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venerdì 29 luglio 2011

L'Egitto, il turismo pezzente e la "gauche sardine"

Fa piacere, ogni tanto, rendersi conto che un proprio scritto ha contribuito a determinare un cambiamento positivo nelle abitudini di un qualsiasi lettore. Leggo per esempio che un'assidua lettrice di questo blog - si, proprio lei - a sua volta autrice di un blog dove ogni tanto scrive, "scandalo sessuale a sfondo poligamico" permettendo, di cose egiziane (e anche turche, volendo), ha deciso, bontà sua - a causa delle condizioni critiche dell'economia dell'Egitto dove ora sta trascorrendo le ferie - "Per la prima volta da quando frequento questo paese, non contratto e non faccio storie di soldi, né tantomeno di principio su qualche euro da pagare in più o in meno. Non è veramente il caso".

Qualcuno si ricorderà infatti che in un precedente post io avevo rinfacciato proprio a questa signora di essere stata capace, alcuni anni fa, di litigare con un tassista cairota per l'equivalente di 28 centesimi. Sisignori, avere letto bene: 28 centesimi, salvo lamentarsi quando la etichettai - secondo la definizione di un intellettuale egiziano - una "sfruttatrice". Peccato che il famoso post che raccontava l'avvincente casino montato per quella considerevole somma sia miracolosamente scomparso dopo la mia citazione, come tutti i post - e solo quelli - che avevo linkato quando ho segnalato quelle che erano, a mio parere, alcune evidenti incogruenze nella posizione della signora sull'Egitto prima e dopo la rivoluzione (Brutta cosa quando un blogger si vergogna di ciò che ha scritto, e si affretta a cancellarlo, dimenticando la presenza della potentissima cache di Google).

Ebbene: anche se dubito che lo slancio di generosità della signora risanerà la disastrata economia egiziana, la domanda sorge spontanea: si doveva proprio aspettare una rivoluzione, la disperazione della gente (da lei descritta molto bene) e un'incombente carestia (no, non esagero) per "ricambiare col poco che ho – quattro soldi in valuta pesante, pensa te – l’ospitalità di un paese che mi accoglie e mi spupazza pure mentre fa la rivoluzione, e quasi non te lo fa manco notare"? Questa domanda non è rivolta alla blogger finalmente fulminata su Piazza Tahrir, ma a tutti quei turisti che sono stati capaci, negli anni passati, di indignarsi e di far vedere i sorci verdi alle guide, ai tour operator, a chiunque si occupasse di turismo vuoi perché il biglietto per il museo egizio costava l'equivalente di 5 euro mentre per gli egiziani erano solo cinquanta centesimi ("Noi in Italia abbiamo una tariffa sola per tutti i visitatori! E' una questione di principio!") o perché veniva loro chiesto di pagare la quota per il pranzo (5 euro), come il resto del gruppo di cui facevano parte, e loro - sempre per una "questione di principio" - affermavano che non era giusto farglielo pagare, il benedetto pranzo, perché non hanno consumato la portata principale (peccato che avevano consumato bevande, insalate e dessert e usufruito del coperto).

Mi ricordo che all'epoca dissi al tour operator che era disposto a lasciar perdere in nome dell'ospitalità (che in questi casi chiamo servilismo nei confronti del "khawaga", lo straniero, retaggio di una latente sudditanza coloniale che neanche Nasser è riuscito ad estirpare dalla psiche egiziana) che se fosse stato lui, il cliente, in un ristorante qualsiasi in Europa e avesse inscenato questo ambaradan anche solo per il prezzo di un caffé, avrebbero chiamato la polizia che sarebbe accorsa a controllare innanzittutto se il colpevole era entrato legalmente nel paese. Altro che lasciar perdere. Fu allora che capii cosa intendevano le guide che parlavano di un certo "turismo pezzente" scuotendo la testa sconsolati. Va bene non farsi fregare al bazar pagando una cosa cento volte il suo prezzo, ma non esageriamo: che senso ha ritenere "cara" un' ottima bottiglia di vino da 10 euro, quando il tuo stipendio - che sono d'accordo nel definire comunque basso per gli standard europei - qui farebbe comunque campare cinque famiglie? Chi dovrebbe lamentarsi? Tu o l'impiegato statale egiziano che non riesce manco a comprare una bottiglia d'olio per cucinare?

Ecco perché quando questi turisti dell'ultima ora vorrebbero gareggiare con me, nato e cresciuto in quel paese e in mezzo ai suoi problemi, in "amore" per l'Egitto e preoccupazione per il suo futuro, mi vengono spontanei i conati di vomito. Ho sempre pensato infatti - e non sono l'unico egiziano a pensarlo - che molti europei che affermano di "amare" l'Egitto siano in realtà innamorati dei "comfort" che il mio paese offre loro a prezzi stracciati e la disponibilità del mio popolo a piegarsi ai loro desideri in cambio di poche lire. Esattamente come i ricchi egiziani che preferiscono l'Egitto all'Europa, dove pur possiedono palazzi da favola, perché in Egitto è possibile avere uno stuolo di camerieri-schiavi in casa 24 ore su 24. Ma se già questo è insopportabile, lo è ancora di più immaginare che persone profondamente classiste e razziste possano poi "esultare" per la rivoluzione egiziana.

Mi ricordo il commento di una lettrice sul blog della signora sopra citata alcuni anni fa, che la dice lunga su questo sinistrume radical-chic che si batte il petto per i diritti degli immigrati ma si guarda bene dal fare qualcosa di concreto per loro: "...il ragazzotto in questione è alquanto trucido, bruttino, sgangherato, non parla italiano, avrà si e no la terza elementare e proviene dall’egitto profondo, glielo si legge in faccia e nei modi. io sono laureata, parlo e penso in 4 lingue, faccio un lavoro intellettuale e ho una trascorsa vita sentimentale burrascosa. come glielo spiego che ha proprio sbagliato target?..". Ok, va bene non impegnarsi in un rapporto che si preannuncia fallimentare, ma era propria necessaria questa descrizione che non lascia nessun margine di dignità al soggetto descritto? Eppure sono pronto a scommettere una cena che questa anonima lettrice è una fervente "pro-rivoluzionaria" e che applaudiva mentre quel "trucido bruttino" perdeva un occhio nella moltitudine delle manifestazioni contro il regime.

Questa è appunto quella che chiamo la "Sinistra alle sardine", che il caviale è persino troppo come definizione. Certe cose noi egiziani non riusciamo a capirle, o meglio riusciamo a capirle benissimo quando emigriamo e ci ritroviamo "dall'altra parte del muro": a dover fare la questua per un visto, per un permesso di soggiorno, a dover pagare - come è giusto che sia - tutto il dovuto fino all'ultimo centesimo ed essere pure insultati, sia che proveniamo dall'alto che dal basso Egitto, sui media nazionali dai politici che incassano senza ringraziare. Mi auguro sinceramente che tutti i turisti e i residenti stranieri che si recheranno in futuro in Egitto decidano di seguire l'esempio della blogger equa e solidale che per ricambiare "‘sti due africanoni che cucinavano, mi portavano il cibo, sparecchiavano, e io lì a giacere e a pensare ai cavoli miei, chiacchierando ogni tanto e standomene in beato silenzio il grosso del tempo, o a nuotare e a sentirmi in simbiosi coi pesci in mare" ha deciso, in una specie di legge del contrappasso,"di risarcire con i miei quattro soldi tutti i taxisti del Cairo per il tradimento dei miei connazionali fuggiti in vacanza altrove". Pacchetto vacanze gauche sardine, con book fotografico in mezzo ai rivoluzionari incluso? 28 centesimi. Per tutto il resto c'è Mastercard.

PS: Fra i cambiamenti positivi suscitati dalla lettura del mio blog non va dimenticata la decisione della signora di concedersi, durante questa vacanza, una salutare ceretta egiziana: argomento di cui scrive con una conoscenza decisamente superiore alla sua conoscenza della lingua araba e della politica egiziana di cui pur straparla. Visto che quella ceretta me l'ha persino "dedicata", accompagnata da un raccapricciante "mini-servizio fotografico", mi viene spontaneo dirle: Signora, fa benissimo, l'ho sempre detto: continui ad occuparsi di ceretta e a dedicarmi post come fa dal lontano 2007 (salvo accusare me di essere quello affetto da disturbi ossessivi). Speriamo solo che non l'abbia strapagata, la ceretta.