buone pratiche locali per l'integrazione). «In Italia si tende a sottovalutare il bisogno di visibilità degli immigrati - dice raccontando della moschea che il Regno del Marocco sta finanziando per la città di Torino - ma il vento del Nord Africa cambierà tante cose anche in Italia. Qui c'è una situazione che assomiglia a quella che si viveva in Egitto. Serve più visibilità e più partecipazione al progetto politico». Altrimenti? «Temo i continui appelli caduti nel vuoto - è il succo del suo passaggio più caldo - questa generazione è la stessa delle rivoluzioni. Bisogna stare attenti. Per il bene di tutti quanti». Chiaro? E così via. Janyi Lin, altro docente universitario, rappresentante di Associna, per poco non giustifica la rivolta milanese di via Sarpi e chiede per la sua comunità il diritto di voto. Chiosando: «Se dicessi di essere italiano direi una falsità». La rappresentante della comunità tunisina, Quejdane Mejri, ovviamente premette di essere araba e musulmana prima di dire la sua. «L'immigrazione non è emergenza, ma è una realtà», spiega snobbando come «evento puntuale» quello che succede proprio nel suo Paese d'origine. «Non importa se si è lombardi, cinesi o musulmani, conta la cittadinanza, questa nostra appartenenza all'Italia esiste». A spingere sulla cittadinanza è anche una rappresentante della comunità araba di via Padova a Milano, realtà dove trovare un italiano in certe classi è un'impresa, alla faccia dell'integrazione. Del resto, dice lei, l'Italia non era omogenea nemmeno 150 anni fa. «Non fissiamoci sulle diversità», auspica, salvo poi sottolineare di essere musulmana: «Oggi non voglio parlare da musulmana, lo faccio tutti i giorni, ma parlo da italiana», è stato in sintesi un altro passaggio. La ciliegina sulla torta arriva poi da Maurizio Ambrosini, docente alla Statale di Milano prestato alla Caritas. Un intervento stile Zelig per piegare i dati a preoccupanti luoghi comuni: insegnanti, medici e funzionari pubblici che violano eroicamente le leggi per integrare gli stranieri, immigrati obbligati ai lavori più umili, economia del Nord "con le ali" solo grazie alla manodopera di importazione. La prova? «Gli italiani hanno perso 179mila posti di lavoro, gli stranieri ne hanno prodotti 166mila». Il suo pensiero è chiaro: «L'immigrazione è normalità, c'è solo una percezione dell'emergenza». Poco importano in questo consesso i dati della Fondazione Ismu: Italia al secondo posto in Europa per irregolari (544mila) dietro al Regno Unito. 5,3 milioni di stranieri di cui un quarto in Lombardia, 297mila occupati su 424mila presenti in Provincia di Milano (prima provincia italiana per accoglienza di stranieri). Per questo almeno Cesareo esce dall 'ideologia: bisogna stare attenti alla trasposizione di buone pratiche, serve un'analisi critica e una verifica. E forse, a sentire il tenore degli interventi, prima di parlare di integrazione di chi verrà, pretendono cittadinanza e diritto di voto. Ma quale integrazione? Per loro è meglio il vento del Nord. Nord Africa.