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lunedì 6 giugno 2011

FMI: secondo chiodo nella bara dell'Egitto.

Tra i commentatori dell'articolo intitolato "Gaza, primo chiodo nella bara dell'Egitto", si è fatto vivo un connazionale di nome Mohamed Abdel Kader, ricercatore presso l'Università di Tor Vergata, che si definisce sul suo blog come un "italianista musulmano. Arabo. E egiziano. Che vive l'Italia, come lingua, cultura e quotidianità". Al di là della scontata critica alla sostanza dell' articolo in questione (già preventivata dal sottoscritto), Mohamed contesta anche il riferimento alla disastrosa situazione dell'economia egiziana invitandomi a leggere un editoriale che riporta il parere di un economista egiziano che afferma che "quello che sta succedendo (il parlare della crisi economica, ndr) in Egitto non è altro che un tentativo di spaventare la gente". Secondo Mohamed infatti, per "arrivare a dare un giudizio simile all'Egitto in ginocchio economicamente parlando, non bastano le dichiarazioni dei militari o degli uomini d'affari. Ci vogliono prima di tutto sentire il parere degli economisti". Il riferimento è al Consiglio Supremo delle Forze armate che a più riprese ha invitato la popolazione a rimettere in moto la macchina produttiva, paventando un futuro non proprio felice economicamente, e a Nagib Sawiris, presidente esecutivo del gruppo Orascom Telecom Holding e presidente di Wind, che nel suo intervento alla fine dei lavori del workshop Aspen ''From Arab spring to Arab winter? Regional Trends and implications for business'' tenutosi a Roma il 24 maggio scorso ha affermato che in Egitto "Abbiamo due ordini di problemi. Cominciamo da quelli economici: la produzione industriale è scesa del 25%, il turismo del 30%, abbiamo bisogno di 12 miliardi di dollari, il presidente degli Usa, Barack Obama, si è impegnato per un miliardo, speriamo che anche l'Europa faccia la sua parte'', aggiungendo che ''Poi c'è il processo democratico dove si confrontano partiti liberali, con una storia recentissima, che vogliono un paese laico. Dall'altra parte ci sono partiti che vogliono uno stato religioso ed hanno una storia molto lunga dietro le spalle. Per esempio i Fratelli Musulmani sono un movimento nato circa 80 anni fa. Chissà se i giovani partiti liberali riusciranno a far passare il loro messaggio. Lo ripeto sono molto, molto preoccupato". Ebbene, per dimostrare all'amico Mohamed che non solo la situazione è veramente pericolosa adesso ma che addirittura è molto probabile che peggiori ulteriormente in futuro, analizziamo ciò che dicono gli economisti seri, e cioè quelli che non hanno interesse ad ingraziarsi un' opinione pubblica ebbra di rivoluzione. Proprio ieri è stato ufficialmente annunciato che il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha accordato all'Egitto un prestito di tre miliardi di dollari su dodici mesi con un tasso dell'1,5%. L'annuncio arriva pochi giorni dopo che è stata resa pubblica la decisione del G8 di Deauville relativa allo stanziamento di un fondo speciale da 40 miliardi di dollari per finanziare la stabilizzazione delle nuove democrazie in Nordafrica e Medio Oriente. Tutto bene quindi? Possiamo tirare un sospiro di sollievo, credere che l'Egitto si riprenderà e dar credito a chi afferma che parlare della crisi economica, nonostante il momento delicato, è solo "un tentativo di spaventare la gente"? Non direi proprio. Come afferma il Guardian in un articolo intitolato "Il G8 sostiene o mina la primavera araba?": "pochi commentatori hanno pensato di leggere la dichiarazione del G8 oppure, se l'hanno letta, si sono preoccupati poco di decifrarne il linguaggio". Perché il G8 ha in realtà legato gli aiuti concessi ai due paesi all'implementazione quasi incondizionata delle politiche economiche di "libero mercato", che il Guardian traduce come "rendere più facile alle nostre compagnie di fare e far uscire soldi dai vostri paesi". In altre parole il G8 ha ipotecato il futuro del paese, imponendo a qualsiasi governo che verrà di adottare la stessa politica economica di prima, se non peggio. Con la differenza che adesso abbiamo pure meno entrate, quindi siamo soggetti a maggior ricatto. Invece di cancellare i debiti dell'Egitto e della Tunisia, afferma il Guardian, i paesi del G8 ne hanno aggiunti altri, che gli egiziani saranno costretti a ripagare per i prossimi decenni, probabilmente all'ombra di una depressione peggiore di quella del 1930. E gli accordi che i governi dei due paesi arabi saranno probabilmente costretti a ratificare in futuro "riduranno di due terzi i settori industriali in Tunisia ed Egitto, con una perdita di posti di lavoro - stimata, per quanto riguarda l'Egitto - intorno all'1,5 milioni di posti". In poche parole la generazione che ha fatto la rivoluzione rimarrà con un pugno di mosche in mano, come sospettavo quando suonavo il campanello d'allarme economico ancor prima delle dimissioni di Mubarak. Ma i giovani in generale e gli arabi in particolare non guardano lontano. Io sì, e ne vado fiero. Anche se per questo, tempo fa, sono stato graziosamente definito nei commenti del blog di una mentecatta come un "vecchietto a nemmeno 30 anni". Pazienza: cerco di recuperare illustrando adeguatamente questo articolo. Ma come sosteneva Euripide: "Chi trascura di imparare in giovinezza perde il passato ed è morto per il futuro".