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domenica 31 luglio 2011

L'Egitto e le barbe uscite "da non si sa dove".

Val la pena ricordare, visto come decine e decine di migliaia di salafiti egiziani sono riusciti, con i loro slogan a favore di una teocrazia islamica, a stravolgere senso e finalità della manifestazione "unitaria" prevista per venerdi scorso dalle forze di opposizione, che a marzo scorso - cioè a pochissime settimane dalla caduta del regime - il sottoscritto pubblicò un post intitolato "Tahrir: la vittoria benedetta dei salafiti" (che non erano nemmeno scesi in piazza con un' imponente prova di forza che evidenzia benissimo la loro capacità organizzativa e il loro peso nella società). In quel post, che consiglio caldamente di rileggere, ribadii quanto avevo scritto l'8 febbraio, cioè prima ancora delle dimissioni di Mubarak: era molto, ma molto pericoloso, presentare Piazza Tahrir come "una piazza unita" ed emozionarsi per qualche foto di copti e musulmani che si stringono la mano e si difendono a vicenda in nome della "democrazia". Perché quello che è andato in onda, a febbraio, era - tecnicamente parlando - una sceneggiata, una rappresentazione (a cui i movimenti islamisti, di ogni corrente e tendenza, si sono aggregati perché era evidente che sarebbe stato conveniente per loro nel lungo periodo) costruita a tavolino da una minoranza laica, istruita, che ha seguito le tecniche illustrate da valenti formatori professionisti stranieri, ma che purtroppo vive in un pericoloso scollamento dalla realtà del paese, dai suoi problemi, dalle sue esigenze e dalle sue pulsioni.

Questa minoranza, che suscita la simpatia dell'occidente (o meglio di quelli che David Rieff chiama su Internazionale i "ciberutopisti" e che io ho definito "rivoluzionari col culo al caldo"), vive di "Tweetnadwa" ed è convinta che i problemi delle baraccopoli del paese, dove la gente cerca di mangiare tra la spazzatura e le feci, li risolverà Google. Sul magazine dello Zeitung c'è un articolo che spiega molto bene quanto questi giovani siano lontani dai problemi veri del paese: "Mahmoud indossa jeans attillati e scarpe da ginnastica Converse e ha studiato scienze della comunicazione. Anche i suoi amici sono andati al college. I loro genitori sono medici, avvocati, artisti. Sul tavolo gli ultimi iPhone e Blackberry. Il bagliore dei monitor dei computer portatili. Horreya: il nome del locale significa "libertà". Proprio qui c'è la birra. "La gente come noi ha messo in moto la rivoluzione", dice con orgoglio Mahmoud, spiegando come, con i loro smartphone, hanno diffuso l'appello per protestare su Facebook ad altri giovani della classe media egiziana durante i primi giorni. Sono educati, ben informati, mangiano al "McDonald" e fanno shopping nei centri commerciali di lusso". Ebbene, questo signor Mahmoud ha la cura miracolosa per i problemi dei poveri egiziani: "So cosa fare con gli abitanti delle baraccopoli. Mostriamo loro come funziona Facebook". Persino il corrispondente dello Zeitung è rimasto a bocca aperta per lo sconcerto. Non mi meraviglia che questa gente susciti l'ammirazione di quella che chiamo "sinistra alle sardine".

Io vi posso prevedere già ora che la minoranza laica soccomberà - non so se elettoralmente o fisicamente - nello scontro che inevitabilmente avverrà se continuerà a credere che i Salafiti siano davvero solo uno "spauracchio" in chiave antioccidentale e che non abbiano seguito nella società, meravigliandosi del loro numero e chiedendosi "da dove cavolo sono usciti fuori, tutti questi". Esattamente come è avvenuto ad Alessandria alcuni mesi fa quando 5000 salafiti hanno dato un bel po' di botte ai militanti di sinistra, e questi si sono ritirati sconvolti chiedendosi ingenuamente dove fosse finita "l'unità di piazza Tahrir". La rivoluzione mangerà i suoi figli, come è successo anche in altri paesi ed altre epoche dove, per rovesciare regimi dispotici, sono scesi in piazza fiumi di persone di ogni estrazione e ideologia. E alla resa dei conti, hanno inevitabilmente vinto gli estremisti. Perché gli estremisti parlano la lingua della violenza, non dei tweet. E perché, come scrive Giovanni Mafodda sull'ultimo numero di Limes: "un fallimento nel prevenire l'ulteriore impoverimento del paese costituirebbe un boomerang pronto ad abbattersi sulle correnti riformatrici della società egiziana e aprirebbe scenari di radicalizzazione a potenziale vantaggio delle frange islamiche estreme". Non a caso seguo con soddisfazione le sagge decisioni del Consiglio Supremo delle Forze Armate di vietare i riferimenti religiosi durante la prossima campagna elettorale e con enorme apprensione la disastrosa situazione economica del paese. Apprensione giunta ormai alle stelle, ora che scopro che la ricetta dell'opposizione "giovanile e rivoluzionaria" contro la fame e la povertà è insegnare ai ragazzi di strada "come usare Facebook".