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mercoledì 1 giugno 2011

Gaza: primo chiodo nella bara dell'Egitto.

L'apertura del valico di Rafah, salutata dagli egiziani, dai popoli e dai media arabi e dai sostenitori della causa palestinese in giro per il mondo come storico segno di autonomia del nuovo governo del Cairo e come una grande umiliazione inflitta ad Israele, rischia di essere - in realtà - il primo chiodo nella bara dell'Egitto e delle aspettative per uno stato palestinese. Mi rendo conto che questa mia affermazione in controtendenza e decisamente impopolare fra molti miei lettori e tra i miei stessi connazionali, mi varrà non poche critiche, visto che mi sono già reso ampiamente antipatico in un certo ambiente internettaro quando ho sostenuto ai tempi di Mubarak (figuriamoci adesso!) che Gaza rischiava di diventare, per l'Egitto, l'equivalente del "chiodo di Giuha". La cosa non mi sorprende: il principale difetto di questo ambiente è che sostiene la causa palestinese e le sorti dell'Egitto solo a parole e che, a differenza del sottoscritto, trascura pericolosamente l'analisi ponderata della situazione nel lungo periodo. Un compito che riesce invece benissimo ad Israele, capace di sopravvivere nelle turbolenti acque del Medio Oriente da più di sessant'anni proprio grazie a questa sua eccezionale capacità di "vedere lontano".

Contrariamente alla vulgata mediatica, Israele è estremamente soddisfatto dell'apertura del valico di Rafah e della "zappa sui piedi" che l'Egitto si è dato prendendo quella decisione: ma solo chi monitora attentamente, e da tempo, i desiderata neanche tanto segreti dei falchi dell'amministrazione israeliana può rendersene pienamente conto. Come sostiene Alex Fishman, influente commentatore di Yediot Aheronot, in questo articolo: "Paradossalmente molti funzionari della sicurezza, in Israele, non sono scontenti che l’Egitto abbia aperto in via definitiva il valico di frontiera di Rafah fra Sinai e striscia di Gaza. Nessuno di loro lo dice apertamente, ma nelle discussioni interne ai massimi livelli si può notare un senso si sollievo per la mossa unilaterale del Cairo". Il perché è spiegato con lucidità nello stesso articolo, che vi invito a leggere con calma, ma la sostanza è riassunta in una sola frase: "L’agognato sogno d’Israele sta prendendo forma: ora è l’Egitto che si assume la responsabilità per gli abitanti della striscia di Gaza". Ora, vorrei attirare la vostra attenzione sul fatto che nel 2008 scrissi un articolo in cui facevo notare, con largo anticipo, ai gentili sostenitori della causa palestinese che proprio questo obiettivo era in cima alle priorità di Daniel Pipes, che non è esattamente un signore da prendere alla leggera. Proprio nel 2008 Pipes scrisse due articoli, la cui sostanza è riassunta già nei titoli: "Dare Gaza all'Egitto" e "Come cedere Gaza all'Egitto". Una frase saliente di questi due importanti editoriali è la seguente: "Desideriamo staccarci da Gaza. Non vogliamo più erogarle elettricità. Né vogliamo più rifornirla di acqua e medicinali (...) il Cairo non avrà altra scelta se non quella di approvvigionare gli abitanti di Gaza. E poi, la dipendenza economica coinvolgerebbe ancor più l'Egitto, il che ha ulteriori conseguenze". Lascio a voi immaginare cosa significano queste parole - scritte nel 2008 - oggi, in un momento in cui l'economia egiziana è in ginocchio, e il paese si deve già fare carico di oltre un milione di egiziani fuggiti dall'inferno libico.

Israele non poteva chiedere di meglio, per indebolire l'Egitto, paese che Pipes - in un articolo risalente addirittura al 2006 - descrive come "sempre più un pericolo con le sue potenti armi convenzionali". Ma a quale fine? Le recenti accuse israeliane all'Egitto di ospitare gruppi terroristici nella penisola del Sinai, già occupata da Israele nel 1967, sono particolarmente allarmanti. L'esperienza insegna che un'accusa simile, da parte di Israele, può presagire tutto tranne qualcosa di buono: ove ci sono terroristi o presunti tali, Israele colpisce, senza sé e senza ma. Solo gli irresponsabili che tifano per la questione palestinese scrivendo qualche articoletto sul web da casa o programmando la vacanza estiva a Gaza, manco fosse un villaggio turistico, possono esultare per il fatto che l'Egitto ha unilateralmente accettato "il dono israeliano". In fin dei conti se l'Egitto dovesse essere trascinato in una guerra, a pagare il salatissimo conto saremo noi egiziani e gli stessi palestinesi che vedrebbero sfumare per parecchi decenni a venire il sogno di uno stato indipendente, mica i "rivoluzionari con il culo al caldo", che raccoglieranno presto "le proprie carabattole" per ritirarsi nel primo bagno turco disponibile. Ripeto quanto ho scritto nel 2008: "E' un dato di fatto che Israele non vede l'ora di creare il casus belli con l'Egitto. Gaza è un ottimo espediente in questa direzione. Per neutralizzare la possibile minaccia egiziana. E magari per riprendersi il Sinai. Chi grida allo scandalo, dovrebbe pensarci due volte, prima di pretendere che l'Egitto si prenda questa mela avvelenata. E non sarò di certo io ad accodarmi al coro - legittimo - di chi, anche in Egitto, vorrebbe aprire le frontiere a Gaza. Non si era forse rivelato vero l'avvertimento di Laocoonte ai Troiani quando disse "Temo i greci e i doni che portano"?".