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sabato 18 giugno 2011

Se vogliamo un Islam europeo...

Extratorino (Servizio di Federica Tourn, Foto di Fabrizio Esposito) - (...) «In realtà non si può parlare propriamente di moschee - spiega Sherif El Sebaie, docente di Lingua e cultura araba al Politecnico di Torino - perché, per l'assenza di un'intesa con lo Stato, non sono riconosciute come luoghi di culto ma catalogate come associazioni o centri culturali, anche se in realtà sono principalmente dedicate alla preghiera.» I musulmani a Torino sono trentacinque-quarantamila ma molti, anche se osservanti, non frequentano perché non si sentono a loro agio: si tratta infatti per lo più di spazi non a norma, considerati non dignitosi e in ogni caso sotto il controllo della polizia. Sono tutti d'accordo che una moschea attrezzata, costruita a norma di legge e sicura - come dovrebbe essere la nuova moschea del Misericordioso - è senz'altro meglio di una anonima, magari sottoterra o abusiva. Sembra evidente, eppure le contestazioni sono all'ordine del giorno. «Preferiamo forse i locali senza autorizzazione, con una sola uscita di sicurezza per centinaia di persone o senza i permessi per i bagni?», chiede Amir Younes del Centro Mecca. Più esplicito Bahaa Ewis, proprietario dell'Horas Kabab di via Berthollet: «Non c'è parcheggio, dicono quelli che si oppongono. E io allora cosa devo fare? Continuare a pregare in una cantina perché loro non sanno dove mettere la macchina?» «Le moschee devono rientrare in un progetto nazionale condiviso perché i musulmani fanno parte integrante del Paese», taglia corto Abdelaziz Khounati, responsabile della Moschea della Pace. Uno dei punti dolenti è la formazione degli imam, di cui lo Stato italiano, secondo Khounati, dovrebbe farsi carico, mettendo fine alla confusione attuale. L'obiettivo è preparare adeguatamente chi guida la preghiera ma anche rassicurare sulla trasparenza e la correttezza dei famosi "discorsi del venerdì", che tanto spesso hanno messo in allarme l'opinione pubblica. «Imam che incitano alla guerra santa? — Sherif El Sebaie accenna un sorriso ironico — Se ci sono, non lo fanno certo in moschea, sanno benissimo di essere registrati. Piuttosto, se vogliamo un Islam europeo, gli imam devono studiare nelle università pubbliche e seguire un percorso riconosciuto ufficialmente: altrimenti dovremo continuare a farli venire da altri Paesi.» (...)