Notizie

Loading...

sabato 30 luglio 2011

Il multiculturalismo e la macchina del fango.

Se c'è una lezione da trarre dagli attentati in Norvegia, è quella riassunta dal sottotitolo di un editoriale di Peace Repoter: "È ora di badare molto bene a ciò che si dice, a ciò che si scrive, a ciò che si insegna". E' da un po' di anni, infatti, che si tollera - in nome di una presunta libertà di espressione e di una sedicente lotta al terrorismo - ogni manifestazione d'odio e d'intolleranza nei confronti degli immigrati in generale e di quelli musulmani in particolare. Giornalisti hanno costruito carriere e politici hanno rastrellato voti in tutta Europa riversando odio e rancore nei confronti delle minoranze, senza che le autorità preposte muovessero un dito, anzi spesso con la complicità dei mass media che hanno provveduto a concedere palcoscenici pubblicitari e dignità politica a quelle farneticazioni.

Credo fermamente che sia giunta l'ora di monitorare attentamente l'operato di certi soggetti, sanzionando in modo esemplare chiunque demonizzi e criminalizzi l'immigrazione e i sostenitori del multiculturalismo, incitando implicitamente a "contrastare" tali fenomeni e sottoponendo i propugnatori dell'islamofobia a un controllo identico a quello a cui sono sottoposti i potenziali jihadisti. Gli attentati norvegesi hanno dimostrato, appunto, che le parole non possono essere liquidate come "parole al vento": nelle menti di alcuni, le parole possono prendere corpo e trasformarsi in azioni pericolosissime. Non si può sostenere che l'idea di deportare i musulmani o limitare il loro numero in Europa sia un' "ottima" idea salvo prendere le distanze quando, proprio per attuare quelle teorie, un terrorista piazza bombe nelle moschee o elimina quelli che ritiene collaborazionisti dell'invasione islamica.

Chi si batte per una società multiculturale e per una gestione ordinaria di un fenomeno ordinario come lo è l'immigrazione, sa bene a cosa possono portare le accuse di "collaborazionismo", anche se - a differenza di quelli che stanno dall'altra parte - non ci mettiamo a gridare alle fatwe e ad invocare scorte da esibire in giro. Lo sa benissimo il sottoscritto che si ritrova un giorno si e l'altro pure decine di messaggi di insulti che immancabilmente si concludono con promesse di non meglio precisate "lezioni". E il guaio è che questa tipologia di messaggi mi giunge da due opposte fazioni: da una parte persone che ce l'hanno a morte con gli islamici, dall'altra soggetti con evidenti simpatie per un Islam di stampo politico. E questo a cosa è dovuto? E' dovuto al fatto che un giorno si e uno no mi ritrovo dipinto da qualche parte, in rete o sui media, come "esponente di un tribunale islamico di inquisizione" e "cagnolino dei fratelli musulmani", "amico degli stragisti" e "pagato dall'UCOII", che "minaccia la rivoluzione islamica in Italia" e - contemporaneamente - "agente del regime laico di Mubarak", "sempre d'accordo con la repressione anti-islamica", "con rapporti profondi e interessati con il Consolato". Manca solo l'accusa di essere un "copto infiltrato", come suggeriva un mio lettore, ma sono sicuro che ci arriveremo.

La cosa sconvolgente, ma che l'amico e avvocato Luca Bauccio spiega molto bene nel suo "Primo: non diffamare" (libro che raccomando caldamente e di cui parleremo a lungo nei prossimi giorni), è che queste fonti, teoricamente indipendenti, si rimpallano le accuse e le insinuazioni, concedendosi quindi legittimità a vicenda. Normalmente quando si verificano questi attacchi sono combattuto tra la tattica che invita a 'difendere strenuamente la propria reputazione' (il che equivale a concedere dignità a questi pulpiti) e la riflessione di Nicolas de Chamfort che afferma che 'La calunnia è come una vespa che viene ad importunarvi: contro di essa non bisogna fare il minimo movimento, a meno che non si sia sicuri di ucciderla, poichè altrimenti torna alla carica, più furiosa che mai'. Ma la sistematicità di questi attacchi che mirano a distruggere la mia credibilità e a cucirmi addosso la veste di personaggio quantomeno controverso meriterebbe, un giorno, un piccolo approffondimento.

Sarebbe ingenuo, infatti, pensare che questo immane impegno si esaurisca in alcune "parole" sparate su un quotidiano nazionale, un libro della Mondadori o un sito web qualsiasi e che non ci sia niente dietro: si tratta invece della stessa identica "macchina del fango" che interviene laddove potenti interessi si sentono minacciati e piccole meschinerie trovano l'occasione di manifestarsi. Una macchina che ha obiettivi precisi di deligittimazione e pressione (qualcuno ha promesso addirittura di pubblicare non si sa quali "dossier" sul sottoscritto) e fra questi obiettivi non si può escludere, come ha scritto un mio lettore in commento ad uno dei tanti attacchi, che vi siano anche tentativi di "farti passare per traditore agli occhi dei tuoi fratelli e dei tuoi connazionali, sperando in qualche testa calda". E il fatto che, per esempio, il blogger Miguel Martinez che, come me, riceve non pochi attacchi per le sue posizioni sui rom, sui musulmani e sulle lobby e le sette implicate in questi interessi, si sia ritrovato il nome di un locale pubblico sito sotto casa sua pubblicato, con tanto di foto, da una blogger che ce l'aveva con lui (per motivi squisitamente personali, tra l'altro), ci riporta al titolo dell'editoriale di Peace Reporter: c'è veramente un gran bisogno di non sottovalutare il potere delle parole e "badare molto bene a ciò che si dice, a ciò che si scrive, a ciò che si insegna".